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giovedì 1 novembre 2018

QUANDO IL REGIME FASCISTA CANCELLO' IL FRIULI....



REGIONE FRIULI

Quando il REGIME FASCISTA
cancellò il FRIULI
dai libri di scuola e dalle carte geografiche...

Il “TRIVENETO” non esiste! Non esistono “LE VENEZIE”! 
 
Esistono SOLO la regione Veneto, il Trentino (Tirolo di lingua italiana/ladina), il Tirolo di lingua tedesca/ladina (prov. di Bolzano), il Friuli, Trieste e l'Istria!

BASTA BUGIE!!

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Da “Venezia Giulia La Regione inventata” a cura di Roberta Michieli e Giuliano Zelco – Casa editrice Kappa Vu – pag. 96-97:

LA STORIA “DIMENTICATA” IN UN CASSETTO di Giuliano Zelco


"Un lutto in famiglia. Apri un cassetto dove un familiare a te caro ha conservato i ricordi della sua giovinezza. Spuntano due carte geografiche stampate durante il ventennio. E' la storia dimenticata riappare con tutta la sua attualità. Spurgata dalle troppe bugie del revisionismo storico di oggi. Ve le presentiamo perchè la storia non può essere letta a capitoli ma solo nella sua interezza. E queste due carte rappresentano i capitoli che oggi si vogliono nascondere (…)”

CARTA NR. 1
 
 
 
(…) La data successiva al 1929 è certa (…) per cui questa carta è stampata in pieno regime fascista. Mentre si possono leggere i nomi Istria, Alto Adige, Trentino, è invece sparito il nome Friuli. Non piaceva al regime fascista. La regione storica e geografica Friuli in questa carta è stata inglobata parte nella Venezia Giulia (Friuli orientale) e parte nella Venezia Euganea (Friuli occidentale e centrale). Venezia Giulia, Venezia Euganea e Venezia Tridentina, tutti nomi di fresca coniazione. Quanto si trovava ad est del confine italo-austriaco del 1866, viene considerato Venezia Giulia, città di Fiume compresa.

(…) Riteniamo che questa sia la carta “tipo” su cui hanno studiato la geografia migliaia e migliaia di studenti italiani durante il ventennio. E' attraverso la scuola ( e con queste carte geopolitiche) che sono transitate e si sono diffuse “invenzioni” come la Venezia Giulia, la Venezia Euganea, la Venezia Tridentina (da cui lo strausato Triveneto). (…)

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COMMENTO

DELLA REDAZIONE DEL BLOG

Quanti di coloro che acquistano una bottiglia di vino "Indicazione Geografica Tipica (IGT) Venezia Giulia" - magari prodotto in Comuni friulanissimi come Cividale del Friuli o Corno di Rosazzo o Casarsa (dove visse anche Pasolini…) - sanno che hanno tra le mani una bottiglia di vino a "Indicazione Geografica Errata"?

E' proprio vero che una bugia, se ripetuta molte volte, può sembrare "la verità", grazie soprattutto alla assenza dello studio della storia e della geografia del Friuli nelle scuole friulane, assenza che non permette spesso ai friulani stessi di conoscere la loro storia pluri-millenaria e conseguentemente di confutare  invenzioni come Venezia Giulia, Isontino, Pordenonese, Destra Tagliamento che cancellano il Friuli e la sua lunghissima storia….
 
Se il regime fascista cancellò perfino il nome Friuli dalle carte geografiche del ventennio (vedi la carta nr. 1 sopra pubblicata); oggi - 2018 - c'è chi continua a cancellarlo inventando  la improbabile  "Camera di Commercio della Venezia Giulia", comprensiva anche di quella parte di territorio della storica Contea di Gorizia rimasta all'Italia dopo la seconda guerra mondiale, ossia di quel territorio che anche l'Impero asburgico chiamava "Friuli"  nei suoi documenti ufficiali e che fino al 2016 corrispondeva alla Provincia di Gorizia….

La Giunta Serracchiani "non ha osato" chiamare l'ex-Provincia di Trieste "UTI della Venezia Giulia" e l'ha chiamata "UTI giuliana", ma c'è un politico che si dichiara friulano (sic!), che ci risulta molto amico del Presidente Fedriga, che ha proposto la creazione di un'area vasta denominata "Venezia Giulia" comprensiva delle ex-provincie di Gorizia e Trieste. Qualcuno gli regali un libro di storia del Friuli, della Contea di Gorizia e dei Conti di Gorizia, feudatari del Patriarca di Aquileia, e soprattutto gli ricordi che il nome "Venezia Giulia" è un'invenzione del nazionalismo italiano datata "domenica 23 agosto 1863", nome poi usato a piene mani dal regime fascista per cancellare  friulani, germanici del Friuli, sloveni e croati e per accreditare come italianissimi territori storicamente plurilingui e  appartenenti a diverse regioni storiche (Friuli, Istria, Trieste, Carniola, Dalmazia) che mai hanno costituito una regione storica e geografica unitaria.

LA REDAZIONE DEL BLOG

lunedì 22 ottobre 2018

25 ottobre 2018 - a Giassico di Cormons, ore 20.30 presso "Casa Riz" - PRESENTAZIONE PETIZIONE CONTRO L'ANNESSIONE DEL GORIZIANO A TRIESTE

 
 
GIU' LE MANI
 
DAL FRIULI ORIENTALE
 
(EX PROVINCIA DI GORIZIA)!!
 
………... 

