venerdì 18 maggio 2012

JUDE "RADIO ONDE FURLANE" !


JUDE
RADIO ONDE FURLANE !



Intal to modul pe declarazion dai redits tu cjatarâs un ricuadri destinât aes Onlus.

Scrivilu al è sempliç:

Firmâ intal ricuadri dit: “Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale
”Meti sot de tô firme il codiç fiscâl de Associazion Lenghis dal Drâc – Amîs di Onde Furlane.


 
Par cui nol à oblic di presentazion de declarazion dai redits, al bastarà, cence nissune cjame de bande dal contribuent, consegnâ a une bancje o a un ufici postâl la schede integrative pal 5 par mil contignude intal CUD in buste sierade di aplicâ la scrite “sielte pe destinazion dal 5 par mil de IRPEF“, cun indicazion di non, cognon e codiç fiscâl dal contribuent.




lunedì 14 maggio 2012

QUANTI APPETITI SUL FRIULI ! - di Alberto Fabris




QUANTI APPETITI

SUL FRIULI !

di
Alberto Fabris




Un assordante ed imbarazzato silenzio da parte dei politici nostrani fa da risonanza alle proposte del pordenonese Isidoro Gottardo, responsabile regionale del PDL, di riforma delle Autonomie locali.

La nuova provincia della Venezia Giulia che dovrebbe nascere dalla fusione della provincia di Gorizia con quella di Trieste ha scatenato gli appetiti dei soliti noti. Alcuni auspicano di inglobare in essa anche il mandamento di Cervignano del Friuli perché appartenente alla giurisdizione ecclesiastica della Diocesi di Gorizia, altri anche del mandamento di Cividale del Friuli e, i più laici, chiedono di comprendere i territori regionali dove vige il sistema tavolare, Tarvisiano compreso.

Far scomparire il Friuli è sempre stata l'aspirazione di taluni in nome dei martiri o dei patrioti o dell'economicità o dei traffici o dei commerci.

Non sono state registrate riserve da parte del tolmezzino e Pdl Tondo.

Quella di superare “improduttive parcelizzazioni e divisioni” non dispiace al Presidente della CCIAA di Udine e dell'Unioncamere Friuli-Vg, (Tolmezzino anche lui) che recentemente ad un molto opportuno intervento della Sig.ra Roberta Michieli ed in perfetta sintonia con i programmi dell'Assessore regionale ai trasporti e Commissario per l'emergenza in A4, ha caldamente sostenuto la necessità di puntare sullo “sviluppo di una portualità e di una logistica intercorrelata e integrata che abbiano come fulcro necessariamente Trieste”, perché, sostiene Da Pozzo, ”l'estensione regionale è piccola e ristretta per le nostre imprese che si trovano a competere con il mondo intero” e pertanto non giova all'impresa la “contrapposizione decisamente superata Friuli-Trieste” .

Insomma l'intrapresa dovrebbe sempre fare i conti con il criterio dell'estensione del territorio in cui operano. Se ne potrebbe dedurre che questa sia la ragione per cui la più grande impresa di Buttrio abbia deciso di effettuare investimenti produttivi all'estero.

Sempre secondo la stessa logica il passaggio di alcuni Comuni dalla Regione Emilia Romagna alle Marche avrebbe determinato, rendendo più piccola la Regione d'origine, la chiusura di uno storico stabilimento di Faenza ed il suo trasferimento in Serbia. L'intero territorio italiano potrebbe essere stato giudicato inadeguato, talmente modesto in estensione da spingere la più grande fabbrica italiana di automobili a dirottare investimenti, se pur solennemente promessi, verso altri continenti.

Eppure, a dispetto delle paventate difficoltà o penalizzazioni dovute alla ristrettezza territoriale, per il 2011 l'export di Trieste ha segnato un + 16,86% contro un +11,8% di Udine, un +8,93% di Pordenone e un -18,55% di Gorizia, contro una media nazionale dell'export dell'11% (dati della CCIAA di Udine).

Intanto il Governo ha autorizzato investimenti per 132 milioni di euro per la piattaforma logistica del porto di Trieste. Mi si permetta di dubitare fortemente che questi investimenti possano servire a rimettere in moto il mercato interno “pressoché fermo”, dato che i traffici provenienti dal nord per raggiungere l'agognato porto viaggeranno su rotaia e i più in autostrada sulla “Regione ponte” dispensando al Friuli solo un po' di inquinamento. Quello sì.

