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sabato 14 maggio 2016

LA REGIONE SI DECENTRI SUL "MODELLO FRIULI"


LA REGIONE SI DECENTRI

SUL “MODELLO FRIULI”

Editoriale a firma di

Roberto Dominici


pubblicato sul settimanale
della Arcidiocesi di Udine 

LA VITA CATTOLICA

il 4 maggio 2016


Nell'area terremotata del Friuli c'è un fiorire di iniziative a ricordo del 40° anniversario del sisma. Sono iniziative doverose per rinnovare innanzitutto la memoria dei tanti morti a seguito di quella immane catastrofe e per sottolineare l'impegno straordinario di un popolo e della sua classe dirigente che, insieme, sono stati capaci di determinare la rinascita delle comunità segnate dalla tragedia.

E' certamente importante che il Capo dello Stato, al pari di alcuni suoi predecessori, sottolinei, con la Sua venuta tra noi, la grande e positiva risposta che il popolo friulano ha dato al mandato a ricostruire avuto dallo Stato ed al grande movimento di solidarietà, nazionale ed internazionale, pubblica e privata, di cui abbiamo beneficiato. Dobbiamo essere grati allo Stato per la fiducia in noi riposta e per il sostegno datoci. I friulani, per parte loro , a quella fiducia hanno corrisposto con alto senso civico e del dovere ed hanno pure minuziosamente rendicontato, già in occasione del decennale del terremoto, oneri e spese fatte a pro ricostruzione. Ma le iniziative non possono limitarsi soltanto al pur importante, e come già detto doveroso, aspetto celebrativo.

Esse devono, invece, stimolare una riflessione sull'esperienza, assai complessa ed articolata, al tempo compiuta anche per trarre dall'esperienza stessa indicazioni per il futuro. E le indicazioni non mancano sia per il livello nazionale che per quello regionale. La prima.

Quando si parla di “modello Friuli” si intende un insieme intrecciato di scelte politiche, tecniche, amministrative, gestionali che nel loro insieme hanno formato un articolato progetto complessivo, nato su alcuni punti fermi (a tutti ben noti), e poi irrobustito cammin facendo. Dunque un progetto per di più partecipato e condiviso dalla gente che è diventato di fatto il “patto” tra la popolazione e le istituzioni. Ed allora, quando si devono affrontare problemi di una certa portata , non è il caso di elaborare, per l'appunto, un progetto e stimolare su di esso il confronto non al fine di ottenerne la ratifica ma di avere valutazioni, suggerimenti, proposte da considerare in sede di redazione progettuale conclusiva?

La seconda. Larga parte del territorio italiano è a rischio sismico. Dobbiamo attendere che gli eventi si verifichino per poi adoperarci a ricostruire o, invece, è meglio approntare prima, per quanto possibile , interventi volti a ridurre i danni in caso di nuove calamità? E' il buon senso a dirci che è preferibile percorrere quest'ultima strada. Dovrebbe essere la Stato ad approntare al riguardo adeguati provvedimenti legislativi a sostegno di operazioni di consolidamento statico degli edifici a cominciare, per ovvie ragioni, da quelli pubblici. Certo, servono mezzi finanziari ma il piano potrebbe avere valenza pluriennale (30/40 anni) e, se realizzato, darebbe pure fiato all'economia.

La terza. Negli anni, sulla ricostruzione del Friuli i giudizi, non solo nazionali, sono positivi. Ma se le cose hanno funzionato e soprattutto se hanno dato positivi risultati perchè non codificare in legge nazionale gli elementi “sostanziali” del nostro modello di modo che, presentandosi in futuro la necessità, sia già pronta la normativa base cui fare riferimento, senza dover “pensare”ogni volta il da farsi?

La quarta. Si è detto tante volte che la ricostruzione ha fatto perno sulla Regione e sugli Enti Locali e che tra Regione ed Enti Locali non c'è mai stata conflittualità ma una valida collaborazione.

Forti dell'esperienza, fatta a fronte di situazioni e problemi drammatici, comunque del tutto straordinari, non è il caso di ragionare tutti insieme, intendo i livelli istituzionali, per reiniziare un cammino di valorizzazione delle autonomie locali e di loro maggiore responsabilizzazione?

Anche qui serve un progetto che avvii un “percorso costituente regionale” imperniato su una forte azione programmatoria e di indirizzo della Regione e sul trasferimento di funzioni “gestionali” all'autogoverno locale; un progetto, ben si intende, di base sul quale misurarsi per giungere ad una elaborazione che abbia sufficiente condivisione.

