REFERENDUM
COSTITUZIONALE
O
con Roma
o
con le Autonomie
di
Prof. Sandro Fabbro
Chi
ritiene che la riforma costituzionale possa dare più efficienza
all’attività parlamentare ha le sue ragioni ma non credo che si
possa sostenere, come fanno importanti sostenitori regionali del Sì
alla riforma, che questa garantirà anche più autonomia alle regioni
speciali.
Questa
posizione “botte piena e moglie ubriaca” non è credibile perché,
pur basandosi su una lettura attenta del “testo” di riforma
trascura
completamente l’analisi del “contesto” e
cioè delle politiche che sono il luogo vero dell’esercizio dei
poteri e della spesa pubblica.
Guardiamo
a tre importanti politiche per il territorio:
le infrastrutture strategiche, la
protezione civile, il “governo del territorio”.
Queste, nell’attuale formulazione del Titolo V della Costituzione,
sono “co-decise” da Stato e Regioni ma, con la riforma del Titolo
V, passano totalmente in capo allo Stato. Una
grande infrastruttura di trasporto o energetica
potrà essere calata, per esempio, sul territorio senza tenere conto
di valutazioni ed interessi locali.
La protezione civile
potrà essere organizzata da Roma e potrà intervenire anche nelle
ricostruzioni post-disastro (ripetendo l’esito nefasto
dell’esperienza dell’Aquila, altro che Modello Friuli); perfino
le regole del governo del territorio (e l’urbanistica)
potranno essere decise dallo Stato con grave scacco per le autonomie
locali e, in particolare, per i Comuni.
Ma,
dirà qualcuno, avremo più efficienza e meno costi! Non c’è
alcuna prova che le cose andranno così. Sulle
infrastrutture strategiche, per esempio,
tralasciando, per amor di patria, corruzione e collusioni
politica-affari, lo
Stato italiano ha una delle programmazioni più filo-lobbistiche e
sgangherate al mondo ed è lentissimo nell’attuarla
certamente per mancanza di risorse ma anche perché non è stato
capace di introdurre norme vere ed efficaci di confronto con i
territori, come è, ad esempio, in Francia con il “débat public”.
Inoltre, il costo totale del piano nazionale per le infrastrutture
strategiche (Legge “Obiettivo” del 2001) è di 383,9 md: una
infrastruttura in più (o in meno) equivale spesso, quindi, a decine
di volte il risparmio che si avrebbe con la riforma costituzionale.
Non
guardare al contesto delle politiche e dei flussi finanziari che
stanno dietro certe riforme è come fermarsi alla pagliuzza e non
vedere la trave! Ma andiamo avanti.
Lo
Stato non è mai riuscito, dal 1942 in poi, a
rinnovare la legislazione sul governo del territorio. Aveva
già tutti i poteri per introdurre quei famosi standard uniformi
(che il governo vorrebbe ora introdurre anche nel turismo, nella
sanità ecc.). Perché,
pur potendo, non l’ha fatto? E perché mai dovrebbe fare ora ciò
che non ha fatto per settant’anni?
E
ancora. Lo Stato non ha mai fatto una legge per la prevenzione del
territorio italiano dai rischi (e quotidianamente
ci accorgiamo di quanto, invece, ce ne sarebbe bisogno). Poteva
farlo, eccome! Perché non l’ha fatto?
Verrebbe
da pensare che certi poteri affaristico-lobbistici preferiscano
calamità con danni elevati piuttosto che prevenire e ridurre lutti e
danni di quegli stessi disastri. Qualcuno dirà: d’accordo, lo
Stato italiano sarà anche incapace ma le Regioni cosa hanno fatto?
Le Regioni non hanno sempre fatto del loro meglio è vero! Ma, nei
campi suddetti, hanno legiferato ed operato. In FVG, direi, in
maniera esemplare (senza richiamare il Modello Friuli di
ricostruzione, anche il Piano Urbanistico Regionale è stato, per
decenni, un esempio di scuola). Se
passa questa riforma, quindi, pensando che certe materie saranno
sottratte al controllo dei territori e portate a Roma, c’è
veramente da mettersi le mani nei capelli.
Verrà meno, cioè, ogni necessario bilanciamento tra poteri diversi
che, nell’interesse generale, è la premessa di maggiore
trasparenza, sostenibilità ed anche efficienza delle politiche e
della spesa.
Come
non bastasse, per evitare che qualcosa sfugga al suo controllo, lo
Stato introduce anche la “clausola
di supremazia”,
secondo la quale lo Stato potrà intervenire ed appropriarsi anche di
materie non sue quando lo richieda “la tutela dell’unità
giuridica ed economica della Repubblica” (sic!).
Conosco
la facile obiezione: ma tutto questo riguarda solo le regioni
ordinarie perché le speciali, con la legge di modifica
costituzionale, sono protette dalla “clausola
di salvaguardia” che le tutela fino alle
”intese” (con chi?) per la revisione degli Statuti! Gli
apologeti locali del Sì stanno dicendo, cioè, che noi, in piena
solitudine, non solo salveremo la nostra specialità ma avremo
addirittura la “grande opportunità”, rivedendo lo statuto, di
ampliarla. Valerio Onida, presidente emerito della
Corte Costituzionale, in una sua recente conferenza a Udine,
organizzata dall’Associazione Friuli Europa, ha sostenuto che si
stratta di strumenti di difesa e peraltro precari e momentanei. Ma
è evidente a tutti che, se nell’ottanta per cento del territorio
italiano (nelle regioni ordinarie, cioè), si torna ad uno Stato
centralista, è
impensabile che un gruppetto di “speciali”, pur volenterose,
siano capaci, da sole, di traguardare addirittura le nuove mete del
costituzionalismo europeo. Nulla si può escludere,
per carità. Ma è certamente assai più logico e probabile che, con
l’accentramento di poteri contenuta nel Titolo V e con la
famigerata clausola di supremazia, si determini, anche se a tappe, il
ritorno di un comando e controllo statale su tutti i territori
regionali.
Per
cui, delle due l’una: o si sta con Roma o con le autonomie!
O si vota Sì, ma non si deve spacciare per grande opportunità
quella che sarà la sconfitta storica del regionalismo italiano,
oppure si ritiene che la marcia solitaria delle “speciali”, in un
deserto neo-centralista, non è credibile e, quindi,
si difende il regionalismo italiano nel suo complesso e si vota no.
PROF.
SANDRO FABBRO
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Il
documento a firma del Prof. Sandro Fabbro è stato pubblicato
mercoledì 26 ottobre 2016 sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO
di Udine (pagina 1 e seguito a pagina 7).
La
Redazione del Blog ringrazia il Prof. Sandro Fabbro per averle
concesso la pubblicazione della sua ottima analisi.
Il grassetto e la colorazione sono della Redazione del Blog.
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Il Prof. Sandro Fabbro
è docente presso l'Università di Udine. Dal 1995 tiene corsi di
Pianificazione territoriale, di Politiche urbane e territoriali e di
Tecnica Urbanistica presso i Corsi di Laurea in Ingegneria Civile ed
in Ingegneria dell'Ambiente e delle Risorse e di Urbanistica presso
il Corso di Laurea in Scienza dell'Architettura.