Il mercato interno forse segue altre logiche. Mi permetto anche di dubitare che i traffici da nord abbandonino gli attuali corridoi percorsi per raggiungere i porti di Capodistria e Fiume decisamente più competitivi del porto di Trieste (così come per la Svizzera il porto di Marsiglia costa meno di quello di Genova...).

Non sono un economista, ma a me pare che l'economia si muova liberamente e spregiudicatamente senza tener conto minimamente dei confini e le distanze intercontinentali degli stati e neanche del tipo di regime politico in vigore in certe aree, figuriamoci delle ripartizioni amministrative interne ad una Regione...

Se l'aggregazione alla nascitura provincia del mandamento di Cervignano del Friuli viene giustificata dall'appartenenza alla diocesi di Gorizia, allora perché Sappada, appartenente alla Arcidiocesi di Udine, e per giunta con il positivo e plebiscitario esito referendario, ancora attende, e noi con lei, il passaggio alla provincia di Udine? E il Comune di Cinto Caomaggiore che rivendicando una comune radice, ancora non è stato aggregato alla Provincia di Pordenone? Si tratta in ambo i casi di pronunciamenti democratici, che comporterebbero, seppur di poco, l'ampliamento dell'area regionale in perfetta aderenza agli auspici di ampliamenti territoriale palesati dal Presidente della CCIAA e dell'Unioncamente Regionale!!!

Con l'appendice che proprio le resistenze poste dalla Regione confinante dovrebbero essere rimosse perché non giovano a “superare divisioni che nulla hanno a che fare con la realtà dell'economia di oggi” ammesso, e qualche volta purtroppo non concesso, che la sovranità appartenga al popolo, come sta scritto nella Carta Costituzionale.

La sorte di Gorizia è nelle sue mani. Giova ancora ricordare che la sua adesione alla Assemblea delle Provincia Friulane, con attribuzioni istituzionali, garantirebbe la sua sopravvivenza e la sua peculiarità: ora rischia di essere cancellata ed assorbita da Trieste, in cambio di un paio di uffici per appagare le aspettative di qualche assessore comunale di Gorizia.

Ma nella stanza dei bottoni si giocano altre partite. La Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste per vedersi garantito il raddoppio del suo peso in seno al Mediocredito del Friuli-V.G. non ha ancora versato la sua quota pari a 8 milioni di euro scaduta a novembre 2011. Per la ricapitalizzazione di Mediocredito, ordinata dagli ispettori della Banca d'Italia, sono già confluiti 30 milioni di euro dalla Regione per rinsanguare quelle esauste finanze. Da notare che il Presidente di Mediocredito e della Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste sono la stessa persona: che si tratti di un conflitto di interessi?
In questo turbinio di idee scoordinate pare difficile calare e declinare l'affermazione di un giornalista direttore che il 1° aprile u.s. (!) così chiuse un suo intervento di esordio: “Perché non ci si deve distrarre in dispute, che pure sono vitali, su dove poggiano i confini del Friuli. Il Friuli è uno e indivisibile ma questa sola consapevolezza non può bastare a costruire il nostro futuro“.

Dai politici, imprenditori e finanzieri non sono ancora venute risposte serie.

Alberto Fabris – Osoppo
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Lettera pubblicata sul settimanale dell'Arcidiocesi di Udine, "La Vita Cattolica", giovedì 10 maggio 2012

venerdì 11 maggio 2012

NO, ALL'UNIONE MONTANA DELLA CARNIA !


NO
ALL’UNIONE MONTANA
DELLA CARNIA!

NO
ALLA LEGGE REGIONALE
14/2011 !

No all’Unione montana della Carnia. È una posizione chiara quella dei sacerdoti della forania di San Pietro in Carnia-Paluzza, che si dichiarano «contrari all’unanimità» alla legge regionale 14/2011 «Razionalizzazione e semplificazione dell’ordinamento locale in territorio montano. Istituzione delle Unioni dei comuni montani».
E «non perché non si debba pensare a una razionalizzazione e semplificazione dell’ordinamento degli enti locali», anzi. Ma «per il modo discriminatorio (non riguarda tutte le realtà regionali) e irrispettoso nei confronti dei cittadini delle zone montane (per un problema così vivo, importante, si doveva ricorrere a un referendum regionale)» con cui è stata fatta la legge (…)

LEGGI TUTTO L’ARTICOLO
SUL SITO INTERNET
DELL’ARCIDIOCESI DI UDINE
“LA VITA CATTOLICA”


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mercoledì 9 maggio 2012

UNIVERSITA' FRIULANA: DISCRIMINATA !