La quinta ed ultima. Più che una indicazione è, mi si consenta, una raccomandazione agli Enti e soggetti che hanno operato nella ricostruzione, in particolare ai Comuni e ,soprattutto, alla Regione, di impedire che vada dispersa o distrutta l'ampia documentazione riguardante, in sede locale e in quella regionale, la ricostruzione. Sono l'espressione di una pagina della nostra storia e potranno nel tempo tornare utili, credo lo saranno senz'altro, per studi e approfondimenti. La Regione, in particolare, dovrebbe dare il via ad una operazione di messa in sicurezza definitiva e di catalogazione di quanto in suo possesso. Non farlo sarebbe cattiva omissione.


Roberto Dominici

 
già Assessore Regionale
alla Ricostruzione

sabato 27 febbraio 2016

DOMANDA: C'E' ANCORA UN FUTURO PER IL FRIULI?


DOMANDA:
 
C'E' ANCORA UN FUTURO 
PER IL FRIULI? 

RISPOSTA: 

 SI, C'E' ANCORA UN FUTURO
PER IL FRIULI!!! 


Se i cittadini  delle province di Pordenone, Udine e Gorizia "pretenderanno" di essere trattati dai  partiti politici italiani che governano a Trieste e a Roma, e dalle Istituzioni pubbliche regionali, in primis Giunta  e Consiglio regionale, come cittadini e non come sudditi e riprenderanno "nelle loro mani" il "loro" destino senza lasciarlo ancora nelle mani di chi si crede l'ILLUMINATO/A e considera l'autonomia e il decentramento decisionale una bestemmia.... 

La Redazione del Blog
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Da l'Editoriale a firma di Roberto Pensa pubblicato sul settimanale LA VITA CATTOLICA il 24 febbraio 2016, prima pagina e segue a pagina 3:

Editoriale

di Roberto Pensa

(direttore responsabile del settimanale
dell'Arcidiocesi di Udine
La Vita Cattolica - Ud)

 
6 maggio, Mattarella
non a Trieste, ma a Gemona


Non ci erano certo necessarie le imbarazzanti esternazioni dell'assessore regionale alla Cultura, Gianni Torrenti, per capire l'essenza delle riforme istituzionali in itinere in Regione e ancor più l'impostazione culturale ad esse sottesa: l'autonomia e il decentramento decisionale visti come un intralcio all'azione “riformatrice” del centro (considerata, per autodefinizione, illuminata). Non quindi le considerazioni da campagna elettorale dell'assessore triestino ci inquietano, ma piuttosto un'altra sorprendente notizia. Il 6 maggio 2016 il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, commemorerà il terremoto del Friuli a....Trieste.

Qui infatti è prevista la seduta straordinaria del Consiglio regionale che rievocherà gli eventi del 1976 e l'epopea della ricostruzione (…).
 
Se fossimo in una regione come tutte le altre sarebbe così. Invece siamo in una realtà duale (Friuli e Venezia Giulia), e questo ha un peso anche per le istituzioni.

(…) suona davvero surreale che la commemorazione di una tragedia che ha strappato un migliaio di vite umane e la celebrazione di una ricostruzione che oggi offre lo splendido volto di paesi rinati senza aver perso il loro volto tradizionale, venga fatta nell'asettica aula legislativa, lontanissima dai fatti. E' come se l'annuale celebrazione dello sbarco in Normandia fosse fatta sulla Costa Azzurra, o il ricordo delle vittime di Marcinelle lontano da quei cunicoli di polvere nera (…).

La geografia, specie quando si parla di un terremoto con il suo strascico di morti, distruzioni e lacerazioni, è fondamentale. (...)


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Da l'Editoriale a firma di Roberto Dominici pubblicato sul settimanale LA VITA CATTOLICA il 24 febbraio 2016, prima pagina e segue a pagina 3:


Editoriale 
 
di
 
Roberto Dominici
 
(già Assessore regionale alla Ricostruzione)

 
1976, Stato e Regione

rispettarono il territorio
 
 
Nel corso di questi decenni post-terremoto più volte si è affermato, e giustamente, che la scelta basilare per la ricostruzione del Friuli è stata la attribuzione della competenza a ricostruire alla Regione. E' veramente la “madre” di tutte le scelte che nel loro insieme andranno poi a costituire il cosiddetto “Modello Friuli”, (…).

Perché "madre" di tutte le scelte? Perché senza di essa, senza cioè il potere autonomo di decisione, non avremmo potuto "calibrare" gli interventi ricostruttivi secondo le esigenze che il territorio esprimeva. (...).

Nel nostro caso si è trattato di una autentica novità poichè prima, di fronte a grandi calamità, lo Stato manteneva in capo a se stesso ed alle sue strutture, la competenza ad intervenire. 
 
