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martedì 15 agosto 2017

IL SETTIMANALE DELL'ARCIDIOCESI DI UDINE, "LA VITA CATTOLICA", ERA UNA VOCE "FUORI DEL CORO". LO SARA' ANCORA?


 
 
 
"LA VITA CATTOLICA"

UN SETTIMANALE “FUORI DEL CORO”:

LO SARA' ANCORA?

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Da sito “GIORNALISTI Italia”

(Il giornale dei giornalisti)

http://www.giornalistitalia.it/udine-ha-bisogno-della-sua-vita-cattolica/

 
Il settimanale diocesano nato nel 1926
è vivo e vegeto, altro che da “rottamare” 

Udine ha bisogno della sua “Vita Cattolica” 

 
Scritto da Roberto Pensa il 08/01/2016


UDINE – Un progetto concepito 90 anni fa può essere ancora d’attualità oggi, quando uno dei verbi più di moda è «rottamare»? Se guardiamo alla storia de «la Vita Cattolica» dobbiamo rispondere senza dubbio di sì. Un giornale così era sicuramente necessario e atteso in quel lontano 10 gennaio del 1926 quando il primo numero uscì (appena 4 pagine, ma il primo passo di una avventura che ha cambiato la storia del Friuli), ma è altrettanto necessario per l’oggi del popolo friulano.

Tempi difficili, sia quelli di ieri che quelli di oggi. All’alba del 1926, sulla diocesi di Udine che cercava di lasciarsi alle spalle le conseguenze della terribile Grande Guerra, incombeva quello scontro di ideologie che avrebbe funestato tutto il resto del «secolo breve». Ai primi fermenti socialisti nelle campagne e nelle fabbriche faceva da contrappunto la rapida ascesa dell’ideologia fascista.

Un manipolo di laici (il nostro settimanale diocesano, infatti, non nasce come espressione della Curia o del clero, ma dall’intuizione dell’Azione Cattolica diocesana) decise che, in quel frangente (e in quelli ben più tragici che sarebbero venuti, e che i più intellettualmente accorti già presentivano), non si poteva lasciare campo libero alla propaganda dei ben finanziati mass media liberali e massonici, e nemmeno al movimentismo fascista e socialista. Non poteva mancare la voce dei cattolici friulani. E questi due aggettivi, nell’intuizione dei fondatori, andavano necessariamente a braccetto.

Così vedeva, infatti, «la Vita Cattolica», il suo primo direttore, don Olivo Comelli: «Una rassegna dei più importanti avvenimenti religiosi, sociali e politici dal punto di vista cattolico, avuto riguardo di quelli che più interessano il nostro Friuli». Occorreva certo una voce cattolica, ma era altrettanto necessario che ciò si realizzasse «da friulani», a partire dalle peculiarità della nostra cultura, della nostra lingua friulana, della struttura sociale di un Friuli legato alla terra e ad un tessuto di piccole comunità e paesi.
C’erano molti dubbi sul fatto che l’impresa potesse riuscire. Ma
il giornale andò e divenne protagonista nell’opinione pubblica friulana. Oggi possiamo dire che «la Vita Cattolica» ha tenuto fede con onore per 90 anni al suo mandato fondativo. Tenne testa come si poteva al fascismo; lanciando messaggi di umanità e di speranza nel futuro preparò, sotto il tallone del Terzo Reich, il momento della liberazione; difese nel dopoguerra la libertà dal pericolo di una nuova ideologia totalitaria; seguì la rinascita del Friuli ma anche il dramma e le esigenze dei tanti emigranti; denunciò l’emarginazione e l’arretratezza delle campagne e della montagna. Le grandi battaglie per una ricostruzione post-terremoto rispettosa della cultura e della storia delle comunità coinvolte, per la nascita dell’Università del Friuli, per la tutela della lingua e della cultura friulana, per una informazione Rai meno triestinocentrica, per difendere il territorio da progetti di mero sfruttamento economico sono le grandi perle di questa lunga storia. Senza dimenticare il quotidiano impegno per far emergere nelle cronache la vivace vita delle comunità cristiane e delle «periferie», come direbbe Papa Francesco, a partire dalla montagna e dai piccoli paesi.