UNIVERSITA’ FRIULANA

D I S C R I M I N A T A !

Comunicati Agenzia Consiglio Notizie

PD: Menis, per l'Università
servono fatti e non proclami

8 Maggio 2012, ore 16:44
(ACON) Trieste, 8 mag - COM/AB - Fanno bene gli esponenti del centrodestra a lanciare l'allarme sul sottofinanziamento dell'Ateneo udinese, un problema serio e concreto, ma dovrebbero anche spiegare perché non vi pongono rimedio, pur avendone la possibilità.
A lanciare la provocazione è il consigliere regionale del PD Paolo Menis, che si rifà alle dichiarazioni del collega Blasoni con alcune precisazioni.
Purtroppo ancora oggi non c'è traccia del regolamento attuativo della recente legge regionale per il finanziamento del sistema universitario (la 2/2011) - ricorda Menis - ma ciò non ha impedito ad alcune forze politiche di andare oltre la propaganda e proporre soluzioni concrete. È il caso del Partito Democratico, che in occasione dell'ultima legge finanziaria aveva presentato un emendamento per la modifica del riparto delle risorse, che nel testo presentato dalla Giunta regionale era previsto in parti uguali tra Udine e Trieste.
La nostra proposta - prosegue il democratico - proponeva un primo, anche se parziale, intervento di riequilibrio, di certo non risolutivo sul piano sostanziale ma sicuramente significativo, soprattutto a livello politico. Si sarebbe trattato, infatti, di un segnale di attenzione importante, perché indicativo della volontà di affrontare per la prima volta il problema in maniera sostanziale andando al di là dei semplici proclami.
Invece è stato bocciato, proprio dai voti di quella maggioranza che oggi ricorda il problema.
Ancora una volta quindi dobbiamo registrare come alle parole non siano seguiti fatti conseguenti. Il punto - prosegue ancora Menis - è che tutta l'Università italiana è spesso vittima di un simile approccio, generato da un clima di riforma permanente di cui essa è vittima da alcuni anni. Un processo di cambiamento, in parte necessario, che tuttavia il più delle volte si è tradotto solo in sterili annunci o, peggio, in campagne di disinformazione volte a denigrare gli Atenei pubblici. La realtà ci dice invece che, pur a fronte degli scarsissimi finanziamenti pubblici e privati alla ricerca scientifica, ancora oggi il numero (e la qualità) delle pubblicazioni scientifiche dei ricercatori italiani è significativamente alto, anche se è in ulteriore accelerazione il fenomeno della fuga dei cervelli. Insomma siamo ancora in tempo per intervenire, ma dobbiamo sbrigarci.

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QUANDO I REGOLAMENTI ATTUATIVI?
http://lexview-int.regione.fvg.it/fontinormative/xml/xmllex.aspx?anno=2011&legge=2


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domenica 6 maggio 2012

ELETTRODOTTI, LAGO DI CAVAZZO E QUESTIONE ENERGETICA: CIO' CHE GLI INDUSTRIALI NON DICONO.




Lago di Cavazzo oggi,

e domani?
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Elettrodotti,

lago di Cavazzo

 e questione energetica
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(…) L'ambientalismo, hanno denunciato diversi importanti imprenditori friulani, sarebbe nientemeno che all'origine del declino industriale della nostra terra.

L'oggetto del contendere è soprattutto la questione energetica, che negli ultimi anni ha visto sorgere, da Paluzza a Monfalcone, numerosi comitati locali contrari al proliferare degli elettrodotti. Colpa loro - è questa la tesi - se oggi le industrie friulane devono pagare l'elettricità anche il 30% in più dei loro «competitor» in Austria e Slovenia, e quindi sono costrette a delocalizzare in Serbia e in tanti altri posti nel mondo. (…)

(…) L'idea, infatti, che in Friuli gli ambientalisti tengano in ostaggio lo sviluppo è a dir poco fantasiosa. E lo dimostra il fatto che negli ultimi anni sono stati realizzati importanti progetti in campo energetico praticamente senza alcuna opposizione e ostacolo da parte del territorio. (…)

