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sabato 24 febbraio 2018

REGIONE FRIULI-VG: "2008-2018, FINE DELLA CRISI O FINE DI UN TERRITORIO?" di Prof. SANDRO FABBRO


Udine, Piazza Libertà, con in primo piano la bandiera del Friuli

Foto di Roberta Michieli 

 
REGIONE FRIULI-VG
 

2008-2018: fine della crisi

o fine di un territorio?

Una via credibile per uscire

da una situazione disastrosa.


di Sandro Fabbro
 

Sono passati dieci anni dal fatidico anno di avvio di una crisi lunga e severa. La nostra regione ed il Friuli in particolare, l’hanno subita duramente. Ma ne stiamo uscendo? E se sì, ne stiamo uscendo bene? Importanti soggetti pubblici e privati diffondono messaggi molto rassicuranti: “Il Friuli corre più del Veneto”, titolava il 24 gennaio il MV a presentazione di un rapporto, corredato anche da commenti entusiastici di alcuni analisti economici, sulla buona performance delle 500 imprese regionali più grandi. Un altro rapporto, quello della Regione sul mercato del lavoro 2017, segnala che, non solo siamo tornati al tasso di occupati del pre-crisi (non importa se con lavori più precari e saltuari e con un monte ore lavorate del tutto inferiore), ma, addirittura, che le imprese stanno cercando lavoratori e non li trovano (per ben 20mila posti di lavoro sembra). Ma agli analisti economici, alla stampa e, soprattutto, alla Regione non dovrebbe sfuggire che la “ripresa” del FVG, se c’è, vale per una parte minima del territorio e delle imprese regionali (prevalentemente imprese esportatrici) ma non per tutto il tessuto produttivo (91mila imprese attive nel 2016) né per tutto il sistema sociale e territoriale regionale che continua, invece, a registrare una “contrazione” strutturale nel suo complesso e, in alcune sue parti, anche molto severa. Il dato vero, cioè, è che, se la crisi si sta ritirando, ciò avviene, in FVG, troppo in ritardo, più lentamente della media nazionale e lasciando indietro parti importanti di società, di territorio e di economie locali. Il Pil regionale, dopo anni di valori negativi e peggiori della media nazionale (-8,2% in FVG, dal 2008 al 2016, a fronte del -6,8% in Italia, ma dove il Trentino Alto Adige è invece cresciuto di quasi il 3%), si è portato, negli ultimi anni, sopra lo zero ma, nel 2016, è cresciuto appena dello 0,5% a fronte di un Pil nazionale cresciuto dello 0,9%. L’occupazione, a partire dal 2014, anno del picco negativo, ha cominciato a riprendersi ma con una velocità inferiore a quella nazionale (al 17° posto, tra le regioni italiane). Dopo i numeri negativi degli anni prima, nel 2016 abbiamo perso ancora, a saldo, altre 642 imprese! Ma ciò che deve preoccupare di più chi guarda alla tenuta complessiva del sistema FVG, è l’emergenza demografica determinata dai quattro flagelli biblici che operano ormai congiuntamente: denatalità, invecchiamento, spopolamento e nuova emigrazione. C’erano anche prima della crisi, certo. Ma l’esodo di persone verso l’estero, in particolare di giovani, in percentuale pari al doppio di quella italiana (rapporto Italiani nel Mondo, 2016) e indici di vecchiaia ormai tra i più alti d’Europa, sono decisamente peggiorati a seguito della crisi. I “danni” di dieci anni di crisi, stanno, quindi, diventando “cronici” e di “sistema” e stanno assumendo un carattere permanente e pervasivo. L’impoverimento economico si sta trasformando, cioè, in degrado del “capitale territoriale” complessivo (umano, ambientale, insediativo) e ciò rende, quei danni, più difficilmente rimovibili.
La prima cosa da fare è, quindi, non esaltarsi al primo indicatore positivo né tantomeno sparare proposte a casaccio ma capire bene le ragioni di questo stato di cose.
Prima di tutto, bisogna capire perché il FVG sia andato peggio della media italiana e ne stia uscendo più lentamente. Non credo, come si è sostenuto per anni, che il sistema produttivo regionale abbia particolari colpe. O almeno non ne ha in misura superiore ad altre aree e regioni. Guardiamo invece cosa ha fatto la Regione. In questi dieci anni di crisi, le politiche regionali sono rimaste pressoché quelle storiche ma con meno risorse e con investimenti sul territorio ridotti della metà (in FVG, ben un miliardo di investimenti pubblici in meno, stima la CGIA di Mestre) che, messi nei settori giusti, ne potevano attivare altri due o tre di privati. La Regione, cioè, prima non ha “visto” la crisi e poi, quando l’ha vista, non l’ha contrastata. In una prima fase cioè, diciamo fino al 2011, l’ha rimossa (l’obiettivo principale era ridurre il debito regionale e non tanto rilanciare l’economia). Poi, dal 2011, ha accettato, senza fiatare, le pesanti contribuzioni che i governi nazionali, a vario titolo, le hanno imposto e che ne hanno decurtato, di diversi miliardi, la capacità di spesa (si vedano i dati presentati, nel convegno AFE del 3 marzo 2017, dall’ex consigliere regionale G. Cavallo e disponibili in rete, ma anche quanto sostiene, nel suo sito web, G. Moretton, già vicepresidente della Regione FVG nella Giunta Illy). La Regione, cioè, pur sapendo che la crisi imperversava, non l’ha contrastata! E non l’ha fatto perché ha “dovuto” contribuire (sembra in misura doppia rispetto a quanto le sarebbe spettato di dare), al risanamento del debito pubblico nazionale. Doveva farlo? E proprio in quella misura? E contro gli interessi della regione? Una risposta ora non risolverà i danni prodotti negli anni ma almeno chiarirà che, dietro i nostri problemi di oggi, non c’è un destino cinico e baro ma ci sono colpe politiche e personali ben precise che potevano essere assolutamente evitate.
La conclusione è che, quel differenziale di emergenza demografica e socioeconomica e di ritardo nell’uscita dalla crisi di cui si è detto sopra, sono dovuti ad una mancata risposta, alla crisi, nei tempi e nei modi dovuti, da parte di chi ha governato la Regione Autonoma FVG.
Con che diritto, quindi, le maggioranze di centro-destra e di centro-sinistra, responsabili di questo “decennio perduto”, parlano di Autonomia, se non l’hanno usata per contrastare la crisi in atto? Con che diritto propongono nuove politiche di sviluppo (da “fabbrica 4.0”, alla salvifica “nuova via della seta”; dal rilancio della filiera turistica a quella agroalimentare ecc.) se, prima di tutto, non si chiedono perché siamo andati peggio della media nazionale e perché stiamo uscendo tardi e male dalla crisi? Senza risposta a queste domande ogni proposta preelettorale sulle nuove politiche socioeconomiche regionali va rigettata perché evasiva o salottiera. Poniamo, invece, noi queste domande ai prossimi candidati alla presidenza della Regione e imponiamo, come autonomisti, una nostra agenda politico-economica credibile. L’unico serio programma di fuoriuscita dalla crisi è quello che: a. prima di tutto ristabilisce la verità delle cose e chiarisce perché oggi il FVG non può vantare performance simili a quelle del Trentino AA; b. si pone seriamente il problema di ripristinare in pochi anni (per evitare la cronicizzazione dei problemi) le necessarie condizioni di base –in primis demografiche e di coesione sociale e territoriale- per ripartire. A tal fine, un massiccio e tempestivo piano straordinario di investimenti (da finanziare fermando l’emorragia finanziaria verso lo stato, richiedendo indietro almeno parte del maltolto e attivando tutte le risorse pubbliche e private che si possono attivare) destinato a rendere più sicuro, efficiente e attrattivo, il nostro territorio, può generare migliaia di nuovi posti di lavoro per giovani, donne e disoccupati.
 