Battaglie, queste ultime, tutte ancora attuali. Anche le grandi conquiste del ‘900 per i friulani, sono oggi costantemente minacciate da orientamenti culturali, economici e politici che le mettono costantemente in discussione. Una visione prevalente sostiene che alla globalizzazione si può rispondere solo con l’accentramento verticistico dei poteri decisionali, la riduzione dell’autonomia decisionale dei poteri locali, siano essi politici che economici.

Le riforme istituzionali in atto, che diminuiscono la rappresentanza democratica e cancellano il Friuli suddividendolo in 17 entità amministrative privandolo di una unitaria espressione istituzionale, e quelle economiche che vanno all’attacco di ciò che resta dell’autonomia finanziaria locale (le Banche di credito cooperativo), ne sono una efficace espressione.

L’autonomia dell’Università del Friuli e la sua rispondenza all’originaria missione di riscatto dopo le distruzioni del terremoto, la promozione e la tutela della lingua e delle cultura friulana, il tema dell’informazione pubblica Rai sbilanciata verso Trieste, la difesa delle comunità locali alle quali si deve il «miracolo» di una vincente ricostruzione post-terremoto, sono tutte sfide apertissime.
E accanto ad esse altri grandi nodi stanno arrivando al pettine: la pesante denatalità, che rischia di far letteralmente scomparire il popolo friulano; l’eclisse della famiglia, da sempre culla e motore dell’identità friulana, sempre più fragile e confusa con altre forme di convivenza caratterizzate da ben minore forza progettuale e stabilità; la nuova emigrazione, che vede la nostra gioventù (spesso il fior fiore, la parte meglio formata e più motivata) prendere la strada di qualche paese estero, privando il Friuli di forze e intuizioni essenziali; la desertificazione della montagna, una parte tanto rilevante per gli equilibri del Friuli, non solo per incidenza geografica ma anche culturale e sociale.

Per tutte queste sfide, e per tante altre, garantiamo ai friulani il nostro impegno. Tutto ciò è ispirato e rafforzato dal nostro essere settimanale della Chiesa Udinese, dalla nostra prima missione: far sì che il messaggio del Vangelo di Gesù Cristo, che ha permeato così a fondo la storia e la cultura del Friuli, continui ad operare in mezzo a noi e ad orientare le scelte della nostra società.

Si potrebbe obiettare che, nell’era di internet, c’è un sufficiente pluralismo di opinioni da rendere superfluo questo impegno informativo della Chiesa Udinese. Ma ciò solo in apparenza e superficialità: i numeri dell’informazione in Friuli-V.G. parlano di un sostanziale duopolio (i quotidiani del gruppo Espresso e i notiziari della Rai), ma che a causa della tendenza dell’informazione pubblica ad accodarsi alle gerarchie di notizie scelte da «Piccolo» e «Messaggero Veneto», somiglia spesso a un monopolio.

Chi vuole leggere qualcosa «fuori dal coro», sia sulla carta stampata che sul web, ha a disposizione «la Vita Cattolica» e non molto altro. Sempre meno, perché la gravissima crisi dell’editoria ha spento molte voci e altre rischiano di dover tacere nel breve periodo. Anche la nostra voce ha bisogno più che mai del sostegno dei suoi lettori, economico tramite gli abbonamenti e gli acquisti in edicola, ma ancor di più attraverso un costante confronto di idee, che oggi ha a disposizione molti canali sul web e sui social network.

Il Friuli ha bisogno de «la Vita Cattolica» e il settimanale diocesano, in questi tempi difficili, ha bisogno più che mai di lettori attenti e partecipi. Come fu in quel lontano e difficile 1926.


ROBERTO PENSA

8 gennaio 2016
 
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Un articolo a firma di Roberto Pensa, fino a pochi giorni fa Direttore responsabile  del settimanale della Arcidiocesi di Udine, "LA VITA CATTOLICA", oggi rimosso dall'incarico.
 
Lo abbiamo trovato in rete pubblicato dal sito www.giornalistitalia.it  l'8 gennaio 2016.  Un articolo che ci  è piaciuto molto e che condividiamo pienamente: per questo abbiamo scelto di farlo conoscere anche a chi segue il nostro Blog.