Tra lo Stato, la Regione e gli Enti Locali non si è avuta confusione di ruoli. Vi è stata, in questo modello triangolare, una collaborazione piena e rispettosa delle competenze di ciascuna istituzione (...)
 
....................


E QUESTA L'OPINIONE

di SERGIO CECOTTI

(ex sindic di Udin e
ex President di regjon) 


Radio Onde Furlane

TRASMISSION RADIOFONICHE

DRET E LEDRÔS

di sabide 22.02.2016
 
 
La metude in discussion

 dal Friûl
 
e la riforme da lis UTI
 

Buine scolte!

Buon ascolto!
 
 
 
 
Interviste a Sergio Cecotti

 
cu la partecipazion di:
 
Ferdinando Ceschia - Sindacalist
 
Elena D'Orlando - Professore universitât di Udin di dirit costituzionâl
 
Federico Simeoni - Conseîr provinciâl (Udin) 
 
 

sabato 23 marzo 2013

DIFENDIAMO L'UNIVERSITA' DEL FRIULI DAGLI APPETITI TRIESTINI E DALLA MIOPIA DELLA POLITICA REGIONALE !





DIFENDIAMO 
L’UNIVERSITA’ DEL FRIULI

DAGLI APPETITI TRIESTINI
E DALLA MIOPIA
DELLA POLITICA REGIONALE!
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PER UN NUOVO PATTO
UNIVERSITA’-TERRITORIO