25 OTTOBRE 2018

 a Giassico di Cormons
 

 

  
ore 20.30 
 
presso "Casa Riz"
 
 
INVITO ALL'INCONTRO
 
VENEZIA GIULIA
LA REGIONE INVENTATA
 
 
CON LA PRESENTAZIONE
 
PETIZIONE CONTRO 
L'ANNESSIONE DEL GORIZIANO 
 A TRIESTE
 
 
 

 
 
a fevelaran / Interverranno:
 

Elena Gasparin
 
Ricuart di Francesc di Manzan - Ricordo di Francesco di Manzano
 

Donato Toffoli
 
Vignesie Julie: une cuistion furlane 
Venezia Giulia: una questione friulana
 
(di/da "Venezia Giulia - La regione inventata" di Roberta Michieli e Giuliano Zelco, ed. KappaVu – 2008)
 
Edoardo Mauri
 
Petizion / petizione
 
"No all'annessione del Goriziano a Trieste"

……….

Incontro/Convegno organizzato da:

"Progetto per Cormons" e "Patrie Furlane" 
  


domenica 7 ottobre 2018

BASTA PULIZIA ETNICA UTILIZZANDO IL NOME "VENEZIA GIULIA" - GIU' LE MANI DAL FRIULI GORIZIANO!


 
 
 
 
BASTA PULIZIA ETNICA

UTILIZZANDO

IL NOME “VENEZIA GIULIA”! 
 
GIU' LE MANI DAL
FRIULI GORIZIANO!  

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Il nome “Venezia Giulia” va cancellato. Lo si è già fatto nel 1947 con le invenzioni “Venezia Tridentina” e “Venezia Propria o Euganea” giustamente relegate nei libri di storia.

"Venezia Giulia" è un nome inventato alla fine dell'800 dal nazionalismo italiano che voleva conquistare a Nord-Est territori allora appartenenti all'Impero asburgico e aveva bisogno di un neologismo che ne giustificasse la conquista da parte del Regno d'Italia.

Il suo inventore, il glottologo ebreo goriziano, Graziadio Isaia Ascoli (nato il 1829 a Gorizia e che si definiva "friulano di Gorizia"), era ben conscio di proporre una "ambiguità preziosa" al nazionalismo italiano e così scrisse il 23 agosto 1863 nel suo articolo pubblicato sulla rivista milanese "L'Alleanza": "E nella denominazione comprensiva  Le Venezie avremo un appellativo che per ambiguità preziosa  esprime in classica italianità  la sola Venezia propria e, quindi potrebbe stare d'ora, cautamente ardito, sul labbro e sulla penna dei nostri diplomatici".

Una cosciente manipolazione e decontestualizzazione di due entità storiche non più esistenti da secoli e da millenni: l'Impero romano e la Repubblica di Venezia. Per “marcare” la conquista da parte di Roma, inventò il nome GIULIA e per ricordare la Repubblica di Venezia, aggiunse il nome VENEZIA.

 Il territorio corrispondente? Un elastico modificabile a piacimento dal nazionalismo italiano.

Celti, Longobardi e il pluri-millenario Patriarcato di Aquileia?
 
Cancellati ancor oggi dal libro di storia su cui studiano a scuola i ragazzi friulani, sloveni e tedeschi che vivono nella nostra regione, che nulla conoscono del loro passato e a cui è stato insegnato a scuola che le lingue proprie del Friuli (friulano, sloveno e tedesco) e di Trieste (sloveno) sono "lingue MINORI" che poco contano. 

Le lingue friulana, slovena e tedesca e le popolazioni autoctone che in regione le parlano? Perseguitate dal 1918! Si "doveva fare gli italiani"!


 
Certo, le leggi di tutela  oggi ci sono, peccato che vengano sistematicamente disattese dalla politica regionale e statale.


 Venezia Giulia, un nome già utilizzato a pieni mani dal regime fascista negli anni 20/30/40 del secolo scorso per cancellare la presenza nella nostra regione di friulani, sloveni e tedeschi che furono anche oggetto di pulizia etnica.

Un nome - ambiguo - che ancor oggi conserva, assieme all'aggettivo "giuliano", tutta la sua  possibile  futura e pericolosa carica irredentistica e proprio per questo dovrebbe essere cancellato in una Europa che vorrebbe essere senza confini. 


Dal sito della associazione “Giuliani nel mondo”

http://www.giulianinelmondo.it/
 

"Chi sono i Giuliani nel Mondo?
Sono gli emigranti di lingua, cultura e nazionalità italiana originari dalle province di Trieste e di Gorizia situate all'estremità Nord-Est dell'Italia gli esuli provenienti dall'Istria da Fiume dalle Isole del Quarnero e dalla Dalmazia (…)"

  
……….

VIETATO

MODIFICARE I CONFINI AMMINISTRATIVI
 IN PRESENZA DI MINORANZE LINGUISTICHE!!

LO IMPONE L'EUROPA

E UN TRATTATO INTERNAZIONALE!!


"(…) Su 25 comuni della ex Provincia di Gorizia, in ben 15 la minoranza friulana è riconosciuta dalla L. 482/99, e tutti 15 aderiscono alla Assemblea della Comunità Friulana. Evidenzio con certezza la violazione dei diritti perché la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio d'Europa, ratificata dall’Italia con la legge n. 302 del 1997 e introdotta come principio anche dalla nostra stessa Regione Autonoma nella legge regionale 29/2007, vieta la divisione amministrativa che, in presenza di minoranze, modifichi le proporzioni della popolazione (…)"