Lo vogliamo considerare l'EDITORIALE di saluto del dr. Roberto Pensa ai suoi lettori. L'ultimo in ordine di tempo dei tanti suoi ottimi Editoriali pubblicati per sette anni in prima pagina, e continua a pagina 3, su La Vita Cattolica .  
 
"Chi vuole leggere qualcosa «fuori dal coro», sia sulla carta stampata che sul web, ha a disposizione «la Vita Cattolica» e non molto altro", scriveva Roberto Pensa l'8 gennaio 2016.
 
Sarà così anche in futuro o la nuova linea editoriale del settimanale «la Vita Cattolica» ora guidato da Monsignor  Guido Genero, tradirà i "laici cattolici friulani" che nel 1926 hanno voluto creare "una voce libera e fuori del coro"?
 
 
LA REDAZIONE DEL BLOG 
 
 
 

lunedì 7 agosto 2017

RIMOSSI ROBERTO PENSA, DIRETTORE DEL SETTIMANALE "LA VITA CATTOLICA", E MARCO TEMPO DIRETTORE DELL'EMITTENTE DIOCESANA "RADIO SPAZIO"


Rimossi i direttori di Vita Cattolica e Radio Spazio 103, cura dimagrante della Diocesi di Udine. 

IL COMITATO PER L'AUTONOMIA E IL RILANCIO DEL FRIULI  


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RICEVIAMO DA

BEPI (GIUSEPPE) AGOSTINIS
 
E PUBBLICHIAMO
 
 
Con molta amarezza ho letto sul settimanale “La Vita Cattolica”, il licenziamento del direttore Roberto Pensa e del direttore di “Radio Spazio”, emittente diocesana, Marco Tempo, con la scusa di mancati introiti pubblicitari. Io leggo ogni settimana il giornale con tutta la sua abbondante pubblicità, quindi non mi pare che manchi.

Io frequento e leggo il giornale settimanalmente, in quanto sono un collaboratore con le rubriche prima “La Cjargno e vîf” ed ora con “Storie de art in Friûl”. Quindi ho avuto contatti, in particolare con il direttore Pensa, che è stato sempre pronto anche con altre mie iniziative (lettere al direttore), per quanto riguarda la valorizzazione del Friuli.

Lui era sempre pronto con scritti (vere battaglie) su tutto quello che riguardava la salvaguardia del Friuli. I suoi editoriali erano sempre precisi, puntuali e schietti, senza peli sulla lingua, e venivano letti con molta attenzione e approvati dai lettori che gradivano molto queste sue prese di posizione.

Un direttore che se anche non parla friulano, ama molto questa terra, e direi molto di più di certi friulani che si considerano tali perché sono nati in Friuli, ma non lo amano: basta vedere il “bell’esempio” che dà la gran parte dei nostri rappresentanti in Consiglio Regionale.

Personalmente penso che i due direttori erano troppo legati al Friuli, quindi la loro voce senz’altro avrà dato fastidio ai piani alti della politica regionale che sappiamo avere i mezzi per poter cambiare le carte a loro favore: basta mettersi d’accordo, in questo caso con i piani alti della chiesa locale.

Come cristiano, penso ai due padri di famiglia, con relativa prole, che da un giorno all’altro si sono trovati senza lavoro e quindi mi domando: dov’è la carità cristiana nei piani alti del clero?
 

Bepi (Giuseppe) Agostinis

Udine, 6 agosto 2017
 
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domenica 19 marzo 2017

DOPO IL DISASTRO UTI, "PARLAMENTO DEL FRIULI SUBITO"

 
 
 
 
 
Copertina del settimanale
dell'Arcidiocesi di Udine
LA VITA CATTOLICA
di mercoledì 15 marzo 2017
 
a pagina 4, 5, 6 e 7 "SPECIALE"
 
"Si pensa già al post Uti,
la riforma Panontin
non riesce a decollare"
 
Servizi a cura di Roberto Pensa
 
 
 
 
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DOPO IL "DISASTRO" UTI
(UNIONI TERRITORIALI INTERCOMUNALI)
 