Udine, 20 febbraio 2018
 
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Il Prof. Sandro Fabbro, che ringraziamo per averci concesso la pubblicazione della sua precisa e puntale analisi economica e politica, è docente presso l'Università di Udine. Dal 1995 tiene corsi di Pianificazione territoriale, di Politiche urbane e territoriali e di Tecnica Urbanistica presso i Corsi di Laurea in Ingegneria Civile ed in Ingegneria dell'Ambiente e delle Risorse e di Urbanistica presso il Corso di Laurea in Scienza dell'Architettura.

La Redazione del Blog
 

 

mercoledì 17 gennaio 2018

"LA PROGRAMMAZIONE DELLE UTI. MA DOV'E' LA RIFORMA?" di PROF. SANDRO FABBRO


LA PROGRAMMAZIONE

DELLE UTI.

MA DOV’È LA RIFORMA?

di

SANDRO FABBRO
 

16 gennaio 2018


Qualche anno fa ho sostenuto che le Unioni Territoriali Intercomunali (le famose UTI), per come erano nate e per come erano configurate, non costituivano un nuovo e utile livello di governo del territorio. Il recente piano di investimenti triennale (cfr. MV del 9 gennaio 2018) mi conferma tale ipotesi.

L’Intesa di qualche giorno fa, tra Regione e UTI, per 147 milioni di euro in tre anni, permette infatti di fare una prima valutazione dell’utilità delle UTI dal punto di vista programmatico. Si tratta di ben 265 interventi per una media di 120 euro/abitante, 550mila euro a intervento (costo, per capirsi, di una rotatoria stradale), 680mila euro per Comune (costo di una rotatoria un po’ più grande), 8ml per ciascuna UTI. Le dotazioni medie unitarie non sono quindi significative ma potevano comunque innescare una riqualificazione della spesa regionale sul territorio. Se si guarda al tipo di interventi ed alla loro dimensione reale, si scopre, invece, che si tratta di interventi -tutti magari utili-, ma che potevano essere realizzati benissimo dai Comuni (con gli opportuni supporti di personale tecnico, eventualmente). Gli interventi previsti sono, infatti, più numerosi dei Comuni e, per la gran parte, puntiformi: rotatorie e incroci sulla viabilità ordinaria; manutenzioni straordinarie, ristrutturazioni di edifici comunali, riqualificazioni di impianti sportivi, sempre comunali; piccoli percorsi ciclopedonali; recuperi di singoli edifici storici. All’apparenza, nulla di negativo, certo. Ma dov’è l’area vasta? Solo nel “Friuli centrale”, in quella della Carnia e in quella delle Dolomiti friulane, si nota qualche timida intenzionalità di intervento più ampio e sistematico. Per il resto le proposte sono tutte di scala esclusivamente comunale. Le poste più consistenti si trovano naturalmente nelle opere viarie (rotatorie e incroci) e su alcuni interventi di sistemazione idrogeologica (5ml a per un tratto di costa a Muggia) o sugli impianti sportivi (4ml per un intervento nella “Bassa friulana”). Ma si tratta sempre di opere di interesse strettamente comunale.

Dunque, qual è la ratio di questo piano di investimenti triennali di “area vasta” visto che si tratta di opere al 90% minuscole e di interesse comunale? Dove sono, per esempio, l’autosufficienza energetica, la gestione dell’acqua a fini idroelettrici, la mobilità sostenibile ed il trasferimento modale dall’auto al trasporto pubblico, i servizi alle famiglie e soprattutto alla residenzialità di anziani e giovani, la riqualificazione delle aree degradate o abbandonate, gli interventi per la sicurezza idrogeologica e l’adattamento al cambiamento climatico, e, perché no, le nuove opportunità di lavoro e occupazione che ne possono derivare? Mi si dirà: “ma i 265 interventi comporteranno anche numerosi cantieri”. Certo! Ma sono cantieri che potevano essere aperti anche dai Comuni (assicurando, ai più piccoli, le strutture tecniche per poterlo fare). Quindi, dov’è la riforma delle UTI se i Comuni sono stati espropriati di proprie “naturali” competenze che potevano esercitare da soli?

La conclusione che si potrebbe trarre da questa prima analisi è che, in questa programmazione, non si vede alcuna riforma della spesa pubblica regionale sul territorio e non si vede neppure un “progetto di territorio” da parte della Regione. Come sostenevo qualche anno fa : ”Le 18 UTI della legge regionale 26/2014 non sono né aggregazioni dal basso (anche se la maggioranza dei Comuni vi ha aderito senza particolari resistenze) né aree vaste strutturate per politiche di sviluppo territoriale perché sono troppe e perché “alcune Unioni includono comuni “esterni” al sistema locale e altre escludono comuni da sempre “interni” al sistema locale. I Comuni si sentono inoltre “espropriati” di loro competenze, a vantaggio delle Unioni, mentre la Regione, di suo, ci ha messo molto poco. L’idea di territorio che emerge da queste UTI è, quindi, quella di un territorio fatto di comunità locali un po’ artificiali, destinate a gestire servizi comunali in riduzione e senza alcuna capacità di incidere sul futuro dei territori” (MV del 21/12/2015). L’analisi fatta in precedenza conferma questa posizione espressa in tempi non sospetti.