Prof. Sandro Fabbro
Università di Udine

Recentemente, in più occasioni, è stato ricordato il “Patto Università-Territorio friulano” del 2008. E’ avvenuto all’apertura dell’anno accademico dell’Ateneo di Udine quando, sia il rettore Compagno sia il presidente della Provincia Fontanini, lo hanno positivamente richiamato. Ne ha fatto cenno, inoltre, nelle conclusioni del suo recente congresso, anche il segretario della Cisl dell’Udinese Muradore. Perché ha senso riparlarne ora? Perché, come nel 2008, quando quel patto era stato siglato, si andrà, nei prossimi mesi, alla rielezione di tutti i principali rappresentanti delle istituzioni friulane e ciò costituisce una grande occasione di dibattito pubblico sul futuro di queste istituzioni. Cerchiamo di approfondire allora la questione.
Quel patto era stato fortemente voluto, in coincidenza con i trent’anni dell’Università, dall’On. Arnaldo Baracetti (uno dei padri dell’Università friulana, recentemente mancato) e dal suo Comitato, per stringere le istituzioni friulane intorno al loro Ateneo e rispondere ai minacciosi segnali che provenivano da Roma (prime avvisaglie della tempesta che si sarebbe abbattuta, da lì a poco, sull’Università italiana e su diversi altri fronti). Il patto, scritto dopo numerosi incontri e versioni da un gruppo di persone coordinato da chi scrive, fu siglato dal Rettore Compagno e da altre 32 istituzioni friulane, con una cerimonia pubblica presso la Provincia di Udine, il 27 ottobre. Quel patto, criticato da alcuni per fumosità e scarsa efficacia, servi comunque a creare, intorno all’Università, una solidarietà che non si sentiva da anni e a dare all’Ateneo ed al nuovo Rettore la spinta per affrontare le dure prove, prevalentemente finanziarie, dei mesi ed anni successivi. Conteneva due indicazioni chiare: a. rafforzare la “terza missione” dell’Università (il trasferimento di conoscenze) per promuovere lo sviluppo e l’internazionalizzazione del territorio friulano; b. conservare e difendere l’autonomia dell’Ateneo nell’ambito di un rapporto, con il sistema universitario regionale, fatto di cooperazione ma anche di competizione.  
Oggi quel patto andrebbe profondamente ripensato perché, dal 2008, la situazione, non solo nell’Ateneo ma in tutto il Friuli, è profondamente cambiata. L’Università ha dovuto combattere con un bilancio in forte riduzione e, anche se la barca è rimasta a galla, i tagli ministeriali (aggiuntisi al cronico sotto-finanziamento) ed il mancato turn over si riverberano oggi nella riduzione dell’offerta educativa e nella sofferenza di parti significative della struttura universitaria. Certo non si chiude bottega né si demorde ma le “magnifiche sorti e progressive” che solo fino a pochi anni fa sembravano caratterizzare lo sviluppo dell’Ateneo friulano, si sono piuttosto appannate.
E’ esploso inoltre, come il patto aveva previsto, il problema delle alleanze da fare (e con chi). Il Rettore, coerentemente con il patto, ha fatto bene a tenere aperte le porte in diverse direzioni ma il Rettore è oggi in scadenza e non possiamo nasconderci che c’è chi, fuori ma anche dentro l’Ateneo, spinge per integrazioni forti solo con chi è più vicino ed ha anche più risorse di noi (le due Università di Trieste). Le grandi istituzioni friulane come il Comune di Udine e la Provincia di Udine sono più deboli nella loro naturale missione di leader del territorio friulano: Udine, capitale del Friuli, fa fatica ad uscire dalla propria radicata autoreferenzialità ed a costruire strategie che abbraccino le prospettive di un più ampio territorio. La Provincia è sotto schiaffo per altre ragioni più strutturali e legate al suo debole ruolo politico-amministrativo. Molti cittadini la ritengono un ente inutile ed è difficile convincerli che non è così solo sulla base di ragioni identitarie.
Su tutti incombe poi la Regione, vero convitato di pietra del patto del 2008.
Allora, l’assessore regionale Alessia Rosolen non vide di buon occhio il patto perché le sottraeva spazio di manovra, e, pur partecipando all’incontro finale, non lesinò critiche.
Il presidente della Regione Tondo, oggi, non nasconde le sue preferenze per forti integrazioni tra le sole Università regionali anche se non dovrebbe dimenticare che, oggi, c’è un accordo tra FVG, Veneto e Carinzia (destinato in futuro ad estendersi ad altri paesi e regioni) che ha valide basi giuridiche (il “GECT”) e che ci permette di cooperare seriamente e con altrettanta efficacia, anche con le Università venete e carinziane. Se si devono ricercare alleanze, allora, le si cerchi senza chiusure unilaterali ma secondo disegni strategici ampi e capaci di aprire orizzonti nuovi all’internazionalizzazione dell’Università e di tutto il Friuli.
Questa affermazione ci introduce alla questione di fondo. Ciò che è cambiato davvero, dal 2008, è che il soggetto sofferente, oggi, è tutto il Friuli e non solo la sua Università.
Dal 2008 qui si è perso l’8% del Pil! Il tasso di disoccupazione si è raddoppiato. I settori tradizionali dell’economia friulana non reggono più la concorrenza (-20% dell’export) ed i giovani hanno quindi molte meno prospettive di lavoro che in passato. Inoltre, la regione nel suo insieme, è andata peggio della media italiana visto che, negli ultimi dieci anni, il Pil regionale è cresciuto solo dello 0,5%  mentre in Italia del 2,5%. La specialità regionale, peraltro, non è più un motore di sviluppo e neppure uno scudo con cui difendersi: da più di dieci anni è solo uno strumento per coprire una paurosa perdita di competitività dell’intero sistema. L’Ente Regione, inoltre, ha avuto ed avrà un bilancio con meno entrate cosa che la costringerà a fare politiche di forte selezione e concentrazione della spesa mentre  il territorio friulano, i comuni, le realtà locali, non avranno più le stesse risorse di un tempo: si dovranno tagliare servizi e ridurre le prestazioni alla popolazione. Il “modello Friuli”, in altre parole è, se non defunto, decisamente agonizzante. Ambedue i soggetti, quindi, Università e Friuli, si trovano davanti ad una situazione molto difficile dove poche sono le possibili vie d’uscita e molte le minacce alla continuità ed all’autonomia del sistema per come l’abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni.
Ci vorrebbero scelte drastiche capaci di riavviare un nuovo ciclo di sviluppo. Ma mancano scrupolose analisi della realtà e ammissioni della cruda verità. Ma manca, prima di tutto, il coraggio! Ciascuna istituzione, da sola, lo constatiamo ogni giorno, non riesce ad averlo: quanto più aumenta il livello della sfida, tanto più ciascuna di esse si rinchiude su sé stessa. Ci vorrebbero davvero un momento ed un luogo in cui istituzioni friulane ed Università si ritrovassero assieme per: a. dirsi quelle verità che nessuno osa dire singolarmente; b. cercare una comune via d’uscita, anche se dolorosa, dal tunnel in cui siamo finiti; c. partire, nella riflessione, da domande cruciali: possiamo essere ancora “speciali”? E per fare cosa? E come? Rimettendoci tutti assieme a ragionare, un po’ di coraggio e qualche nuova visione, per ricostruire una comune prospettiva per il Friuli e per la sua Università, forse potrebbero emergere.