"PARLAMENTO FRIULANO SUBITO"
 
 
Non possiamo che essere d'accordo con quanto espresso da Daniele Gleria - Sindaco di Paularo, Mario Anzil - Sindaco di Rivignano Teor, il prof. Mario Bertolissi -  docente ordinario di diritto costituzionale all'Università di Padova, Mario Pezzetta - Presidente dell'ANCI regionale, prof. Sandro Fabbro (professore associato di Tecnica Urbanistica e Pianificazione Territoriale all'Università di Udine) e Roberto Pensa - Direttore responsabile del settimanale La Vita Cattolica, nello SPECIALE del settimanale La Vita Cattolica, e i tanti sindaci friulani e della provincia di Trieste ormai "super-stufi" del caos amministrativo prodotto dalla pessima riforma regionale enti locali nr. 26/2014 e dei continui ricatti  di dubbia costituzionalità dell'Assessore regionale Paolo Panontin che evidentemente ha l'ordine di IMPORRE a ogni costo i carrozzoni burocratici chiamati "Uti".   
 
L'ente regione - ormai con dimensioni elefantiache - va snellito e i processi amministrativi vanno RESTITUITI ai due distinti territori in cui è composta la regione Friuli-VG: il FRIULI e la città di TRIESTE con i Comuni del Carso triestino. 
 
I due territori devono poter autogovernarsi separatamente sul piano amministrativo nel mentre la regione - unita - deve ritornare all'origine, ossia ad essere un organismo che esercita il potere legislativo e  avente compiti e funzioni di solo indirizzo (proposta ANZIL già sottoscritta da migliaia di cittadini e respinta dalla politica partitica regionale che vuole accentrare tutto nel capoluogo regionale).   
 
Scrive Roberto Pensa nel suo Editoriale di mercoledì 15 marzo:
 
"(...) Un organismo di area vasta, come le Uti, dovrebbe saper fare due cose: ridurre i costi di gestione dei servizi e saper costruire una strategia per lo sviluppo del proprio territorio. Ebbene, come "La Vita Cattolica" afferma con forza fin dal momento in cui Debora Serracchiani ha inserito questo progetto  nel suo programma elettorale, le Uti non sono in grado di fare né questo né quello (....). La riorganizzazione dei servizi, inoltre, non imponeva di espropriare i comuni delle relative funzioni per affidarle alle Uti. I piccoli municipi potevano essere obbligati a svolgere insieme i servizi ma mantenendone il controllo (...). Il terremoto di oggi si chiama crisi economica e occupazionale. Il Friuli può vincere ancora la sfida della ricostruzione se oggi, come nel 1976, avrà in mano gli strumenti per esercitare davvero la propria autonomia e non 17 inutili carrozzoni burocratici chiamati Uti
 
Roberto Pensa"
 
 
 
PERFETTAMENTE D'ACCORDO!! 
 
LA REDAZIONE DEL BLOG 
     
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LEGGI ANCHE:
 
 
 


martedì 25 ottobre 2016

RIFORMA COSTITUZIONALE - "LA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA" NON TUTELA L'AUTONOMIA SPECIALE!!


 
 
RIFORMA COSTITUZIONALE
RENZI-BOSCHI

"LA CLAUSOLA
DI SALVAGUARDIA"

NON TUTELA
L'AUTONOMIA SPECIALE!!


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Dal sito internet del settimanale dell'Arcidiocesi di Udine, LA VITA CATTOLICA


 
 
POKER CON LE RIFORME:
 
IN PALIO LA SPECIALITA'
 
 
Dall' Editoriale a firma di Roberto Pensa
pubblicato il 12 ottobre 2016
sul settimanale LA VITA CATTOLICA
 
 

"(...) Nel testo della riforma costituzionale su cui saremo chiamati ad esprimerci il 4 dicembre, c’è scritto ben altro, purtroppo. È vero, c’è una «clausola di salvaguardia» delle attuali autonomie speciali: la riforma costituzionale non si applica alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome «fino alla revisione dei rispettivi statuti sulla base di intese con le medesime Regioni e Province autonome»