Per la prossima legislatura bisognerà pensare ad una drastica revisione delle UTI. È oggetto di discussione se rendere facoltativa l’adesione. Ma, in ogni caso, bisognerà ridurle di numero, modificarne, dove non funziona, la composizione e soprattutto rivederne a fondo la missione, nella direzione, in primis, di restituzione di funzioni (e adeguate capacità operative) ai Comuni e di forte trasferimento, alle UTI, di poteri e competenze oggi accentrati nella Regione.

Prof. Sandro Fabbro

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Il documento a firma del Prof. Sandro Fabbro è stato pubblicato come Post su "Facebook - Patto per l'autonomia”, il 16 gennaio 2018.
 
La Redazione del Blog ringrazia il Prof. Sandro Fabbrodocente dell'Università di Udine – per averle concesso la pubblicazione della sua ottima  e condivisibile analisi politica.  
 

LA REDAZIONE DEL BLOG

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DOCUMENTI
 
 
Legge regionale  Friuli-VG 26/2014
 
CAPO II
 
 COSTITUZIONE DELLE UNIONI TERRITORIALI INTERCOMUNALI
 
Art. 5
 (Unioni territoriali intercomunali)
 
1. Le Unioni territoriali intercomunali sono enti locali dotati di personalità giuridica, aventi natura di unioni di Comuni, istituiti dalla presente legge per l'esercizio coordinato di funzioni e servizi comunali, sovracomunali e di area vasta, nonché per lo sviluppo territoriale, economico e sociale. (....)
 
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Sentenza della Corte Costituzionale
nr. 50 del 2015
 

Il D.Lgs. 267/2000 definisce le Unioni di Comuni come un ente locale, ma la sentenza della Corte costituzionale n. 50 del 2015 ha chiarito che si tratta di una "forma istituzionale di associazione tra Comuni" e non un nuovo ente locale.

 
Copia/incolla dalla Sentenza della Corte costituzionale nr. 50 del 2015:

« Tali unionirisolvendosi in forme istituzionali di associazione tra Comuni per l’esercizio congiunto di funzioni o servizi di loro competenza e non costituendo, perciò, al di là dell’impropria definizione sub comma 4 dell’art. 1, un ente territoriale ulteriore e diverso rispetto all’ente Comune – rientrano, infatti, nell’area di competenza statuale sub art. 117, secondo comma, lettera p), e non sono, di conseguenza, attratte nell’ambito di competenza residuale di cui al quarto comma dello stesso art. 117. »
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DOMANDA
 
Le UTI non sono dunque un ente locale (come da sentenza della Corte Costituzionale nr. 50/2015) e  neppure "un ente territoriale ulteriore e diverso rispetto all'ente Comune" (come da sentenza della Corte Costituzionale nr. 50/2015).
 
Quando la Giunta  Serracchiani terrà conto di questa importante sentenza della Consulta che definisce la natura giuridica/costituzionale delle Unioni dei Comuni (UTI da noi in regione) e modificherà conseguentemente la L.R. 26/2014 istitutiva delle UTI? 
 
LA REDAZIONE DEL BLOG   
 

domenica 22 ottobre 2017

REGIONE FRIULI-VG. "UNA REGIONE PIEGATA DA DIECI ANNI DI CRISI. QUALI GLI EFFETTI PERMANENTI?" DI PROF. SANDRO FABBRO



Regione Friuli-Vg

 
10 ANNI DI CRISI

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Pubblichiamo di seguito il testo integrale, a firma del prof. Sandro Fabbro, dell'analisi della crisi in cui versa da 10 anni la regione Friuli-Venezia Giulia.

Una rielaborazione di questo documento, sempre a firma del prof. Sandro Fabbro, è stata pubblicata dal quotidiano Il Messaggero Veneto, domenica 15 ottobre 2017 a pagina 15 con il titolo “Nascite a picco, tanti giovani all'estero. In Friuli va peggio che nel Veneto”.

La Redazione del Blog ringrazia il prof. Sandro Fabbro per averle concesso la pubblicazione del testo integrale della sua ottima e precisa analisi.


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Una regione piegata da dieci anni di crisi. Quali gli effetti permanenti?

di Sandro Fabbro (*)
 

Nei paesi occidentali, dall’Australia alla Svizzera, passando per gli Usa e la Germania, ci sono centinaia di “regioni in contrazione” (si vedano gli studi dell’Ocse). Sono, per semplificare, l’altra faccia, quella perdente, della globalizzazione. Sono regioni moderne e dove certo non si vive male, ma dove dinamiche negative della popolazione si combinano con gli effetti recessivi della crisi economica degli ultimi dieci anni portando a situazioni di abbandono e disparità socio-economica, tra regioni ma anche tra aree interne alla stessa regione, che generano rischi e squilibri permanenti di varia natura. I tentativi di costruire politiche “anti-contrazione” non sono molti ma tutti puntano a rivedere radicalmente ogni aspetto delle politiche sociali, economiche e territoriali interne ed esterne alle regioni interessate.

La cattiva situazione demografica credo che ponga già, il FVG, tra le cosiddette «regioni in contrazione»: il tasso di crescita naturale della popolazione è da tempo negativo e colloca il FVG al 19esimo posto (su 20 regioni) in Italia. L’invecchiamento è quasi il doppio rispetto alla media europea. Lo spopolamento di città (Trieste: -26% e Gorizia -17% in 40 anni) e della montagna friulana (-30% circa, a seconda delle delimitazioni, in 40 anni), continua. Ma ciò che preoccupa di più oggi è l’emigrazione dei giovani migliori. La nuova emigrazione registrata all’anagrafe italiana residenti estero (Aire), è raddoppiata in Italia dal 2006 al 2015 ed è composta per la maggior parte da giovani. Questa però, in FVG, è pari al doppio (14%) di quella del Veneto (7%) e molto superiore alla media italiana (8%). Il FVG, quindi, non solo si spopola ma ha smesso di attrarre popolazione e, ora, anche di trattenere in loco la popolazione residente più giovane. Su questa situazione e in un contesto produttivo che, già dai primi anni duemila, appariva piuttosto statico, si sono abbattuti gli effetti della crisi e della successiva recessione. E’ la regione del nord Italia che ha perso più Pil dal 2008 al 2015 (-11% a fronte di -8% in Italia ma dove il Trentino AA è cresciuto invece del 2,7) (dati Istat). Ha perso 34 posizioni per livello di Pil pro capite in Europa (è passata, dal 2008 al 2015, dalla 49esima posizione alla 83esima, su 275 regioni europee) (dati Eurostat). Il saldo imprese nate/morte, che fino al 2007 è sempre stato positivo, dal 2007 al 2016 diventa negativo per 7 anni su dieci (anche gli ultimi tre sono negativi): è una perdita complessiva di 6mila imprese (7% delle imprese regionali) (dati Unioncamere) che costituisce, a meno che non ci sia stato un grande processo di concentrazione che ha assorbito, in poche grandi, una marea di piccole imprese (ma di cui non ci siamo accorti), una perdita secca di capitale imprenditoriale e che forse non era tutto da buttare. Il saldo occupazionale (differenza tra assunzioni e cessazioni), nel periodo 2008-2016, è sempre negativo. Ma in FVG è anche molto peggio della media italiana (-3,8% in FVG; - 1,4% in Italia) e, in provincia di Udine, è peggiore (-6,5%) delle regioni del mezzogiorno (-5,9%) (dati Istat). Il giudizio finale che diamo qui forse contrasta con la narrazione dominante secondo cui vivremmo nel migliore dei mondi possibile, ma non è un’opinione, è un fatto: siamo andati peggio della media italiana e siamo crollati rispetto alle precedenti posizioni in Europa!