(…) Nel caso del lago di Cavazzo sono stati posti importanti interrogativi sulla sopravvivenza di quell'ecosistema che non hanno trovato risposta convincente. Nel caso degli elettrodotti - val la pena ripeterlo - nessuno si è mai opposto «tout court» alle nuove infrastrutture elettriche: sono stati proposti correttivi di tracciato e soprattutto è stata manifestata contrarietà alla soluzione «aerea» a vantaggio di quella sotterranea. Per il Redipuglia-Udine Ovest, «Terna» addirittura sostiene che in un territorio di pianura e non intensamente antropizzato come la pianura friulana, sarebbe «tecnicamente impossibile» realizzare la struttura in cavo interrato, perché significherebbe realizzare una linea non sicura, mentre in tutta Europa ogni anno vengono realizzate centinaia di chilometri di elettrodotti interrati, anche nelle città o in zone di montagna! Il gestore della rete elettrica nazionale ha preferito spendere soldi in una discutibile campagna pubblicitaria, commissionare una fuorviante indagine d'opinione al noto sondaggista Renato Mannheimer, querelare il responsabile del Comitato per il Friuli rurale piuttosto che approfondire tecnicamente le ipotesi prospettate dagli «oppositori». (…)

(…) chi importa l'energia non può venderla a chi vuole e al prezzo che vuole, ma deve farlo attraverso la borsa elettrica italiana; quindi, dall'elettrodotto, l'industriale della valle del Bùt avrebbe gli stessi «vantaggi» del collega di Reggio Calabria (…)



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CIO’ CHE

GLI INDUSTRIALI


NON DICONO


Editoriale
di Roberto Pensa

Settimanale “la Vita Cattolica”
Arcidiocesi di Udine
giovedì 3 maggio 2012


Gli industriali friulani hanno scelto di dedicare la loro annuale assemblea ad un tema cruciale: «Efficienza, innovazione, ambiente:  il nostro futuro». La massima assise di Confindustria Friuli, in programma giovedì 3 maggio ai Teatro Nuovo, vedrà la presenza anche del ministro all'Ambiente, Corrado Clini. Si tratta davvero di un tema importante che, pure in tempi recentissimi, ha provocato dibattiti animati, quindi la scelta del presidente Adriano Luci è stata quanto mai opportuna.

L'ambientalismo, hanno denunciato diversi importanti imprenditori friulani, sarebbe nientemeno che all'origine del declino industriale della nostra terra.

L'oggetto del contendere è soprattutto la questione energetica, che negli ultimi anni ha visto sorgere, da Paluzza a Monfalcone, numerosi comitati locali contrari al proliferare degli elettrodotti. Colpa loro - è questa la tesi - se oggi le industrie friulane devono pagare l'elettricità anche il 30% in più dei loro «competitor» in Austria e Slovenia, e quindi sono costrette a delocalizzare in Serbia e in tanti altri posti nel mondo.

L'auspicio che vorremmo lanciare da queste colonne, è che dall'assemblea di Confindustria si possano alzare «parole nuove» su questo spinoso tema, ragionamenti più aperti in grado di inaugurare un più proficuo dialogo tra imprese e territorio sul futuro industriale del Friuli, auspicabilmente con un forte e determinante ruolo della politica nella giusta composizione dei legittimi interessi che sono coinvolti.

L'idea, infatti, che in Friuli gli ambientalisti tengano in ostaggio lo sviluppo è a dir poco fantasiosa.

E lo dimostra il fatto che negli ultimi anni sono stati realizzati importanti progetti in campo energetico praticamente senza alcuna opposizione e ostacolo da parte del territorio. In tema di produzione elettrica, va ricordato l'avvio della moderna centrale a turbogas diTorviscosa, una delle più grandi d'Italia di nuova generazione; e in tema di elettrodotti, va rimarcato che proprio tra Italia e Austria ha preso avvio, poco più di un anno fa, uno dei primi elettrodotti transfrontalieri autorizzati direttamente da Bruxelles in Italia, che unisce le reti elettriche friulana e carinziana tra Tarvisio e Arnoldstein. In entrambi i casi le società proponenti hanno saputo lavorare con trasparenza, trovando l'accordo con il territorio.