Il problema è che, una volta raggiunta l’intesa, su base paritaria, ad approvarla dovrà essere il Parlamento, e in particolare quel Senato delle autonomie in cui saranno maggioranza schiacciante i rappresentanti delle Regioni Ordinarie, non teneri rispetto ai maggiori poteri delle Speciali, vissuti come privilegi. Ogni senatore potrà proporre emendamenti all’intesa, che la maggioranza potrà approvare a suo piacimento. (…)"
 
Roberto Pensa

Direttore Responsabile del settimanale "LA VITA CATTOLICA"
 
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sabato 27 febbraio 2016

DOMANDA: C'E' ANCORA UN FUTURO PER IL FRIULI?


DOMANDA:
 
C'E' ANCORA UN FUTURO 
PER IL FRIULI? 

RISPOSTA: 

 SI, C'E' ANCORA UN FUTURO
PER IL FRIULI!!! 


Se i cittadini  delle province di Pordenone, Udine e Gorizia "pretenderanno" di essere trattati dai  partiti politici italiani che governano a Trieste e a Roma, e dalle Istituzioni pubbliche regionali, in primis Giunta  e Consiglio regionale, come cittadini e non come sudditi e riprenderanno "nelle loro mani" il "loro" destino senza lasciarlo ancora nelle mani di chi si crede l'ILLUMINATO/A e considera l'autonomia e il decentramento decisionale una bestemmia.... 

La Redazione del Blog
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Da l'Editoriale a firma di Roberto Pensa pubblicato sul settimanale LA VITA CATTOLICA il 24 febbraio 2016, prima pagina e segue a pagina 3:

Editoriale

di Roberto Pensa

(direttore responsabile del settimanale
dell'Arcidiocesi di Udine
La Vita Cattolica - Ud)

 
6 maggio, Mattarella
non a Trieste, ma a Gemona


Non ci erano certo necessarie le imbarazzanti esternazioni dell'assessore regionale alla Cultura, Gianni Torrenti, per capire l'essenza delle riforme istituzionali in itinere in Regione e ancor più l'impostazione culturale ad esse sottesa: l'autonomia e il decentramento decisionale visti come un intralcio all'azione “riformatrice” del centro (considerata, per autodefinizione, illuminata). Non quindi le considerazioni da campagna elettorale dell'assessore triestino ci inquietano, ma piuttosto un'altra sorprendente notizia. Il 6 maggio 2016 il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, commemorerà il terremoto del Friuli a....Trieste.

Qui infatti è prevista la seduta straordinaria del Consiglio regionale che rievocherà gli eventi del 1976 e l'epopea della ricostruzione (…).
 
Se fossimo in una regione come tutte le altre sarebbe così. Invece siamo in una realtà duale (Friuli e Venezia Giulia), e questo ha un peso anche per le istituzioni.

(…) suona davvero surreale che la commemorazione di una tragedia che ha strappato un migliaio di vite umane e la celebrazione di una ricostruzione che oggi offre lo splendido volto di paesi rinati senza aver perso il loro volto tradizionale, venga fatta nell'asettica aula legislativa, lontanissima dai fatti. E' come se l'annuale celebrazione dello sbarco in Normandia fosse fatta sulla Costa Azzurra, o il ricordo delle vittime di Marcinelle lontano da quei cunicoli di polvere nera (…).

La geografia, specie quando si parla di un terremoto con il suo strascico di morti, distruzioni e lacerazioni, è fondamentale. (...)


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Da l'Editoriale a firma di Roberto Dominici pubblicato sul settimanale LA VITA CATTOLICA il 24 febbraio 2016, prima pagina e segue a pagina 3:


Editoriale 
 
di
 
Roberto Dominici
 
(già Assessore regionale alla Ricostruzione)

 
1976, Stato e Regione

rispettarono il territorio
 
 
Nel corso di questi decenni post-terremoto più volte si è affermato, e giustamente, che la scelta basilare per la ricostruzione del Friuli è stata la attribuzione della competenza a ricostruire alla Regione. E' veramente la “madre” di tutte le scelte che nel loro insieme andranno poi a costituire il cosiddetto “Modello Friuli”, (…).