Guido Navarria  - Presidente Assemblea della Comunità Friulana
 


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LA REDAZIONE DEL BLOG
 
 
 

lunedì 1 ottobre 2018

"IL GORIZIANO NON E' TRIESTINO" di DIEGO NAVARRIA


Il Goriziano
 
non è triestino

di Diego Navarria


Da respingere, perché inopportuna e perché contraria alle norme vigenti, la proposta di una Regione “a tre punte” lanciata in quel di Martignacco dal Progetto FVG e dall’ex senatore Ferruccio Saro, coordinatore del movimento civico a sostegno del presidente Fedriga. 
Tre punte significa tre aree vaste o province (Pordenone, Udine e Venezia Giulia), forse tre aziende sanitarie, con l’inglobamento della ex provincia di Gorizia nell’area metropolitana triestina.
Inopportuna perché sarebbe calata dall’alto, approfittando della debolezza numerica e politica del Goriziano che, da antica contea plurilingue e provincia del Friuli orientale o austriaco, verrebbe degradata a marginale e ininfluente periferia di Trieste, senza il consenso della popolazione interessata.
La proposta di unificazione del goriziano a Trieste inoltre violerebbe, se attuata, i diritti della minoranza friulana, con grave discriminazione dei friulani goriziani.
Su 25 comuni della ex Provincia di Gorizia, in ben 15 la minoranza friulana è riconosciuta dalla L. 482/99, e tutti 15 aderiscono alla Assemblea della Comunità Friulana. Evidenzio con certezza la violazione dei diritti perché la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio d'Europa, ratificata dall’Italia con la legge n. 302 del 1997 e introdotta come principio anche dalla nostra stessa Regione Autonoma nella legge regionale 29/2007, vieta la divisione amministrativa che, in presenza di minoranze, modifichi le proporzioni della popolazione.
Pare fin troppo chiara, se tale riforma fosse attuata, la drastica riduzione di peso, per non dire l’annacquamento, dei 15 comuni friulanofoni goriziani nella città metropolitana di Trieste. I comuni di Capriva del Friuli o Mariano del Friuli, per fare solo degli esempi, non è opportuno e non è giusto che da friulani diventino triestini. 

Diego Navarria 
Presidente della Comunità Linguistica Friulana
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La Redazione del Blog ringrazia il Presidente della Comunità Linguistica Friulana, Diego Navarria, per averle concesso la pubblicazione del suo documento con cui non può che concordare.
La denuncia della violazione dei diritti della minoranza linguistica friulana, nell'ipotesi della fusione del Friuli orientale o goriziano con l'area triestina, non può che trovare il Comitato per l'autonomia e il rilancio del Friuli, pienamente d'accordo. 
Con l'occasione ricordiamo che il nome “Venezia Giulia”  è una mera "ambigua" invenzione del nazionalismo italiano di fine ottocento. Invenzione poi propagandata e imposta dal regime fascista con i libri di scuola e le carte geografiche dell'epoca.
Crediamo che mai come ora sia fondamentale ricordare quando, come e perchè è stato inventato il nome di “Venezia Giulia”.
Unendo la città di Trieste e la provincia di Gorizia utilizzando il nome  "Venezia Giulia", si cancella il Friuli goriziano e la sua lunghissima storia di antica contea plurilingue, denominato  anche  nei documenti  dell'Impero asburgico  "Friuli  austriaco"!!
    

"LA VENEZIA GIULIA:

UNA QUESTIONE FRIULANA"

di Donato TOFFOLI

 
 
 


Buine leture/Buona lettura!!

LA REDAZIONE DEL BLOG



giovedì 4 febbraio 2016

LA "VENEZIA GIULIA" E IL "FRIULI", E UN CARTELLO STRADALE DA RISCRIVERE

 

LA "VENEZIA GIULIA"
IL "FRIULI" 

E UNO CARTELLO STRADALE
DA RISCRIVERE!!!

Le fotografie pubblicate nel Post
sono state scattate da Roberta Michieli
al confine amministrativo tra la regione Veneto
e la regione "Friuli - Venezia Giulia" 
Comune di Sacile - sulla SS 13 del km 63,297
(Compartimento ANAS Trieste)
 
 

Di seguito i cartelli stradali che entrando in Comune di Sacile provenendo dalla regione Veneto, accolgono i turisti che entrano in Friuli.

Non pare anche a voi che ci sia "qualcosa" che non va?
 
 
 
FOTO NR. 1
 



FOTO NR. 2





FOTO NR. 3





FOTO NR. 4



 
 
POSTO CHE:
 
1) L'Ascoli ha "inventato" il nome "Venezia Giulia" e non il nome "Friuli Venezia", come magistralmente documentato nella ricerca storica a firma di Donato Toffoli "La Venezia Giulia: una questione friulana":


 http://comitat-friul.blogspot.it/2016/01/la-venezia-giulia-una-questione.html
 
 
2) Le parole "FRIULI" e "GIULIA" sono formate da un pari numero di lettere (sei!!!) e occupano sul cartello stradale un identico spazio tipografico;
 
 
3) Posto che all'art. 131 della Costituzione italiana troviamo scritto "Friuli - Venezia Giulia" e non "Friuli Venezia - Giulia" e che "comunque" la nostra regione è notoriamente formata da due realtà storiche e geografiche ben distinte, ossia il Friuli e Trieste;
  
 
CHIEDIAMO CHE:


 "AL PIU' PRESTO" il cartello stradale segnalato (e anche altri eventuali  pari "errati" cartelli stradali esistenti sulle strade regionali), venga modificato scrivendo correttamente "VENEZIA GIULIA" sulla seconda riga  e "FRIULI" (da solo!!!) nella prima riga,  ossia:
 
 
FRIULI
 
VENEZIA GIULIA
 
Non ci pare di chiedere la luna, ma solamente il rispetto della storia, della geografia e della realtà duale della nostra regione.  
 
 
La Redazione del Blog
 

 

domenica 31 gennaio 2016

"LA VENEZIA GIULIA: UNA QUESTIONE FRIULANA" di Donato TOFFOLI



RINGRAZIAMENTI E PRECISAZIONI

 
Il saggio a firma di Donato Toffoli è stato pubblicato sul libro "Venezia Giulia - La Regione Inventata" a cura di Roberta Michieli e Giuliano Zelco, casa editrice Kappa Vu, anno 2008, da pagina 64 a pagina 72 con il titolo "La Venezia Giulia: una questione friulana."