Altri progetti, invece, è vero, hanno incontrato grandi resistenze: il raddoppio della centrale idroelettrica di Somplago, l'elettrodotto di Terna Udine Ovest-Redipuglia e quello proposto da Alpe Adria Energia tra Somplago e la Carinzia attraverso la Valle del Bùt. Ma di chi è la colpa? Chi sono i tanto vituperati «ambientalisti»? Qui in Friuli l'ideologia c'entra ben poco: si tratta di comitati locali di cittadini - al cui fianco spesso si sono poste anche le rispettive amministrazioni comunali - che difendono i loro paesi e le loro valli da progetti che presentano parecchie «opacità», che i proponenti non hanno mai saputo o voluto dissipare, dando l'impressione di puntare sulla «soluzione di forza» calata dall'alto piuttosto che sul dialogo.

Nel caso del lago di Cavazzo sono stati posti importanti interrogativi sulla sopravvivenza di quell'ecosistema che non hanno trovato risposta convincente. Nel caso degli elettrodotti -val la pena ripeterlo - nessuno si è mai opposto «tout court» alle nuove infrastrutture elettriche: sono stati proposti correttivi di tracciato e soprattutto è stata manifestata contrarietà alla soluzione «aerea» a vantaggio di quella sotterranea. Per il Redipuglia-Udine Ovest, «Terna» addirittura sostiene che in un territorio di pianura e non intensamente antropizzato come la pianura friulana, sarebbe «tecnicamente impossibile» realizzare la struttura in cavo interrato, perché significherebbe realizzare una linea non sicura, mentre in tutta Europa ogni anno vengono realizzate centinaia di chilometri di elettrodotti interrati, anche nelle città o in zone di montagna! Il gestore della rete elettrica nazionale ha preferito spendere soldi in una discutibile campagna pubblicitaria, commissionare una fuorviante indagine d'opinione al noto sondaggista Renato Mannheimer, querelare il responsabile del Comitato per il Friuli rurale piuttosto che approfondire tecnicamente le ipotesi prospettate dagli «oppositori».

Nella valle del Bùt da una parte si è puntato sugli eccessivi costi che renderebbero antieconomica la soluzione interrata, dall'altro si è solleticato il territorio facendo balenare forti vantaggi economici: grazie alle compensazioni ai Comuni e al minor costo dell'energia la Carnia potrebbe vivere un «rinascimento». Entrambe le cose si sono rivelate «fasulle». I costi di realizzazione di un elettrodotto in realtà non li sostiene il realizzatore. Questo, infatti, li recupera gestendo per un certo numero di an­ni (stabilito dall'Unione Europea) l'impianto, che poi diventa pubblico. Perché allora non progettare una infrastruttura con i più elevati standard ecologici invece che un «mostro» ambientale che deturpa una intera valle? Si tratterebbe solo di «diluire» il rientro degli investimenti e dei profitti per un tempo maggiore...

Per il secondo aspetto, chi importa l'energia non può venderla a chi vuole e al prezzo che vuole, ma deve farlo attraverso la borsa elettrica italiana; quindi, dall'elettrodotto, l'industriale della valle del Bùt avrebbe gli stessi «vantaggi» del collega di Reggio Calabria.

Tutte queste facezie hanno riempito i mass media locali - noi, come settimanale, abbiamo sempre cercato di ricondurre il tema sul piano razionale - e monopolizzato il dibattito politico per anni, mentre nessuno si è occupato dei veri problemi.

Chi vuole sapere davvero perché gli imprenditori italiani pagano l'elettricità molto di più dei concorrenti esteri, lo può leggere comodamente su internet sulle relazioni dell'Autorità per l'energia. I motivi sono tre.

Innanzitutto, a differenza degli altri Paesi, in Italia gli impianti alimentati a gas naturale (più efficienti) rappresentano una tecnologia marginale. In secondo luogo il gas in Italia costa in media il 25% di più che nel resto d'Europa. Infine sopportiamo maggiori oneri per l'acquisto dei certificati verdi a causa delle emissioni di anidride carbonica dagli obsoleti impianti termoelettrici italiani. In tutto questo, gli elettrodotti transfrontalieri sono sì importanti perché «aprono» i mercati a maggiore concorrenza, ma non sono affatto determinanti. I «prezzi» al consumo, comunque, si creano a livello nazionale, quindi il ruolo delle singole Regioni, soprattutto quelle medio-piccole come la nostra, è relativo: si tratta di una grande questione che va affrontata dal governo.