I fondamentali, quindi, non paiono essere per nulla a posto: meno reddito, meno imprese, meno occupati ma anche meno qualità ed attrattività complessiva del territorio.

Se il FVG è, oggi, diversamente dai primi anni duemila, una «regione in contrazione” (e di ciò, sia chiaro, non siamo qui a rallegrarcene, anzi), la prognosi è di una regione più vecchia e meno dinamica; meno capace di innovazione; con un territorio meno attrattivo e più vulnerabile ai rischi (del cambiamento climatico ma anche di immigrazione incontrollata) e più costoso da gestire. E dove anche la politica rischia di avvitarsi su sé stessa perché, più passa il tempo, più diventa difficile reagire a questa situazione, rendendo inevitabili peraltro i conflitti tra territori per accaparrarsi i pezzi di una torta in riduzione!

Ci vorrebbe più di uno studio o di un convegno per capire quali siano le cause a cui attribuire questa situazione. Ma non credo sia per colpa di un infausto destino. Da calcoli pubblicati e basati per la gran parte sulle relazioni di parificazione del bilancio regionale da parte della Corte dei Conti (**), si può constatare che, nel periodo 2011-2017, si somma, a quanto detto, anche una enorme contrazione della spesa pubblica degli enti locali e del bilancio regionale che raggiunge mediamente i 1,4 miliardi l’anno. Tutti soldi, in un modo o nell’altro, trattenuti o trasferiti allo Stato per risanare il suo debito. E’ una spesa mancata, in regione, pari a circa 10 md di euro che è, si badi, pari al doppio di quello che ci sarebbe spettato in termini di peso demografico nel Paese e che potrebbe spiegare la perdita di diversi dei punti di PIL regionale avvenuta in questi anni e la posizione, del FVG, peggiore della media italiana.

Ammesso di poter essere ancora in tempo per reagire alla “contrazione”, cosa dovremmo fare? Non ci sono ricette miracolose ma, in un prossimo articolo, cercheremo di provare a rispondere a questa domanda.

Prima di tutto, però, una domanda più generale è d’obbligo: c’è, almeno in potenza, la volontà politica necessaria per reagire? Al momento viene da dire di no, perché, se si continua a negare che una crisi sia mai esistita o a dire che, se è esistita, ha riguardato tutti senza differenze e che comunque oggi ne siamo brillantemente fuori, è chiaro che nessuno si impegnerà mai per una, comunque molto impegnativa, politica anticrisi e tutti, da una parte e dall’altra, preferiranno “tirare a campare” anche se, a parole, dandosele di santa ragione. Non volendo riconoscere prima il male, anche una cura diventa ovviamente inconcepibile.

(*) Sandro Fabbro è professore di politiche urbane e regionali presso l’Università di Udine




PROF. SANDRO FABBRO

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I colori e il grassetto sono della Redazione del Blog.

 

giovedì 24 agosto 2017

"IL FRIULI - VENEZIA GIULIA" TRA GLI SCONFITTI DELLA CRISI, di SANDRO FABBRO


 
 
IL FRIULI -VENEZIA GIULIA

TRA GLI SCONFITTI DELLA CRISI

di

Sandro Fabbro



L’Istat ha appena annunciato che il Pil crescerà, su base annua, dell’1,2% il che significa lo 0,1% in più rispetto alle previsioni. Ciò sembra bastare al governo per annunciare trionfalmente che siamo in pieno rilancio economico (e “fuori dalla crisi”).
 
Cosa dovrebbe mai dire la Spagna dove si avrà una crescita, per il terzo anno consecutivo, superiore al 3%! Ma, al di là delle libere interpretazioni macroeconomiche, i dati trimestrali sul PIL nazionale non danno conto degli impatti profondi e locali della crisi. Tali numeri, infatti, se non sono collocati entro la giusta prospettiva temporale e spaziale, rimangono del tutto muti rispetto alle situazioni regionali o ci possono raccontare ogni tipo di storia.
 
Diversamente, i dati Eurostat sul reddito pro capite nelle regioni europee tra 2008 (anno di avvio della crisi) e 2015 (ultimo anno disponibile) danno conto, invece, di divari territoriali che si sono allargati ed approfonditi e di un processo di riposizionamento interno, tra le 276 regioni dell’EU a 28, di vaste proporzioni.
 
Il “reddito pro capite” è un indicatore socio-economico sintetico, certamente discutibile (come tutti gli indicatori) ma ancora unico disponibile per confrontare tra di loro i livelli di benessere relativo di aggregati geografici grandi quanto interi Paesi ma anche, come nel caso in esame, come singole regioni. Se il divario tra l’area dove si ha il reddito pro capite maggiore (“Inner London,” la più ricca, con un reddito pro capite, nel 2008, pari a 3,5 volte quello medio europeo e che diventa, nel 2015, pari a 5,8 volte la media europea) e l’area dove tale valore è il più basso (la regione di Severozapaden, in Bulgaria, dove si ha un valore, nel 2008 e anche nel 2015, pari solo allo 0,3 della media europea) si è infatti allargato enormemente, è però nelle situazioni intermedie che troviamo importanti ed inaspettati cambiamenti.
 
Questi riguardano anche il FVG che, nel 2008, si collocava al 49.mo posto della graduatoria europea del reddito pro capite (su 271 regioni dell’EU a 27) ma che, nel 2015, registra un peggioramento della propria posizione e non di poco! E’ infatti scivolato bruscamente di più di trenta posizioni portandosi all’83.mo posto (sulle 276 regioni dell’EU a 28). Questo dato testimonia dell’impatto reale della crisi in FVG più di tanti numeri del tutto autoreferenziali.
 