Perché "madre" di tutte le scelte? Perché senza di essa, senza cioè il potere autonomo di decisione, non avremmo potuto "calibrare" gli interventi ricostruttivi secondo le esigenze che il territorio esprimeva. (...).

Nel nostro caso si è trattato di una autentica novità poichè prima, di fronte a grandi calamità, lo Stato manteneva in capo a se stesso ed alle sue strutture, la competenza ad intervenire. 
 
Tra lo Stato, la Regione e gli Enti Locali non si è avuta confusione di ruoli. Vi è stata, in questo modello triangolare, una collaborazione piena e rispettosa delle competenze di ciascuna istituzione (...)
 
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E QUESTA L'OPINIONE

di SERGIO CECOTTI

(ex sindic di Udin e
ex President di regjon) 


Radio Onde Furlane

TRASMISSION RADIOFONICHE

DRET E LEDRÔS

di sabide 22.02.2016
 
 
La metude in discussion

 dal Friûl
 
e la riforme da lis UTI
 

Buine scolte!

Buon ascolto!
 
 
 
 
Interviste a Sergio Cecotti

 
cu la partecipazion di:
 
Ferdinando Ceschia - Sindacalist
 
Elena D'Orlando - Professore universitât di Udin di dirit costituzionâl
 
Federico Simeoni - Conseîr provinciâl (Udin) 
 
 

venerdì 11 dicembre 2015

"AUTONOMIA SOTTO ASSEDIO" di GIORGIO CAVALLO



Autonomia

sotto assedio


di

GIORGIO CAVALLO


La discussione sul futuro della nostra regione si sviluppa su due fondamentali livelli: tra specialisti, o che si ritengono tali, e tra la gran massa dei cittadini che respirano informazioni e sensibilità semplificate.

Mi riferisco a questa seconda vasta categoria di cui probabilmente dipenderà anche il futuro del Friuli-Venezia Giulia sia per il comportamento nel voto referendario sulle modifiche della costituzione, se ci sarà, sia per l'appoggio o meno che verrà dato nelle eventuali mobilitazioni per la revisione dello Statuto speciale del F-VG.

Allo stato attuale sono piuttosto pessimista su questo futuro perché nella pubblica opinione generica, anche grazie all’egemonia di organi di informazione sia a livello italiano che regionale, stanno passando due messaggi:
  • che le regioni hanno fallito nella loro azione di governo, dilapidando risorse in quelle normali ma soprattutto in quelle speciali, compreso il F-VG, e non sono state in grado di combattere adeguatamente contro la crisi economica e la devastazione del sistema produttivo ed occupazionale;
  • che, nello specifico nella Regione F-VG, considerando l’insieme delle amministrazioni pubbliche, si spenda molto di più di quanto competerebbe in base al prelievo fiscale. Su questo in particolare si è distinto il Messaggero Veneto  le cui elaborazioni sono state anche riprese da autorevoli organi di stampa “nazionali”.
In realtà nessuna di queste argomentazioni avrebbe la conseguenza logica di eliminare le Regioni, ed in particolare la nostra, ma questo è ormai una percezione diffusa e lo stesso direttore del Messaggero Veneto Cerno ha cominciato a preoccuparsi di esserne il portavoce e magari si è accorto che esiste ancora qualche voce, nel caso la Vita Cattolica, che cerca di raccontare meglio ciò che sta succedendo. 

Ma sono proprio i ragionamenti sopra riportati ad essere devianti e profondamente sbagliati anche nella interpretazione dei numeri:
  • è vero: il F-VG non è stato in grado di reagire efficacemente alla crisi ed i suoi dati macroeconomici, PIL innanzitutto e difficoltà del settore manifatturiero, sono impietosi. E va anche detto che la politica regionale non è in grado di esprimere legislazione ed amministrazione a misura dei tempi. Quindi nessun alibi per chi ha governato in questi anni. Ma vivaddio, il bilancio regionale, tra contributo della Regione e degli Enti Locali al risanamento della spesa pubblica e riduzione di entrate proprie per norme statali che incidono su queste come gli 80 euro famosi, ha avuto una riduzione di oltre 1 miliardo di euro all’anno, che, essendo spesa, corrisponde di fatto ad un -3% del PIL annuale. Improvvidi gli amministratori regionali a farsi tagliare in questa misura (e accollarsi in toto la sanità e la terza corsia dell’autostrada) ma è anche vero che ben difficilmente si può recuperare PIL riducendo drasticamente la spesa pubblica. Non siamo la Grecia ma il concetto è quello.
  • l’altra narrazione è falsa: non è vero che il calcolo del residuo fiscale ed i CPT (conti pubblici territoriali) dimostrano che in regione il pubblico spende più di quanto incassa.