La Redazione del Blog ringrazia la dott.ssa Alessandra Kersevan (Casa editrice Kappa Vu) e l'autore del saggio dott. Donato Toffoli, per  averle  concesso  la  pubblicazione   di questa  importante ricerca storica che, assieme agli  altri  saggi  pubblicati  nel  libro,  contribuisce magistralmente  a  chiarire la storia dell'invenzione politica "Venezia Giulia" e i suoi legami con la "questione friulana".
 

LA REDAZIONE DEL BLOG



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LA VENEZIA GIULIA:

UNA QUESTIONE FRIULANA

di

Donato Toffoli
 

 
La denominazione di “Venezia Giulia”, come è risaputo, ha una precisa data di nascita: domenica 23 agosto 1863; in tale data compare infatti sulle pagine del giornale milanese “L’Alleanza” un articolo non firmato, fatto che riveste una certa importanza, intitolato “Le Venezie”, ripubblicato dopo poco, il 30 agosto 1863, sempre in forma anonima, sulla rivista illustrata, anche questa milanese, “Il Museo di famiglia”1.

E’ interessante soffermarci un attimo sui “contenitori” giornalistici che ospitano l’articolo: “L’Alleanza” che porta il sottotitolo di “Giornale politico-letterario internazionale”, diretto da Ignazio Helfy, è periodico di alto livello, militante e politicamente connotato in senso progressista, che funziona anche da elemento catalizzatore per numerosi esuli o emigrati dalle regioni dell’est, come Niccolò Tommaseo, Francesco Dall’Ongaro e Pacifico Valussi. Questo fatto spiega la grande attenzione per i problemi dell’Europa orientale in generale e in particolare per i destini di quella zona, sotto il “giogo” austriaco, che veniva sentita dai redattori come parte costitutiva di una futura Italia completamente libera e sovrana all’interno dei suoi confini “naturali”.

Più popolare e “di consumo” invece risulta “Il Museo di famiglia”, che mescola scienza, arte, letteratura e note politiche, ma che ha la caratteristica, oltre che quella di ospitare anch’esso interventi di Tommaseo e Dall’Ongaro, di avere come direttore l’ebreo triestino Emilio Treves. Come si vede la provenienza da zone austriache e la comune fede religiosa accomunano il direttore di tale periodico al friulano Graziadio Isaia Ascoli, un recente, ed ancora un po’ spaesato, immigrato a Milano.

Ascoli, nato nel 1829 a Gorizia, nella importante ed intellettualmente assai evoluta comunità ebraica locale, decide infatti, nel novembre del 1861, di trasferirsi a Milano, accettando la cattedra di “Grammatica comparata e lingue orientali” presso l’Accademia scientifico-letteraria. La sua presenza nella metropoli lombarda comporterà di fatto, se non la nascita, almeno un riallineamento delle scienze linguistiche italiane al livello delle migliori esperienze europee, come pure garantirà una posizione antipurista e rispettosa della pluralità linguistica nel dibattito sulla lingua adatta al neonato stato italiano; posizione di chiara impronta democratica e federalista.

È proprio lui l’anonimo autore di ”Le Venezie”, articolo inserito con modesto rilievo tipografico nei due periodici citati; e solo più di quindici anni dopo deciderà di proclamarsi autore dell’”articolino” in questione, ripubblicandolo in una miscellanea di scritti: “La stella dell’Esule”, pubblicato a Roma nel 1879 dalla Libreria Manzoni.

La riflessione ascoliana, si badi bene, si colloca a cavallo tra la rapida e per certi versi inaspettata proclamazione del Regno d’Italia (1861) e la fine della cosiddetta “Terza Guerra di Indipendenza” (1866), in realtà una collezione di disfatte da cui lo stato sabaudo fu preservato grazie all’alleanza con la vittoriosa Germania prussiana. Un momento di grande effervescenza, dove tutto sembra possibile ma che, nel giro di pochi mesi, vede cristallizzarsi una situazione geopolitica e un confine che dureranno per più di cinquant’anni, fino alla fine della prima guerra mondiale.

Nel momento in cui Ascoli scrive, tutte le “Venezie” sono soggette all’Austria, ma nel 1866 entra nello stato italiano quella che egli aveva chiamato “Venezia Propria”, che comprende anche il Friuli centrale ed occidentale; si deve precisare che l’espressione “Venezia Euganea” non è da attribuirsi in alcun modo al goriziano. Rimangono escluse dal Regno d’Italia, e lo rimarranno per molto tempo, la “Venezia Tridentina o Retica” e la “Venezia Giulia”, cioè come scrive: “le contrade dell’Italia settentrionale che sono al di là dei confini amministrativi della Venezia”, dove, si badi, i confini amministrativi sono, al momento della pubblicazione dell’articolo, quelli interni al dominio austriaco. Il problema dunque, scontata l’esistenza di una “Venezia”, è quello di dare un nome univoco alla “provincia che tra la Venezia Propria e le Alpi Giulie ed il mare rinserra Gorizia e Trieste e l’Istria” con capitale naturale “la splendida e ospitalissima Trieste”; tutto ciò non solo per questioni di comodità descrittiva ma poiché “In certe congiunture, i nomi sono più che parole. Sono bandiere alzate, sono simboli efficacissimi, onde le idee si avvalorano e si agevolano i fatti”.