Il FVG, cioè, pur collocandosi in una posizione che rimane, anche se di poco, superiore al valore medio europeo, perde, nel periodo considerato, molte posizioni a vantaggio di altre regioni che invece, nonostante la crisi, hanno migliorato le loro posizioni: non solo molte regioni tedesche e polacche registrano importanti avanzamenti ma anche regioni più vicine a noi e più direttamente comparabili con il FVG, registrano tutt’altra performance: la Provincia di Trento migliora addirittura la sua posizione passando, nella graduatoria europea, dal 43.mo al 39.mo posto e meglio ancora fa quella di Bolzano che sale di ben dieci posizioni, mentre la Carinzia, che partiva dal 97.mo, arriva al 70.mo posto. Non si può dire, quindi, che la performance negativa del FVG dipenda da condizioni strutturali oggettive quali la piccola dimensione territoriale o demografica.
 
Su questo punto, semmai, i dati presentati sollevano altre domande intriganti: i successi della Provincia di Trento (e ancor più di Bolzano), da una parte, e del Land della Carinzia, dall’altra, dimostrerebbero che non è vero che “il piccolo non è più bello” (e quindi efficiente, competitivo ecc.) e che, per superare la crisi, alle piccole regioni non rimarrebbe altro che andare verso una sistematica ”reductio ad unum” e cioè verso l’eliminazione di realtà intermedie e minori e l’aggregazione spinta verso l’alto di istituzioni ed organizzazioni (come si è cercato di fare in FVG negli ultimi anni). Per capire le cause della “sconfitta” del FVG bisognerà certo indagare più a fondo, ma, intanto, non possiamo non annoverare il FVG tra i “vinti” e non certo tra i “vincitori” della crisi.

La “narrazione” della crisi e delle sue soluzioni, tuttavia, a casa nostra, continua ad essere del tutto autocelebrativa. Se un certo “ottimismo della volontà” può anche essere comprensibile, continuare invece a proporre una lettura tutta positiva dello stato della regione, come fanno le autorità politiche regionali, appare, alla luce dei citati dati europei, non solo sbagliato ma anche fuorviante perché non permette di collocare l’asticella delle sfide future al giusto livello di impegno.
 
Non si può, peraltro, sperare in un serio confronto pre-elettorale, in vista delle elezioni regionali del 2018, senza che il dibattito pubblico sia preventivamente informato sugli esiti reali della crisi. Ma, dopo quasi dieci anni, manca ancora una seria analisi dell’impatto della crisi sul FVG! Istituzioni come la Regione e le Università, dovrebbero porsi, ciascuna secondo la propria missione, questo compito di conoscenza dello stato del territorio regionale (in comparazione con le altre regioni europee) e le forze di opposizione dovrebbero pretenderlo perché, se la gravità della situazione fosse quella qui prospettata, tutti dovrebbero esserne correttamente informati ed anche il dibattito pre-elettorale in regione dovrebbe focalizzarsi, prima di tutto, sui temi dell’impatto territoriale della crisi, sul lavoro e sulle prospettive per i giovani che se ne vanno per mancanza di opportunità. Ma una lettura minimamente condivisa degli esiti della crisi non sembra essere la preoccupazioni principale delle élite dirigenti.
 
Evidentemente fa paura alzare il velo sulla realtà.


Prof. Sandro Fabbro

20 agosto 2017

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L'articolo a firma del prof. Sandro Fabbro – docente all'Università di Udine – è stato pubblicato sul quotidiano il Messaggero Veneto (Udine) domenica 20 agosto 2017 con il titolo “Fvg tra i vinti della crisi. Perdute 34 posizioni nella claffica europea”.

La Redazione del Blog ringrazia il prof. Sandro Fabbro per averle concesso la pubblicazione della sua precisa e puntuale analisi economica/politica.

LA REDAZIONE DEL BLOG

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Il Prof. Sandro Fabbro è docente presso l'Università di Udine. Dal 1995 tiene corsi di Pianificazione territoriale, di Politiche urbane e territoriali e di Tecnica Urbanistica presso i Corsi di Laurea in Ingegneria Civile ed in Ingegneria dell'ambiente e delle Risorse e di Urbanistica presso il Corso di laurea in Scienza dell'Architettura.

 
    

giovedì 3 novembre 2016

REFERENDUM COSTITUZIONALE - " O CON ROMA O CON LE AUTONOMIE" DI PROF. SANDRO FABBRO


REFERENDUM COSTITUZIONALE

O con Roma
o con le Autonomie

di Prof. Sandro Fabbro


Chi ritiene che la riforma costituzionale possa dare più efficienza all’attività parlamentare ha le sue ragioni ma non credo che si possa sostenere, come fanno importanti sostenitori regionali del Sì alla riforma, che questa garantirà anche più autonomia alle regioni speciali.

Questa posizione “botte piena e moglie ubriaca” non è credibile perché, pur basandosi su una lettura attenta del “testo” di riforma trascura completamente l’analisi del “contesto” e cioè delle politiche che sono il luogo vero dell’esercizio dei poteri e della spesa pubblica.

Guardiamo a tre importanti politiche per il territorio: le infrastrutture strategiche, la protezione civile, il “governo del territorio”. Queste, nell’attuale formulazione del Titolo V della Costituzione, sono “co-decise” da Stato e Regioni ma, con la riforma del Titolo V, passano totalmente in capo allo Stato. Una grande infrastruttura di trasporto o energetica potrà essere calata, per esempio, sul territorio senza tenere conto di valutazioni ed interessi locali. La protezione civile potrà essere organizzata da Roma e potrà intervenire anche nelle ricostruzioni post-disastro (ripetendo l’esito nefasto dell’esperienza dell’Aquila, altro che Modello Friuli); perfino le regole del governo del territorio (e l’urbanistica) potranno essere decise dallo Stato con grave scacco per le autonomie locali e, in particolare, per i Comuni.

Ma, dirà qualcuno, avremo più efficienza e meno costi! Non c’è alcuna prova che le cose andranno così. Sulle infrastrutture strategiche, per esempio, tralasciando, per amor di patria, corruzione e collusioni politica-affari, lo Stato italiano ha una delle programmazioni più filo-lobbistiche e sgangherate al mondo ed è lentissimo nell’attuarla certamente per mancanza di risorse ma anche perché non è stato capace di introdurre norme vere ed efficaci di confronto con i territori, come è, ad esempio, in Francia con il “débat public”. Inoltre, il costo totale del piano nazionale per le infrastrutture strategiche (Legge “Obiettivo” del 2001) è di 383,9 md: una infrastruttura in più (o in meno) equivale spesso, quindi, a decine di volte il risparmio che si avrebbe con la riforma costituzionale.