PROF. SANDRO FABBRO
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L’intervento del Prof. Sandro Fabbro, docente presso l’Università di Udine, che ringraziamo per averci inviato il testo originale dell'articolo, è stato pubblicato sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO (Ud) mercoledì 20 marzo 2013



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UNIVERSITA',
UN PATTO DA RINNOVARE

MA NIENTE FUSIONI O OCCORPAMENTI


di

Roberto Dominici


Un ottimo articolo ospitato da questo quotidiano il prof. Sandro Fabbro auspica un nuovo Patto Università-Territorio.

Come Comitato per l'Autonomia ed il Rilancio del Friuli ho fatto parte, nel 2008, del gruppo di lavoro che ha predisposto il Patto e ricordo certe difficoltà allora affrontate con alcune istituzioni, per fortuna non tutte, del Pordenonese e del Goriziano forse interessate, o comunque orientate, a mantenere una certa “equidistanza”, se così posso definirla, tra l'Università del Friuli e quella di Trieste.


Il Patto però si fece. Un atto questo di primaria importanza in quanto da un lato si richiama alla “mission”, un po' speciale, del nostro Ateneo come da legge istitutiva (“contribuire al progresso civile, sociale ed alla rinascita economica del Friuli e di divenire organico strumento di sviluppo...”) e, dall'altro, indica alcune prospettive di fondo per il futuro dell'Università friulana.

Il Patto, nato dal basso, ha colto il “sentire” popolare artefice forte della nascita dell'Università ed ha assunto un grande significato politico poiché ha saputo legare l'Università al Territorio ed il Territorio all'Università per il comune alto obbiettivo del lavorare insieme per la crescita delle nostre comunità.

Già allora i tempi non erano facili. Già allora si era in presenza di un consolidato sottofinanziamento statale ancorato, come più volte rilevato dal Rettore, a parametri “storici” non premianti gli Atenei di più giovane costituzione e, soprattutto, slegati da criteri di qualità e merito che, invece, l'Università del Friuli, nonostante tutto, ha dato prova di possedere.

Ha ragione Fabbro nel dire che dalla stipula del Patto ad oggi molte cose sono cambiate anche se è passato poco tempo; per cui, aggiunge lui ed io condivido, oggi non è in difficoltà solo l'Università ma è l'intero Friuli in sofferenza. Egli sostiene l'opportunità di un nuovo Patto.

Io credo che tornerebbe utile rinnovarlo con gli aggiornamenti che le nuove situazioni pongono. Il senso che in precedenza ho definito “politico” del Patto va mantenuto e, se possibile (spero di sì), rafforzato magari con la costituzione di una sorta di “pensatoio” sui più rilevanti problemi del momento anche per stabilire strategie ed azioni comuni.


Mi pare sempre presente, anche se sotto traccia (ma non tanto), un indirizzo che oserei definire “semplificatorio” circa la presenza di realtà universitarie sul territorio nazionale ed anche su quello regionale. Non vorrei che andando avanti si torni in realtà indietro con Università ridotte in numero, accorpate, fuse e così via. È mia opinione che l'Università del Friuli debba ricercare e costruire rapporti di cooperazione e di collaborazione non solo con la Università di Trieste ma anche con altre italiane e straniere per offrire sempre un quadro formativo qualificato, mantenendo e preservando identità ed autonomia.

In Regione c'è bisogno di entrambe le Università e quindi è bene non dare corpo a tentativi di “inglobamento”.

Fabbro si chiede, pensando alle necessità del Friuli di oggi, se possiamo essere ancora “speciali” come Regione e per cosa fare. Conosciamo l'insieme delle ragioni che hanno portato il Costituente a concedere al Friuli Venezia Giulia la autonomia speciale. Alcune di quelle ragioni non esistono più, altre esistono ancora, altre si sono trasformate nel tempo alla luce di eventi nazionali ed internazionali. Dunque la “specialità” esiste e va usata, usata bene. Non basta invocarla o declamarla; va utilizzata per politiche pensate al bene dei nostri territori. Certo, occorre una “progettualità” che parta da una oggettiva analisi di problemi e situazioni e che si articoli poi in programmi concreti, reali. Non mi pare di sentire qualcosa al riguardo. Eppure siamo alla vigilia delle elezioni regionali.
C'è un punto, a mio avviso qualificante, che va utilizzato: il ruolo internazionale di questa Regione che può aprire prospettive di sviluppo per l'economia, le grandi infrastrutture, il sociale, l'istruzione. E ciò tornerebbe di interesse pure allo Stato ed all'Unione Europea. Ecco un campo forte di impegno in virtù della specialità. Un altro? Perché non riformare la Regione con il trasferimento di funzioni al sistema delle autonomie locali e poi, tenuto conto del trasferimento stesso, riformare queste ultime con riguardo alla prestazione dei servizi ai cittadini?
Si potrebbe continuare ancora. Quello che manca alla politica di oggi è, appunto, una visione organica per il futuro delle nostre terre. È troppo chiedere uno sforzo in questa direzione? Tutti abbiamo bisogno di una prospettiva vera e seria.
 