  Non manca un riferimento a una categoria che, per la storia del termine “Venezia Giulia” è di importanza capitale, la “ambiguità preziosa”: “E nella denominazione comprensiva Le Venezie avremo un’appellativo che per ambiguità preziosa esprime in classica italianità la sola Venezia propria e, quindi potrebbe stare sin d’ora, cautamente ardito, sul labbro e sulla penna dei nostri diplomatici”. In realtà l’intera catena semantica che viene a prodursi poggia sull’ambiguità, creando o “immaginando una comunità” che ha un senso, sia sincronico che diacronico, flessibile ed adattabile a seconda delle circostanze: una potente mistura che è sostanzialmente falsa, ma verosimile, poiché evoca denominazioni storiche manipolandole e decontestualizzandole, ed ampliabile a piacere. Non solo la “Venezia Giulia” può essere considerata subordinata alla (e dunque coincidente con la) “Venezia Propria” e dunque all’Italia, ma raccoglie, e di questo Ascoli è interprete forse involontario, tutti i significati che i termini Venezia e Giulia si portano dietro, trasformati in mito fondatore: in particolare il mito della romanità e quello della venezianità.

  È ben vero che esiste une attestazione classica di un’unità amministrativa imperiale romana che contiene il termine Venezia: la X Regio Venetia et Histria, che fu molto vasta, dall’Adda ad una parte dell’Istria, ma, come è facile cogliere, non coincide con la partizione ascoliana e contiene il termine Istria, che non sembra opportuno richiamare secondo il suo stesso assunto. Esiste finanche una attestazione di Venetiae, al plurale, ma indica una suddivisione, tardo imperiale, fra una Venetia interna e una Venetia “maritima”. In quanto a Giulia vi è sicuramente la presenza di elementi toponimici di età classica che richiamano la gens Julia ma non sono in alcun modo caratteristica esclusiva di questa zona (vedi ad esempio Frejus in Provenza), ed anche la loro manifestazione più vistosa, le Alpes Juliae, non caratterizzano con la loro presenza tutta la “Venezia Giulia”. E, detto per inciso e dimostrando la totale inaffidabilità del concetto di “confine naturale”, con la loro presenza, a partire almeno dal Neolitico, non hanno mai diviso alcunchè.

  Il richiamo dunque è allo stesso tempo mitico ed ambiguo. Mitico perché il riferimento è al mito di Roma, di cui la nuova compagine statale viene vista come la “naturale” continuatrice, con tutti gli annessi e connessi attributi di superiore civiltà e conseguente funzione civilizzatrice; ed è al mito di Venezia, la Serenissima Repubblica, anch’essa progenitrice dell’Italia, che solcava potente i mari del Mediterraneo, patria di astuti mercanti e di generosi protettori di pittori, scultori e letterati: i leoni di San Marco appiccicati su piazze e monumenti della “Venezia Giulia”, ben dopo Campoformido (1797), sono una manifestazione evidente di tale mito.

  Ambiguo perché chi può dire dove termini con sicurezza l’influenza del mito “romano” e “veneziano”: il dominio romano non arrivava forse fino alla Dacia? Il patriziato veneziano non controllava forse Cattaro o Zante? Forse troppo, anche per un irredentista accanito. Tuttavia il messaggio offerto, interpretato da un nazionalismo meno moderato e sorvegliato di quello di Ascoli, e sancito dallo Stato, portava diritti ad una interpretazione estensiva ed imperialistica del termine “Venezia Giulia”, per una “più grande Italia”.

   L'”articolino” di Ascoli ha un’importanza relativa nella storia di quella che resta una grande figura di intellettuale, di livello europeo, in cui si nota un atteggiamento contraddittorio sulla questione del “confine orientale”, ma a volte molto duro con l’irredentismo, sentito persino come minaccia alle rivendicazioni di carattere culturale degli italiani d’Austria, da condurre in un quadro di rispetto delle istituzioni dello stato asburgico. Tuttavia è singolare e suggestivo sia perché coglie e sistematizza elementi culturali che probabilmente cominciavano a diventare senso comune sia perché offre un testo sintetico, aperto e suscettibile di ampliamenti e variazioni, al nazionalismo oltranzista italiano, in crescita esponenziale a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento.

   Prova della prima questione è la pubblicazione nel luglio 1866 de Il Confine orientale d’Italia scritto da Amato Amati che, in piena autonomia da Ascoli, posto di fronte al medesimo dilemma: come denominare in modo univoco la regione a nordest di Venezia scrive: “La denominazione più semplice, più opportuna, più conforme alle tradizioni, al linguaggio, al costume, ai bisogni economici e morali di questa regione delle Alpi Giulie, sia quella antica di Venezia: l’aggiunta di Orientale, Ulteriore, Giulia, come meglio piace, potrebbe all’uopo distinguere questa Venezia con capitale Trieste, dall’altra Venezia delle lagune”. Anche l’utilizzo strumentale e liberamente adattato in chiave irredentista dello scritto ascoliano sembrerebbe, anche se non ci sono conferme documentali, abbastanza rapido se dobbiamo credere alla lettera introduttiva di Ascoli al testo di Le Venezie comparso sulla "Stella dell’esule": “l’articolino” del 1863, scrive, “ (...) fu dipoi ricopiato e ristampato più volte, ma sempre in modo più o meno scorretto.

   Anche dopo l’attribuzione sicura del testo ad Ascoli, che del resto non usò neppure lui in maniera sistematica la propria terminologia, proseguì questa operazione; ma bisogna anche sottolineare che in nessuna occasione la denominazione di “Venezia Giulia” fu riconosciuta come la denominazione ufficiale e nemmeno negli stessi ambienti irredentisti venne a sostituire altre denominazioni in uso da anni. Fermo restando che l’unica definizione considerata deprecabile in ambito italiano fu “Litorale” nelle sue varie forme, l’ambiente irredentista pullula di Associazioni Trento e Trieste, di riviste come l’ ”Archivio Storico per Trieste, l’Istria ed il Trentino”, di articoli sulle Terre irredente, in cui “Venezia Giulia” non si usa, ma si snocciolano i termini di Goriziano, Trieste, Istria, Dalmazia e quant’altro.