Non guardare al contesto delle politiche e dei flussi finanziari che stanno dietro certe riforme è come fermarsi alla pagliuzza e non vedere la trave! Ma andiamo avanti.

Lo Stato non è mai riuscito, dal 1942 in poi, a rinnovare la legislazione sul governo del territorio. Aveva già tutti i poteri per introdurre quei famosi standard uniformi (che il governo vorrebbe ora introdurre anche nel turismo, nella sanità ecc.). Perché, pur potendo, non l’ha fatto? E perché mai dovrebbe fare ora ciò che non ha fatto per settant’anni?

E ancora. Lo Stato non ha mai fatto una legge per la prevenzione del territorio italiano dai rischi (e quotidianamente ci accorgiamo di quanto, invece, ce ne sarebbe bisogno). Poteva farlo, eccome! Perché non l’ha fatto?

Verrebbe da pensare che certi poteri affaristico-lobbistici preferiscano calamità con danni elevati piuttosto che prevenire e ridurre lutti e danni di quegli stessi disastri. Qualcuno dirà: d’accordo, lo Stato italiano sarà anche incapace ma le Regioni cosa hanno fatto? Le Regioni non hanno sempre fatto del loro meglio è vero! Ma, nei campi suddetti, hanno legiferato ed operato. In FVG, direi, in maniera esemplare (senza richiamare il Modello Friuli di ricostruzione, anche il Piano Urbanistico Regionale è stato, per decenni, un esempio di scuola). Se passa questa riforma, quindi, pensando che certe materie saranno sottratte al controllo dei territori e portate a Roma, c’è veramente da mettersi le mani nei capelli. Verrà meno, cioè, ogni necessario bilanciamento tra poteri diversi che, nell’interesse generale, è la premessa di maggiore trasparenza, sostenibilità ed anche efficienza delle politiche e della spesa.

Come non bastasse, per evitare che qualcosa sfugga al suo controllo, lo Stato introduce anche la “clausola di supremazia”, secondo la quale lo Stato potrà intervenire ed appropriarsi anche di materie non sue quando lo richieda “la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica” (sic!).

Conosco la facile obiezione: ma tutto questo riguarda solo le regioni ordinarie perché le speciali, con la legge di modifica costituzionale, sono protette dalla “clausola di salvaguardia” che le tutela fino alle ”intese” (con chi?) per la revisione degli Statuti! Gli apologeti locali del Sì stanno dicendo, cioè, che noi, in piena solitudine, non solo salveremo la nostra specialità ma avremo addirittura la “grande opportunità”, rivedendo lo statuto, di ampliarla. Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, in una sua recente conferenza a Udine, organizzata dall’Associazione Friuli Europa, ha sostenuto che si stratta di strumenti di difesa e peraltro precari e momentanei. Ma è evidente a tutti che, se nell’ottanta per cento del territorio italiano (nelle regioni ordinarie, cioè), si torna ad uno Stato centralista, è impensabile che un gruppetto di “speciali”, pur volenterose, siano capaci, da sole, di traguardare addirittura le nuove mete del costituzionalismo europeo. Nulla si può escludere, per carità. Ma è certamente assai più logico e probabile che, con l’accentramento di poteri contenuta nel Titolo V e con la famigerata clausola di supremazia, si determini, anche se a tappe, il ritorno di un comando e controllo statale su tutti i territori regionali.

Per cui, delle due l’una: o si sta con Roma o con le autonomie!
 
O si vota Sì, ma non si deve spacciare per grande opportunità quella che sarà la sconfitta storica del regionalismo italiano, oppure si ritiene che la marcia solitaria delle “speciali”, in un deserto neo-centralista, non è credibile e, quindi, si difende il regionalismo italiano nel suo complesso e si vota no.


PROF. SANDRO FABBRO

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Il documento a firma del Prof. Sandro Fabbro è stato pubblicato mercoledì 26 ottobre 2016 sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO di Udine (pagina 1 e seguito a pagina 7).

La Redazione del Blog ringrazia il Prof. Sandro Fabbro per averle concesso la pubblicazione della sua ottima analisi.
 
Il grassetto e la colorazione sono della Redazione del Blog.  

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Il Prof. Sandro Fabbro è docente presso l'Università di Udine. Dal 1995 tiene corsi di Pianificazione territoriale, di Politiche urbane e territoriali e di Tecnica Urbanistica presso i Corsi di Laurea in Ingegneria Civile ed in Ingegneria dell'Ambiente e delle Risorse e di Urbanistica presso il Corso di Laurea in Scienza dell'Architettura.

mercoledì 14 settembre 2016

TERREMOTO - IL "MODELLO FRIULI" DI RICOSTRUZIONE: COSA E' STATO E COSA PUO' ESSERE



TERREMOTO



Il “Modello Friuli” di ricostruzione:

cosa è stato e cosa può essere

di

Prof. Sandro Fabbro

(Università di Udine)



In questi giorni, a seguito del terremoto che ha colpito il centro Italia, si è spesso fatto riferimento al Modello Friuli (MF) della ricostruzione post-terremoto del 1976, come esempio positivo da seguire. L’intensità dei richiami alla positività del MF, operata dalla stampa e dai mezzi di comunicazione, inorgoglisce i friulani e fa certamente ritenere che il MF non sia ancora dimenticato e che possa rappresentare un punto fermo di ineguagliabile valore ed efficacia. Vedremo nelle prossime settimane e mesi se è solo ordinaria retorica post-disastro o se da qui può nascere una nuova consapevolezza. Ma, attenzione alle contraffazioni o alle facili rimozioni tipiche di un’epoca dove dominano retorica e demagogia!