Roberto Dominici


Articolo pubblicato sul quotidiano

 IL MESSAGGERO VENETO (Ud)
venerdì 22 marzo 2013 - pagina 22
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Il grassetto e i colori

sono della Redazione del Blog.


mercoledì 8 agosto 2012

REGIONE E ISTITUZIONI LOCALI - PER UN NUOVO PROGETTO ISTITUZIONALE di Roberto DOMINICI



Regione e Istituzioni locali

PER UN NUOVO
PROGETTO ISTITUZIONALE

di
Roberto Dominici


Il Comitato per l’Autonomia ed il rilancio del Friuli segue con attenzione il dibattito che attiene al futuro della Regione e delle istituzioni locali, anche alla luce dei provvedimenti nazionali che giocoforza ci coinvolgono.

L’autonomia speciale va tenacemente difesa e valorizzata con azioni politiche efficaci e unitarie come nei grandi momenti del post-terremoto.

La specialità non va solo declamata di tanto in tanto, va praticata giorno dopo giorno negli spazi legislativi regionali, avendo cura di praticare politiche che incidano sulle ragioni della specialità stessa.

Sarebbe certamente utile il pronunciamento della Corte Costituzionale per definire in modo puntuale la portata della competenza regionale in materia di “ordinamento degli Enti Locali”, visto che lo stesso Governo, talvolta, detta disposizioni che ignorano, per l’appunto, le specifiche attribuzioni del Friuli Venezia Giulia.

Tale pronunciamento consentirebbe di comprendere meglio la effettiva portata di una azione legislativa regionale in materia, ad esempio, di province, che in questa Regione, per come è nata, per come è fatta e per essere composita, hanno una funzione non solo amministrativa.

Con riguardo alle Province il problema non è tanto quello di sopprimerle, o accorparle, mantenerle, o riordinarle. Bisogna fare una analisi delle funzioni svolte per vedere se ancora attuali.

Bisogna chiedersi se, in caso di soppressione dell’Ente, le funzioni vanno ai Comuni o se invece non vengono assorbite dalla Regione, dando vita ad una nuova forma di accentramento.

Sono temi che vanno affrontati senza radicalismi e con molta oggettività, con la necessaria prudenza e senza distruggere ciò che può essere ancora valido.

Il dibattito, a giudizio del Comitato, deve andare comunque molto oltre queste riflessioni per ragionare in primis sulla Regione, impostando un nuovo progetto istituzionale.

Un progetto che dovrebbe imperniarsi su una Regione “snella”, “leggera”, “non accentrata”, fortemente caratterizzata sui suoi compiti “centrali” ed “esclusivi” che attengono alla attività legislativa, all’alta programmazione, all’alto indirizzo, con l’attribuzione delle funzioni amministrative, avuto riguardo della loro natura e portata, al sistema delle autonomie locali.

Tenendo in evidenza anche il pronunciamento dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa in favore del diritto delle minoranze a disporre di autorità locali od autonome.

Una operazione questa, che tornerebbe utile anche sotto altri aspetti (contenimento della spesa ,ecc. ecc.) qualora ad essa si accompagnasse, come fermamente auspica il Comitato, un processo di profondo “ripensamento”, per semplificarli, dei complessi iter burocratici esistenti.

È alla luce di un siffatto progetto istituzionale che si deve valutare l’opportunità, l’utilità o meno di mantenere o non mantenere l’Ente Provincia, di rivederne le funzioni, di istituire o meno realtà di “aria vasta”, di dar vita ad aggregazioni di servizi specie tra enti locali minori. Sono le funzioni amministrative della regione che devono interessare.

Occorre seguire, dunque, un ragionamento nuovo che parte proprio dalla Regione e della possibilità per essa di delegare funzioni amministrative come già previsto dallo Statuto.

E’ su questo che dovrebbe misurarsi la politica con proposte che guardino al futuro dei nostri territori, senza lasciarsi trascinare, anche se ciò è comprensibile avvenga, di posizioni politiche nazionali.

Ci aiuta in questo anche una importante occasione: il 31 gennaio 2013, ricorrono i 50anni della promulgazione dello Statuto di Autonomia.

Può essere uno stimolo a pensare.


per Comitato per l'Autonomia
ed il Rilancio del Friuli

il coordinatore Roberto Dominici


Udine, 2 agosto 2012

sabato 25 febbraio 2012

AMMODERNARE L'ASSE VIARIO PN - UD - GO !