    Se
    Ermano e Bressan
    quando hanno presentato i loro numeri sul Messaggero Veneto avessero controllato meglio le fonti si sarebbero accorti che nella contabilità delle amministrazioni pubbliche vengono calcolate (per il 2013) spese di 1,2 miliardi per la difesa e per la sicurezza, fatte sì nel territorio regionale ma per una funzione di carattere generale (il Trentino e il Sud Tirolo in tali voci non raggiungono i 0,4 miliardi di euro) ma soprattutto in quei conti c’è una cifra esorbitante di interessi pagati in Regione (3,5 miliardi) di cui la gran parte 2-2,5 miliardi di euro sono quanto lo stato paga alle Assicurazioni Generali, la cui sede legale è a Trieste, per i bond italiani da essa detenuti e che nel 2013 hanno oscillato tra i 58 ed i 54 miliardi. 

Come si può vedere i numeri si lasciano facilmente manipolare e anche i CPT sono di difficile verifica: tra l’altro la contabilità del 2013 indicherebbe che nel sistema pubblico allargato, dove sono comprese le imprese locali e nazionali fornitrici di servizi ai cittadini ed alla comunità, vi è in Regione F-VG un attivo di 1,5 miliardi di euro, che quindi farebbe andare in forte positivo il saldo finale. Tutto da verificare sugli apporti delle singole voci come per i conti che riguardano il residuo fiscale effettuati dalla CGIA di Mestre o da Eupolis Lombardia, e che comunque sono positivi per il F-VG pur in una situazione che peggiora di anno in anno a causa della crisi.

L’utilizzo di queste armi numeriche per rilanciare il centralismo statale come risolutore dei nostri problemi in una prospettiva futura è una manipolazione che peraltro non mette in conto che livelli di corruzione, esasperazione di spese pubbliche, incapacità politica risiedono in misura sicuramente superiore, perlomeno per quanto ci riguarda, nella macchina legislativa, amministrativa e giurisprudenziale dello stato, e che quindi l’indicazione di un unico criminale in questo frangente è una pura operazione ideologica.

I nostri problemi ci sono, e sono dei macigni, ma è sempre meglio puntare al rispetto del principio di sussidiarietà che alla magnanimità del principe.


Giorgio Cavallo


Udine 30 novembre 2015

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Il documento a firma di Giorgio Cavallo è stato pubblicato sul settimanale dell'Arcidiocesi di Udine LA VITA CATTOLICA , a pagina 8, giovedì 3 dicembre 2015, con il Titolo "3,7 miliardi in Difesa e Bond".  

Ringraziamo Giorgio Cavallo per averci concesso la pubblicazione della sua ottima analisi che dimostra indiscutibilmente come sia in atto un chiarissimo strumentale attacco giornalistico e politico alla nostra autonomia speciale.


La Redazione del blog


sabato 21 novembre 2015

RIFORMA ENTI LOCALI: LA REGIONE VIOLA LO STATUTO DI AUTONOMIA E LA COSTITUZIONE ITALIANA!



RIFORMA ENTI LOCALI

"PANONTIN/SERRACCHIANI"

LA REGIONE VIOLA

LO STATUTO DI AUTONOMIA

E LA COSTITUZIONE ITALIANA!

 
Art. 11, primo comma, 
dello Statuto di autonomia speciale:   

La Regione esercita normalmente le sue funzioni amministrative delegandole alle Province ed ai Comuni, ai loro consorzi ed agli altri enti locali, o avvalendosi dei loro uffici.

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COSTITUZIONE ITALIANA
(omissis)

LE REGIONI, LE PROVINCIE, I COMUNI
  ART. 114.