Il 4 maggio 2016 chi scrive ha coordinato, all’Università di Udine, un seminario sul MF invitando a parteciparvi, con proprie testimonianze, alcuni dei più autorevoli tecnici che hanno lavorato alla ricostruzione del Friuli e in particolare: l’ing. Diego Carpenedo, già membro del “Gruppo Interdisciplinare Centrale (GIC) della Segreteria Generale Straordinaria per la Ricostruzione del Friuli” della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia; l’arch. Luciano Di Sopra, incaricato, dalla Regione FVG, della stima dei danni del sisma, consulente di livello internazionale su terremoti e ricostruzioni ed anche teorico del MF; l’arch. Giovanni Pietro Nimis, anche lui membro del GIC e incaricato, come libero professionista, di piani urbanistici di ricostruzione ad Artegna, Gemona del Friuli e Venzone; l’arch. Roberto Pirzio Biroli, incaricato, come libero professionista, della ricostruzione di edifici pubblici e privati e di borghi storici; l’arch. Enzo Spagna, già direttore regionale della Direzione della Pianificazione Territoriale della Regione FVG. Luciano Di Sopra, per problemi di salute purtroppo non riuscì ad essere presente. Poche settimane dopo è poi tristemente mancato privandoci, oltre che della sua lucida e fondamentale testimonianza, anche della possibilità di avere in futuro il suo vigile controllo di qualità sul “marchio” MF.

Il seminario si proponeva di rispondere alla domanda perché tale modello, nonostante la sua eccezionale positività, costituisca ancora un caso unico e non sia ancora stato formalmente assunto a modello di riferimento replicabile (pur con i dovuti adattamenti) alle ricostruzioni post-catastrofe. Nel seminario, è emerso chiaramente che il MF è definibile, prima di tutto, come la combinazione virtuosa di tre essenziali elementi: 1. La implementazione di nuove tecniche per la riparazione antisismica di edifici in muratura; 2. un principio endogeno di ordinamento spaziale della ricostruzione degli insediamenti (il famoso “dov’era e com’era”) reso possibile anche da quelle tecniche; 3. un modello di regolazione delle relazioni (finanziarie, legislative, amministrative) -tra stato, regione ed enti locali-, fortemente decentrato verso il basso e, per certi aspetti, anche rovesciato (dal basso verso l’alto). E’ emerso inoltre che, come processo nel suo insieme, il MF è soprattutto l’esito, non intenzionale, di complesse interazioni -in primis culturali e sociali ma poi necessariamente anche tecniche e politico-amministrative- che si sono generate nel corso dell’azione senza alcun demiurgo al centro ed a monte del processo stesso (non è questa anche l’essenza della democrazia?).

Lo stesso commissario straordinario Zamberletti si è sempre ritagliato un ruolo sussidiario e di grande collaborazione con regione ed enti locali. In termini più sintetici si può dire che il MF si è basato sulla riaffermazione di un ordine spaziale storico, di un metodo di decisione fortemente democratico e decentrato e su tre fasi inevitabili: l’emergenza, gli insediamenti provvisori, gli insediamenti definitivi. Ma il MF ha funzionato perché il potere sul territorio è stato inteso come un potere condiviso dal basso verso l’alto o, diremmo oggi, di “sussidiarietà verticale e orizzontale”. Questo è, in ultimissima analisi, l’etica del MF ed il vero messaggio non solo alle ricostruzioni post-disastro (che, ci auguriamo, siano sempre meno disastrose) ma anche alla attualità del “governo del territorio” e, forse, del “governo” tout court.

Ci si deve domandare, allora, perché, nonostante il suo indubbio successo, il MF sia stato copiato solo per gli aspetti tecnico-costruttivi (diventando norma) e per la fase dell’emergenza (con la “protezione civile”) e non sia mai diventato un modello per le ricostruzioni. La risposta è forse che il MF è difficilmente compatibile non solo con gli ordinamenti spaziali centro-periferia troppo spinti ma anche con ordinamenti politici demagogici o centralistici. Per questo non ha funzionato in Irpinia, dopo il terremoto del 1980, e neppure, più recentemente, all’Aquila (2009), dove lo Stato centrale, ma anche i poteri affaristici, hanno illuso la gente promettendo di passare dalle “tende alle case” con il progetto delle “new town”, purtroppo con gli esiti infelici che sono sotto gli occhi di tutti. Il MF è, in altre parole, un’utopia democratica realizzata! Proprio in forza di ciò, ha moltissimo da insegnare alle ricostruzioni post-disastro attuali e future che continueranno a rendersi necessarie dopo sismi e disastri almeno fino a che non verranno rimosse (nei tempi di qualche generazione, forse) le cause che ne generano gli effetti disastrosi. Bisognerà sostenere però, contro contraffazioni, facili rimozioni o scoop ad esclusivo effetto mediatico (il premier Renzi non viene ad imparare in Friuli ma va in udienza dell’archistar Renzo Piano), che il MF non è meccanicamente riproponibile dall’alto. Non è un modello tecnocratico. Come tale, non avrebbe mai potuto funzionare. La sua efficacia non è garantita perché lo si addotta a parole e magari, con enfasi, in qualche ufficio centrale. Bisogna, prima di tutto, attivare dal basso il tessuto sociale di comunità, famiglie, piccole e medie imprese, prassi questa che non può prescindere, a monte di tutto, da una scelta etica dura ma decisiva. Mai aspettarsi una soluzione dal di fuori: “il destino di un territorio è solo nelle mani di chi lo vive”.

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La Redazione del Blog ringrazia il Prof. Sandro Fabbro, docente all'Università di Udine "di Pianificazione territoriale, di Politiche urbane e territoriali e di Tecnica Urbanistica” presso i Corsi di Laurea in Ingegneria Civile ed in Ingegneria dell'Ambiente e delle Risorse e di Urbanistica presso il Corso di Laurea in Scienza dell'Architettura, per averci concesso la pubblicazione del suo documento già pubblicato dal quotidiano “Il Messaggero Veneto” (pagina 1 e 8 ) mercoledì 7 settembre 2016 con il titolo “Il modello Friuli utopia realizzata”.

Grassetto, colorazione e sottolineatura del testo, sono della Redazione del blog.



domenica 27 dicembre 2015

"LE 18 UTI E L'IMPASSE ISTITUZIONALE" di Prof. Sandro Fabbro


 
 
CON LA RIFORMA REGIONALE

DEGLI ENTI LOCALI

L.r. 26/2014
 
 
SCOMPARE IL FRIULI

A TRARNE VANTAGGIO

E' TRIESTE

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Di seguito pubblichiamo l'articolo apparso sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO (Ud) lunedì 21 dicembre 2015 - prima pagina e “continua” a pagina 9 - con il titolo Con le Uti scompare il Friuli. A trarne vantaggio è Trieste” a firma del Prof. Sandro Fabbro.
 
La Redazione del Blog ringrazia il Prof. Sandro Fabbro per averci concesso la pubblicazione dell'articolo a sua firma.