È corretto allora il richiamo degli industriali alle necessità dell'ammodernamento della rete; è del tutto legittimo anche che qualche gruppo industriale friulano possa ambire a fare profitti realizzando e gestendo un elettrodotto transfrontaliero sul nostro territorio: ma da una impresa moderna, «sostenibile» dal punto di vista ambientale crociale (come è di moda dire negli ambienti che contano) i friulani si attendono come minimo proposte all'altezza delle migliori tecnologie disponibili e caratterizzate dalla massima trasparenza sull'entità e la distribuzione dei costi e dei benefici tra industria e territorio.

Queste oggi sono le precondizioni per un nuovo patto di sviluppo tra impresa, cittadini e istituzioni che possa portare il Friuli fuori dalle secche di questa crisi epocale.

Un progetto percorribile, perché l'imprenditorialità, il lavoro, la responsabilità fanno parte della cultura della nostra gente, che è pronta a sostenere la nostra industria in questa difficile fase anche assumendosi i necessari sacrifici.

roberto pensa

giovedì 3 maggio 2012

POLITICA ECONOMICA: NEO-LIBERISMO O KEYNES?


POLITICA ECONOMICA
NEO-LIBERISMO O KEYNES ?
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Dal quotidiano “IL SOLE 24 ORE”
1 aprile 2012

Berlino, Keynes
e l'austerità altrui



(…) Con che cosa è cresciuta dunque la Germania se non attraverso l'industria e l'export netto? Può apparire sorprendente, ma dal lato della domanda la voce aumentata di più in valore assoluto in Germania è stata la spesa pubblica (+42 miliardi in quattro anni, mentre in Italia siamo diminuiti di 400 milioni). Dal lato della generazione del valore aggiunto il settore della pubblica amministrazione tedesco è cresciuto in volume di 27 miliardi (il nostro di 1 miliardo); il settore tedesco delle costruzioni e dell'immobiliare (inclusi i lavori pubblici) è aumentato di 12 miliardi (quello italiano è crollato di 14 miliardi). In parallelo, dal 2007 al 2011 in Germania gli occupati nella Pa (che per di più hanno appena ottenuto un forte aumento della retribuzione), nella difesa, nell'istruzione e nella sanità sono aumentati di 477mila unità (in Italia si sono ridotti di 66mila).
L'Europa non tedesca (Italia inclusa) deve certamente recuperare competitività e ripristinare un ragionevole equilibrio nei conti pubblici. A ciò servono, nelle giuste dosi e possibilmente senza uccidere economia, riforme e rigore. Ma se la Germania ha potuto correre in questi anni non è perché la sua industria si è dimostrata più competitiva o perché le precedenti riforme da essa varate abbiano fatto premio. La Germania ha potuto crescere di più soprattutto perché, paradossalmente, ha tratto grande vantaggio dalla crisi europea dei debiti sovrani. (…)

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L’opinione
di un premio Nobel per l’economia.

Paul Krugman: Keynes aveva ragione

Fonte: New York Times (sito: www.nytimes.com), 29 dicembre 2011
Link articolo originale: Keynes was right


“E' l'espansione e non la recessione, il momento giusto per l'austerità fiscale." Così dichiarò John Maynard Keynes nel 1937, proprio mentre Franklin Delano Roosvelt stava per dargli ragione cercando, troppo di fretta, di pareggiare il bilancio e spingendo l'economia degli Stati Uniti  - che stava costantemente recuperando fino a quel punto - in una grave recessione. Ridurre la spesa pubblica in un'economia depressa, deprime ulteriormente l'economia; l'austerità dovrebbe essere rimandata fino a che una forte ripresa dell'economia è ben avviata.
Purtroppo, a fine 2010 e inizio 2011, politici e istituzioni in gran parte del mondo occidentale credevano di saperla lunga, dicendo che dovremmo concentrarci sul deficit, non sul lavoro, anche se le nostre economie avevano appena iniziato a recuperare dal crollo che seguì alla crisi finanziaria. E facendo leva su tale credenza anti-Keynesiana, hanno finito per dimostrare ancora una volta che Keynes aveva ragione. (…)
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Chi è Paul Krugman ?
(da Wikipedia)
Paul Robin Krugman (Long Island, 28 febbraio 1953) è un economista statunitense.
Autore di numerosi volumi, dal 2000 collabora con il New York Times scrivendo editoriali d'opinione (op-ed) bisettimanali. Attualmente professore di Economia e di Relazioni Internazionali all'Università di Princeton, ha vinto il premio Nobel per l'economia 2008 per la sua analisi degli andamenti commerciali e del posizionamento dell'attività economica.

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