   Un addensamento dell’uso di questo termine si nota con l’avvicinarsi al conflitto mondiale e con l’aumento della virulenza nazionalistica: così il volume L’Ora di Trieste2 di Giulio Caprin, del 1914, porta come sottotitolo La Venezia Giulia nella unità della storia italiana, così pure l’opera storico propagandistica di Attilio Tamaro, La Vénétie Julienne et la Dalmatie3, del 1918, stampata dal Senato del Regno in francese, internazionalizza la denominazione. Ma è solo il decreto del 3 novembre 1918 emanato dal Tenente Generale Carlo Petitti di Roreto in qualità di Governatore per la Venezia Giulia che fa entrare il termine dalla preistoria nella storia e, moltiplicato in un numero innumerevole di atti e comunicazioni, farà diventare il termine normale, tanto da farlo accettare, ben oltre la dittatura fascista, nell’ordinamento giuridico della Repubblica “nata dalla Resistenza”, nonostante la sua indubbia potenzialità nazionalista ed irredentista.

   In tutta questa vicenda emerge con chiarezza l’assenza, o meglio l’eclissi del termine Friuli, che tuttalpiù compare nel repertorio di voci che devono essere cancellate e sostituite, come Istria o Goriziano. Tutto ciò è perfettamente in linea con l’assunto generale: Venezia Giulia è un termine che deve avere un impatto decisivo nello scenario internazionale per rendere più incisive le rivendicazioni dello stato italiano e per fare questo deve compattare le diverse identità presenti sul territorio. Sfortuna vuole che il Friuli centrale ed occidentale, in questo schema, ricada per una parte sotto la “Venezia Propria” e quello orientale sotto la “Venezia Giulia”, ma questo sempre negli interessi “superiori” della “nazione”.

   Sorprende, ma fino ad un certo punto, che l’autore di questa formula sia un friulano, Graziadio Isaia Ascoli, e che sia lo stesso intellettuale che con la pubblicazione dei Saggi Ladini4, nel 1873, fornirà, per lo meno in ambito italiano, la dimostrazione dell’individualità linguistica della lingua friulana: cosa che, fra l’altro, sarà motivo di imbarazzo nell’ambiente irredentista italiano che lo interpreterà come un cedimento alla Kultur pangermanista. Certo è che nella non abbondante produzione storiografica di matrice “autonomistica” friulana la invenzione ascoliana (proprio dell’Ascoli a cui è intitolata la Società Filologica Friulana) della “Venezia Giulia”, viene passata sotto silenzio oppure in taluni casi viene aspramente criticata.

   Fra i maggiori e più radicali critici della “Venezia Giulia” ascoliana, troviamo chi oppone al grande goriziano gli scritti di due autori friulani che invece pongono al centro della loro riflessione storico-politica il Friuli e non la “Venezia Giulia”. Per esempio il Di Caporiacco5 esalta l’opera di Prospero Antonini che, pur appartenendo all’ambiente dei fuoriusciti milanesi a cui apparteneva lo stesso Ascoli, nella sua opera del 1865 Il Friuli Orientale6, non fa il minimo accenno alla Venezia Giulia e così descrive il Friuli: “Il Friuli naturale, dedotto il distretto di Portogruaro, ora compreso nella Provincia di Venezia, abbraccia nella sua totalità la provincia di Udine propriamente detta, e la Contea di Gorizia quasi per intero, ed eccettuati i territori carsici di Duino, Comeno, Sesana che, posti al di là del Timavo, geograficamente spettano alla penisola istriana”. Non sfugge allo spirito più acuto di Giuseppe Marchetti che l’Antonini, in questo volume e nel successivo, Del Friuli ed in particolare dei trattati da cui ebbe origine la dualità politica della regione7, edito nel 1873, dietro a tanta esattezza da agrimensore quando si tratti di definire dove sia il Friuli, esprima riguardo al suo ruolo un punto di vista che è alla base ”di tutta la letteratura irredentistica posteriore ed il modello tuttora vigente per l’interpretazione nazionalisticamente ortodossa della storia locale”, un nazionalismo che giunge al punto di “fargli proporre che nelle carte geografiche i nomi friulani siano ridotti in forma italiana ed a fargli scrivere ad esempio, Cormonsio, Cordenonsio”8.

   Sempre in ambiente milanese troviamo un’altra e forse ancor più influente figura di intellettuale: Pacifico Valussi, autore, sempre nel fatidico 1865, di un opera Il Friuli9, fra l’altro dedicato al direttore di “L’Alleanza”, Ignazio Helfy. Valussi è l’autore del concetto di Friuli come “regione naturale” e in questo senso è assai considerato da alcuni “autonomisti” friulani. L’opera è molto particolareggiata nell’enumerare le caratteristiche specifiche del Friuli, tra cui la lingua: “dopo il sardo, il dialetto friulano è tra gli italiani quello che più si avvicina al latino, per una parte, al provenzale ed al catalano per un’altra” ed “il dialetto friulano a Gorizia è generalmente più parlato che non nella stessa Udine, dove il veneto prevale sempre più” ma è allo stesso modo molto prudente su questi aspetti, sapendo che ”gli statistici e gli etnologi austriaci, collo scopo di separare nell’Impero Italiani da Italiani, come fecero altrove dei Polacchi e dei Ruteni, degli Czechi e degli Slovacchi, dei Croati, dei Serbi e dei Dalmati, vollero fare dei Friulani una nazionalità a parte”.