Le 18 UTI

e l’impasse istituzionale

 
di Sandro Fabbro


Sembra che in Consiglio Regionale si sia riaperto uno spiraglio per discutere come migliorare la legge sull’ordinamento delle autonomie locali, meglio conosciuta come “legge Panontin” o legge delle “18 Unioni intercomunali” (o UTI). Questa riforma, infatti, coraggiosa negli intenti (altri tentativi precedenti erano comunque falliti), si è incartata nel percorso attuativo forse perché ha accumulato troppe criticità di fondo. Ma prima di discutere di miglioramenti è opportuno ripercorrere il dibattito su obiettivi ed esiti di una riforma che, nell’interesse di tutti, va comunque fatta.

Per il riordino dell’amministrazione del territorio regionale, quasi tutte le forze politiche, quale più quale meno, hanno puntato, negli ultimi dieci anni, su un modello duale puro: Regione e Comuni senza Province. Con una visione forse un po’ miope, perché limitata ai soli aspetti di risparmio di spesa pubblica, volevano avere, cioè, solo due livelli amministrativi invece di tre. Ma siccome i comuni sono troppi e spesso troppo piccoli e per governare validamente il territorio si devono raggiungere dimensioni comunali maggiori, per realizzare il modello duale in maniera coerente c’era davanti solo una strada: promuovere forti aggregazioni comunali dal basso, ovvero arrivare a 60/70 macro-comuni aggregati con vere e proprie “fusioni” (è, peraltro, anche la proposta della Società Geografica Italiana nel suo rapporto 2014). Si tratta comunque di una strada lunga e difficile e che implica anche i referendum comunali sulle fusioni (dall’esito sempre incerto).

Con la legge 26 del 2014 si è perseguito invece un modello “dall’alto” e “non puro”, chiamiamolo «2 e ½ o 2 e 3/4» e cioè Regione + Comuni + 18 unioni comunali (le UTI). E’ il risultato che ci si poteva aspettare?

Le 18 UTI della legge regionale 26/2014 non sono né aggregazioni dal basso (anche se la maggioranza dei Comuni vi ha aderito senza particolari resistenze) né «aree vaste strutturate per politiche di sviluppo territoriale». Sono troppe e, escluso Trieste, sono senza polarità forti: Udine, Pordenone e Gorizia sono depotenziate ed «amputate» di parti significative dei loro tradizionali hinterland. Non possono essere, quindi, «motori di sviluppo» territoriale. Alcune unioni, inoltre, includono comuni “esterni” al sistema locale; altre escludono comuni da sempre “interni” al sistema locale. I Comuni si sentono “espropriati” di loro competenze, a vantaggio delle Unioni, mentre la Regione, di suo, ci ha messo molto poco. L’idea di territorio che emerge da queste UTI è, quindi, quella di un territorio fatto di comunità locali un po’ artificiali destinate a gestire servizi comunali in riduzione e senza alcuna capacità di incidere sul futuro dei territori. Il Friuli, nel frattempo, con una sorta di rimozione freudiana -di cui nessuno sembra essersi accorto-, come istituzione è scomparso (ridotto solo ad una «assemblea di comunità linguistica»).

Le 18 UTI, valide a tavolino, nella verifica pratica si sono dimostrate un “tertium non datur” perché non perseguono efficacemente né la coesione dal basso né la competitività territoriale promossa dall’alto.

Fanno emergere, invece, tre criticità serie:

a. le UTI riaggregano solo poteri comunali;

b. solo Trieste, come area vasta, si rafforza (e giustamente ambisce ad essere “città metropolitana”) mentre Udine, Gorizia e Pordenone si indeboliscono (basta guardare i dati degli abitanti delle relative unioni).

c. il Friuli, spacchettato in numerose UTI, sparisce dalle carte della geografia istituzionale.

La riforma Regione-autonomie locali, coraggiosa negli intenti, alla fine si è impantanata in soluzioni sostanzialmente burocratiche ed autoritarie: priva di un progetto di territorio, fa pagare la riforma solo ai comuni e la impone anche con la forza. E’ chiaro che la somma di queste criticità produce lo stallo nel quale siamo finiti e il Friuli, intanto, non ha più alcuna rappresentanza istituzionale (con buona pace degli autonomisti alla Tessitori, Pasolini, D’Aronco ecc.)! Ma una riforma delle istituzioni del territorio riguarda tutti e per lungo tempo e, quindi, ricercare un più ampio consenso non è un optional ma un dovere.

Si può quindi fare qualcosa per correre ai ripari anche se in extremis? La politica regionale, nel suo complesso, dovrebbe esprimere una mossa coraggiosa, capace di superare l’impasse, di modificare giochi contrapposti e di allargare il consenso alla riforma. Ma come? Torniamo alle alternative che abbiamo discusso all’inizio. O dal territorio, dai sindaci sostanzialmente, nasce la proposta di un percorso per arrivare in poco tempo ad un certo numero di fusioni che porti a 60-70 macro-comuni (ma questa, temo, sia una soluzione un po’ complessa e che richiederebbe una riforma completamente diversa). O si deve cambiare approccio ed immettere «risorse» nuove (non necessariamente finanziarie) nella riforma in essere. Prima di tutto andrebbe rimosso l’approccio burocratico ed autoritario per sostituirlo con un approccio che ricrei fiducia reciproca tra Regione e territori. Bisogna, cioè, dare un senso a queste Unioni! Ci vorrebbe un progetto strategico che, per me, non può che essere di “rigenerazione del capitale territoriale” (come spiegherò in un prossimo libro).

Sulla base di un progetto strategico condiviso (e non di operazioni a tavolino) si devono poi assicurare ai territori:

a. più garanzie sulle grandi invarianti identitarie e storico-culturali;

b. più «diritti» territoriali (riconoscimento di particolari valenze strategiche o criticità ambientali);

c. più poteri, più strumenti amministrativi, più personale (trasferendoli dalla Regione!) per promuovere nelle Unioni “piani di rigenerazione territoriale”.

Solo un progetto strategico, allora, potrebbe riequilibrare la forza coercitiva dell’alto e far uscire le Unioni (magari riviste un po’ nei confini e ridotte di numero) dallo stallo in cui le ha cacciate una visione troppo burocratica. Ma c’è tempo e c’è, soprattutto volontà politica per una operazione di questo genere? A questa domanda non spetta certo a me rispondere.

Rimane comunque aperto il problema istituzionale del Friuli che merita una soluzione sua propria ma che ormai non può certo darsi nel contesto di questa riforma amministrativa.



Prof. Sandro Fabbro

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Il Prof. Sandro Fabbro è docente di Tecnica e Pianificazione Urbanistica presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura dell'Università degli Studi di Udine.