COMITATO PER L’AUTONOMIA

ED IL RILANCIO DEL FRIULI


AMMODERNARE

L’ASSE VIARIO

PN – UD – GO



E’ certamente importante dare corso ad interventi per rendere la Pontebbana più fluida e sicura come pure la realizzazione delle opere inserite nel piano per le infrastrutture la cui rilevanza  viene spesso evidenziata dall’Assessore Riccardi.

In un contesto di programmazione a medio termine non può essere dimenticato l’asse viario Pordenone – Udine – Gorizia, afferma il Comitato per l’autonomia ed il rilancio del Friuli, è il cuore pulsante della Regione.

Categorie economiche, organizzazioni sindacali, Università, insieme al Comitato stesso già nel febbraio del 2010 hanno presentato all’assessore Ricccardi e al Presidente Fontanini, l’esigenza che è fortemente sentita e che non può essere tacitata soltanto con la realizzazione di rotonde e di un sostanziale ammodernamento dell’ex S.S. 13 e 56. E’ la stessa economia a richiederlo.

E’ necessario, ribadisce il Comitato per l’Autonomia ed il rilancio del Friuli, che il problema vengo ripreso in esame con sollecitudine tenendo conto, per quanto possibile, delle ipotesi progettuali predisposte a suo tempo dalla Amministrazioni provinciali e delle nuove esigenze trasportistiche nonchè della necessità, per quanto riguarda la ex S.S. 13, di un pronunciamento pro Regione della Commissione Paritetica Stato- Regione.

Quanto alla questione finanziaria, è utile che l’argomento venga posto, conclude il comitato, nelle nuove trattative con lo Stato per una copertura sulla base di un piano organico, può essere suddivisa in più esercizi.


per il
Comitato per l’autonomia ed il rilancio del Friuli
il Coordinatore
Roberto Dominici


Udine, 22 febbraio 2012

mercoledì 1 febbraio 2012

RIFORMA ISTITUZIONALE E PROVINCE - Comitato per l'autonomia ed il rilancio del Friuli



COMITATO PER  L’AUTONOMIA 
ED IL RILANCIO DEL FRIULI


Riforma istituzionale
 e
 Province

            In questa Regione quando si parla di questioni istituzionali non si può prescindere dalla “Specialità statutaria” e ciò non solo per la competenza primaria in materia di ordinamento degli Enti Locali, ma anche per le ragioni che stavano ieri, che stanno oggi e che possono stare domani alla base della specialità stessa.

            La “specialità” però non va solo invocata o declamata di tanto in tanto, va sostanziata con rapporti carichi di dignità verso lo Stato del quale siamo ovviamente coscienti di far parte, con una legislazione regionale che sappia cogliere in positivo ogni spazio di autonomia, convinti anche che le diverse “specificità” presenti sui nostri territori trovano proprio nella specialità la ragione forte della coesistenza unitaria.

            Il pericolo, almeno al momento, non è quello della cancellazione formale della specialità; il pericolo, presentatosi più volte, è quello del suo “svuotamento”, della sua più o meno marcata “limitazione” con leggi, cosiddette di riforma, dello Stato.

            Fa bene la Regione a sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale con riguardo alle norme del decreto-legge n.201/2011 riferite alle Province proprio per contrastare, al di là dei contenuti di merito, l'”invasività” statale e per rivendicare la propria potestà legislativa.

            Accanto alla doverosa difesa attiva della specialità c'è una questione di fondo da affrontare anche ai fini dell'assetto futuro delle autonomie locali, province comprese.

            Tale questione attiene al “modo di essere” della Regione, ai suoi rapporti con il sistema delle autonomie.

            Una riflessione va fatta anche perché, superati pure gli eventi straordinari della nostra storia recente, ci stiamo avvicinando al 31 gennaio 2013, data che ricorderà a tutti il 50° anniversario del nostro statuto di autonomia.

            Occorre un nuovo progetto istituzionale che dovrebbe imperniarsi su una Regione “snella”, “leggera”, “non accentrata”, fortemente caratterizzata sui suoi compiti “centrali” ed “esclusivi” che attengono alla attività legislativa, all'alta programmazione, all'alto indirizzo, con l'attribuzione delle funzioni amministrative avuto riguardo della loro natura e portata, al sistema delle autonomie locali.

            Il trasferimento delle funzioni ha il pregio di stimolare e potenziare l'autogoverno locale il quale consente da un lato di dare meglio voce alle “specificità” presenti sul territorio e dall'altro di dare spazio alle identità esistenti senza “minare” il telaio unitario della Regione.