   Allora la specificità del Friuli si fonda sull’antica consuetudine ad essere come “Aquileja, baluardo dell’Impero Romano” e “Palma, baluardo della Repubblica di Venezia” (il mito romano e veneziano di cui si parlava sopra) e sull’auspicio di riuscire a diventare il futuro “baluardo della nazione italiana”. Così “Il Friuli andrà superbo di ciò, non come di un merito proprio, ma per la coscienza di un debito suo, chè essendo paese di confine, gl’incombe di difendere l’Italia non soltanto coi petti de’suoi cittadini, ma anche colla civiltà, destinata ad espandersi ed a guadagnar nuovamente terreno sui paesi vicini. Sarà una grande difesa della nazione italiana il poter mostrare ai confini suoi una civiltà diffusiva, la quale è atta a vincere quella dei tedeschi e degli Slavi, che da quella parte non seppero finora opporci che la forza materiale, e dovettero dinanzi a lei indietreggiare sul suolo invaso”. Insomma, per essere chiari : “O giovani Friulani, ricordatevi, che voi siete le guardie di confine della italiana civiltà”.

   Tale visione, che pur considera centrale il Friuli, appare sotto tutti i punti di vista non alternativa a quella veneto-giuliana, ma concorrente nell’affermare una visione nazionalista italiana per nulla moderata, ma aggressiva ed espansionista.

   E che sia profondamente radicata nell’immaginario politico culturale friulano lo dimostrano diversi scritti: ad esempio, molti anni dopo, precisamente nel 1922, viene pubblicato un’opuscolo: La funzione storica del Friuli10; questo risulta essere in realtà la trascrizione di una conferenza tenuta in Castello a Udine, agli ufficiali del comando Supremo, il 18 gennaio 1917, in piena guerra mondiale, da Bindo Chiurlo, fondatore della Società Filologica ed intellettuale solitamente molto misurato. Passando in rassegna la storia del Friuli, caratterizzata da unità “geografica” e di “stirpe”, con la sua “parlata romanza”, si afferma: “se, nelle guerre contro i barbari, per la sua piccolezza, la gente del Friuli dovette spesso accontentarsi di dar man forte e di offrire soltanto l’arma più vicina a ferire; se una parte di esso, il Friuli orientale, fu, da un insieme di cause, costretta a seguire i destini di casa d’Austria, il Friuli, all’infuori e al di sopra delle vicende politiche e militari, non venne mai meno alla sua funzione etnica di resistenza latina.”, “Poiché tutta la storia friulana si rifà senza coartazioni, nelle sue linee generali, sullo schema della “porta d’Italia”, e della sua istintiva resistenza contro germanesimo e slavismo”. Netta è la conclusione che ne deriva, quasi la definizione di un programma: “Né la funzione che la Natura ha assegnato al Friuli è finita, ma par oggi coronarsi della sua più fulgida pagina; e come da un lato la porta patente, dal Vipacco a Monfalcone, ha ricondotto gli eserciti d’Italia all’ultima lotta contro lo straniero, così domani si profila per la gente friulana l’ultimo compito: la assimilazione non violenta, ma per forza di carattere, dell’elemento slavo, che entrerà in misura larghissima a far parte della terra friulana. Poiché io non vi nascondo che credo destinata questa regione a restare una, compatta, essa stessa; perché il calmo ma tenace, il duro ma civile, il latino ma non chiuso a certe comprensioni dell’anima germanica e slava, carattere friulano è senza dubbio il più indicato a quest’opera di assimilazione pacifica. E il Friuli si ricomporrà in una sola unità regionale e religiosa. Deve risorgere, all’ombra materna di Roma, la “patria del Friuli” e il “patriarcato d’Aquileia”, onde sia forte, unita, compatta questa terra limitanea, questa rinnovellata marca d’Italia. Tale la nuova missione della terra friulana verso il nord e verso il nord-est, accanto a quella che avrà Trieste verso oriente”. Impressionante appare la richiesta di apertura di credito, con la guerra ancora in corso, ed anzi con Caporetto incombente, ad aspirazioni fortemente autonomistiche come la ricostituzione della Patria del Friuli e del Patriarcato di Aquileia, che trovano in ogni caso la loro contropartita in una funzione dei Friulani come “specialisti in assimilazione”.

   Ma che non sia una boutade, o una idea non condivisa da settori importanti dell’opinione pubblica, è dimostrato da uno dei primissimi documenti politici redatti in Friuli dopo la fine della guerra, presumibilmente il 7 di settembre del 191911 e che riecheggia nella sostanza gli stessi temi. Al Teatro Cecchini di Udine, infatti, si riunisce l’assemblea della sezione udinese della Associazione Nazionale Combattenti; la riduzione dei combattenti ad una organizzazione esclusivamente sciovinistica non appare corretto e, per esempio, appaiono suggestivi i possibili confronti tra il combattentismo sardo, con la significativa presenza tra i suoi leaders di Emilio Lussu, che è regionalista e da cui nascerà il Partito Sardo d’Azione e quello friulano. Tuttavia quest’ultimo appare segnato irrimediabilmente dalla presenza della questione del “confine orientale” che lo induce ad assumere una posizione di forte nazionalismo, con la presenza correlata però, come nel discorso di Chiurlo, di una forte tensione autonomistica; infatti l’Assemblea, “ritenuta l’unità geografica ed etnica della regione friulana e le identità d’interessi economici della provincia di Udine e del Friuli orientale, (…) fa voti perché l’unione di tutto il Friuli in un solo collegio elettorale venga deliberata dai competenti poteri dello Stato e sia preludio di un pieno riconoscimento dell’unità regionale del Friuli”.