La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i princìpi fissati dalla Costituzione.

Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento.

http://www.quirinale.it/qrnw/statico/costituzione/pdf/costituzione.pdf
 
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Dal sito on-line del settimanale
LA VITA CATTOLICA

  
Nei Comuni friulani

non si muoverà foglia

 
che Trieste non voglia?


25.10.2015
 

Negli anni passati, quando con facilità (fasulla) si parlava di federalismo, la speranza degli autonomisti era quella di una Regione "leggera" che impostasse le politiche di sviluppo del Friuli-Venezia Giulia e di Comuni finalmente liberi di decidere dove spendere i fondi di loro competenza secondo progetti che rispondono ai programmi presentati ai loro cittadini e dei quali poi i sindaci dovranno rispondere presentandosi al giudizio degli elettori. Cosa che attualmente non avviene, perché di fatto, attraverso una miriade di leggi e di riparti di settore (per non parlare delle norme finanziarie "ad personam" per singoli comuni e progetti), la Regione ha un fortissimo potere gestionale, che invece secondo lo Statuto di autonomia dovrebbe essere esercitato dagli enti locali.

Con la riforma Panontin delle autonomie locali questo cambierà?

L'assessore lo aveva assicurato in modo enfatico nel luglio scorso quando fu approvata la riforma della finanza locale: "Finalmente le Amministrazioni comunali potranno ricominciare a fare politica e a programmare con un arco temporale adeguato i loro interventi sul territorio". Insomma una rivoluzione federalista. E' così? La riforma ha sicuramente il grande merito di superare il criterio della "spesa storica" (sulla base del quale, ad esempio, Trieste prende più finanziamenti del Friuli) e vede come soggetto fondamentale le Uti (Unioni territoriali intercomunali) togliendo una notevole fetta di potere ai singoli comuni. Su questo però l'assessore Panontin era stato chiaro: "Come Giunta regionale siamo infatti convinti che sia necessario strutturare i Comuni con dimensioni di scala funzionali all'erogazione dei servizi, perché - e lo dico con le parole del presidente nazionale dell'Anci, Piero Fassino - è inutile rivendicare autonomie che poi non si è in grado di gestire". E fin qui possiamo accettare il ragionamento di Panontin, pur osservando che purtroppo i vertici delle Uti non sono scelti dai cittadini col voto e quindi nessuno potrà democraticamente esprimersi sul loro operato.
C'è però dell'altro che lascia perplessi in una visione di sussidiarietà. Panontin lo ha illustrato in giunta venerdì scorso 23 ottobre. "La riforma della finanza locale - ha spiegato Panontin - prevede che Regione ed Enti locali stipulino annualmente un'intesa per lo sviluppo, un accordo che, a regime, è destinato a precedere temporalmente la legge finanziaria, e definisce le grandezze finanziarie generali da destinare agli Enti locali e la loro destinazione di massima". Se si parla di destinazione di massima, ciò potrebbe ancora rientrare in un ruolo di indirizzo della Regione. Ma poi Panontin aggiunge: "L'intesa sarà annuale, con proiezione triennale, in base al trend di andamento delle entrate pubbliche e definirà, in primo luogo, potenzialità da sviluppare e criticità da superare; in secondo luogo definirà gli eventuali vincoli da rispettare; infine definirà la partecipazione di ciascun livello di governo all'attuazione delle politiche concertate, ovviamente sulla base di rispettive competenze e potenzialità". Insomma la Regione metterà bocca su tutto: fino a che punto? Se per i vertici di una Uti le potenzialità del territorio da sviluppare prioritariamente sono alcune mentre la Regione pensa che siano altre, quale punto di vista prevarrà? Tra i "vincoli da rispettare" ci può essere anche l'indicazione che un investimento va fatto in un comune dell'Uti ("amico" politicamente, magari....) piuttosto che in un altro?
Non vorremmo che passasse ancora il motto: "Nei Comuni friulani non si muove foglia che l'amministrazione regionale a Trieste non voglia"
ROBERTO PENSA


(Roberto Pensa - direttore responsabile del settimanale della Arcidiocesi di Udine, LA VITA CATTOLICA)