            Una operazione questa che tornerebbe utile anche sotto altri aspetti qualora ad essa di accompagnasse, come noi fermamente auspichiamo, un processo di profondo “ripensamento” dei complessi iter burocratici esistenti per riportarli al veramente essenziale.

            In questo contesto l'Ente Provincia, come del resto i Comuni singoli o associati, non può non essere chiamata a svolgere un ruolo anche con compiti affidati dalla Regione e che la Regione può già affidare in virtù del vigente art. 11 dello Statuto di autonomia.

            È evidente che il progetto di trasferimento delle funzioni dalla Regione deve avere carattere di “organicità” e “completezza” anche se poi dovesse essere attuato per tappe successive.

            Quanto al dibattito sulle Province esso non è nuovo. Se ne discusse abbondantemente in sede di Assemblea Costituente prima di giungere all'approvazione dell'art. 114; se ne è discusso quando di tanto in tanto la politica, anche nella cosiddetta 1° Repubblica, ha riproposto l'argomento; se ne è parlato nel corso dell'ultimo anno prima con la proposta di soppressione generale, poi con la soppressione di quelle con popolazione inferiore ad un certo dato e da ultimo, provvedimento Monti, con la trasformazione in ente di indirizzo e di coordinamento dei Comuni su date materie. E chissà cosa si dirà dopo le elezioni politiche del prossimo anno.

            Ma è alla luce del progetto di valorizzazione delle autonomie locali prima indicato che si deve valutare l'opportunità, l'utilità o meno di mantenere l'Ente Provincia, non già solo perché abbiamo la competenza a farlo e tanto meno in virtù di spinte spesso intrise di altre motivazioni.

            Un Ente siffatto, dotato di competenze sue proprie, non può limitarsi, dunque, al “coordinamento dei Comuni” per altro in grado di ben camminare da soli e la sua classe amministrativa è bene sia di diretta espressione e legittimazione popolare.

            Circa l'assetto delle province in Regione in questi ultimi tempi abbiamo ascoltato ipotesi diverse: si va dall'Area Metropolitana di Trieste (opportuna se non altro per accorpare competenze amministrative ora sparse tra più soggetti) alla Provincia del Friuli ed ad altre ancora.

            A nostro giudizio sono ipotesi fascinose ma riteniamo di difficile, se non addirittura impossibile, realizzazione.

            Le riforme, specie quelle istituzionali, non devono essere imposte. Devono essere condivise e su dette ipotesi non pensiamo vi sia ampio consenso.

            Noi riteniamo invece che le Province potrebbero, per loro scelta, attuare forme di collaborazione su cose o su progetti di comune interesse e di valenza interprovinciale, senza nulla togliere all'autonomia di ciascun Ente.
            A suo tempo il nostro Comitato si è decisamente adoperato per la costituzione della Comunità delle Province friulane.
            Ora siamo a rammaricarci del fatto che la costituita Comunità, anche se limitata ad Udine e Pordenone per la scelta di Gorizia di non farvi parte, non sia stata posta nelle condizioni di operare.
            Per noi il disegno è tuttora valido, anzi è di viva attualità.

            Per completezza di ragionamento dobbiamo valutare anche la eventualità che con legge costituzionale le province vengano effettivamente soppresse e che la politica locale, temendo l'isolamento, si adegui a questa linea lasciando da parte il progetto prima indicato.
           
            A chi affidare i compiti istituzionali della Provincia?
            Il timore è che non vadano ai Comuni, data anche la realtà dimensionale di essi, ma alla Regione.
            Ma allora andremmo verso l'accentramento e non verso il decentramento di funzioni.
            In tal caso bisogna pensare ad una nuova entità intermedia, con compiti di area vasta, derivanti in parte da funzioni regionali ed in parte da affidamenti comunali.
            Anche in questa ipotesi è necessaria una larga ed efficace progettualità.

            La politica, con l'aiuto di quanti possono dare un contributo di idee, cominci a pensare, ad elaborare, per l'appunto, un progetto strategico, tanto per l'ampiezza e la profondità, quanto per la proiezione temporale.

            E la Regione non si limiti ad annunciare il referendum consultivo, che per altro richiede una chiara e precisa formulazione dei quesiti sui quali pronunciarsi, ma dia vita ad un gruppo di pensiero politico, giuridico, amministrativo per “costruire” soluzioni ai problemi sulle quali aprire poi il confronto ai vari livelli. L'attendere non aiuta.
                                                                                      
                                                                    
Roberto Dominici
Comitato per l'Autonomia ed il Rilancio del Friuli

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