   Il momento più alto di questa visione, autonomista ed antislava per essere sintetici, sostenuta da vari settori politici - un nome per tutti: Girardini - verrà raggiunto nel momento dell’effimera (1923– 1927) unificazione delle provincie di Udine e Gorizia nella Provincia del Friuli, con la chiara intenzione di diluire i voti sloveni (e, en passant, comunisti). Una volta creato lo stato totalitario, non si pone più nessun problema elettorale e lo strumento “Provincia del Friuli”, con buona pace degli ambienti “friulanisti”, perde qualsiasi importanza.

   A questo punto potremmo porci motivatamente una domanda: come mai allora in presenza di tale importante visione concorrente, il termine di “Venezia Giulia” riuscì non solo a sopravvivere e perpetuarsi, ma ad imporsi, tanto da far considerare al giorno d’oggi il concetto di Friuli orientale, assolutamente pacifico all’inizio del Novecento, come una forzatura?

   Le risposte devono essere formulate con grande prudenza e considerando diversi fattori. Una prima considerazione da farsi è che la sanzione istituzionale del termine “Venezia Giulia” come corretto, comporta un grande vantaggio: in questo caso è lo Stato, con i suoi strumenti di controllo e formazione del consenso, a creare un’identità o pseudoidentità collettiva. Inoltre il tipo di “autonomismo” friulano sopra ricordato, quello sintetizzato nella formula della “grande e piccola patria”, si giustifica, e lo abbiamo visto chiaramente, come parte di un progetto più vasto e nobile, o presunto tale: il progetto di costruzione, sviluppo, difesa della Nazione italiana, con la enne maiuscola. Questo comporta, in spiriti più portati ad ascoltare il richiamo agli “interessi superiori”, un riallineamento agli indirizzi prevalenti, e se questi comportano una rinuncia alle istanze autonomistiche, pazienza.

   In terzo luogo mentre la denominazione di Friuli, per quanto la si possa estendere e riferire a luoghi diversi, ha sempre dei limiti che sono dovuti ad un suo uso storico prolungato nei secoli, non è così per il termine “Venezia Giulia” che, essendo di fresca invenzione e dotato di “ambiguità preziosa”, può invece essere esteso a piacimento; un suo limite diventa così paradossalmente una sua forza.

   In quarto luogo, ed è elemento di grande interesse: se si applica al Friuli, e ai suoi tratti specifici, un’analisi in termini diacronici e sincronici, senza volerlo inserire a forza nel contesto e nel disegno provvidenziale della “nazione“ italiana, se cioè si segue la via di un autonomismo non secondario e derivato, si rischia di ottenere una interpretazione autonoma e non subalterna di esso; realmente e radicalmente alternativa al modello sciovinista contrassegnato dal termine “Venezia Giulia”.

   E questa è forse la peggiore “disgrazia” per chi abbia una visione del Friuli che si propone di affermare interessi che al Friuli sono estranei o avversi, con una classe dirigente subalterna o peggio eterodiretta, la quale sostiene di voler valorizzare il territorio e le sue specificità, ma a cui in realtà interessa esclusivamente la propria autoperpetuazione.

   Questo rischio e questa “disgrazia” si materializzano, subito dopo la fine della prima guerra mondiale, nelle posizioni di un intellettuale friulano, Achille Tellini, che dall’analisi della specificità del Friuli ricava una lezione opposta a quella dell’”autonomismo” sopra ricordato.

   Nelle riviste "Tesaur de Lenge Furlane" e "Patrje Ladine", scritte integralmente in friulano, con riassunto in esperanto, proporrà una visione dei Friulani, parte costitutiva della Ladinia, come nazione che deve unificarsi, dotarsi di istituzioni comuni, con una funzione storica praticamente contraria a quella sopra ricordata: costituire un’oasi di pace al centro dell’Europa, separando gli opposti imperialismi; disponibile addirittura “se la volontà unanime dei ladini non sarà sufficiente a fare riconoscere dal governo la nostra lingua” ad “unirsi con i 467.000 sloveni e croati che saranno sotto la bandiera d’Italia” oltre che con sardi, tedeschi, albanesi, francesi, ebrei, catalani e romeni ; se ciò non è sufficiente, disponibile a “promuovere la federazione di tutte le minoranze etniche di ogni stato della terra”12.

Si può ritenere con ragionevole certezza che questa sia la radice autentica del moderno autonomismo friulano, quanto di più lontano si possa immaginare da un “autonomismo secondario” al servizio del nazionalismo italiano e allo stesso tempo lontanissimo dagli incubi novecenteschi, neutralizzati ma, in modo latente, ancora presenti nel termine “Venezia Giulia”.

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NOTE  ESPLICATIVE
 
1 Tra la cospicua bibliografia, densa di riferimenti e citazioni, sintetizzando al massimo ricordo: E. Sestan Venezia Giulia : lineamenti di una storia etnica e culturale e il contesto storico-politico in cui si colloca l'opera, Udine, Del Bianco, 1997 ; nel volume, autentica miniera di informazioni: Le Identità delle Venezie (1866-1918). Confini storici, culturali, linguistici, Atti del Convegno internazionale di studi (Venezia, 8-10 febbraio 2001), a cura di T. Agostini, Roma-Padova, Antenore, 2002 soprattutto i contributi di A. Brambilla L’identità delle Venezie nel pensiero di G.I. Ascoli, pp. 77-97; A. Stussi Nazionalismo e irredentismo degli intellettuali nelle Tre Venezie, pp. 3-32 ; S. Adamo L’identità delle Venezie tra guide, memorie e libri di viaggio, pp. 135-163 ; F. Salimbeni Il mito di Venezia nella cultura giuliana tra Otto e Novecento, pp. 33-40. Sempre di A. Brambilla G.A. Ascoli e la Venezia Giulia. Nuovi appunti sulla fortuna di una definizione in Studi Goriziani 97/98, 2003 pp. 119-128 e Appunti su Graziadio Isaia Ascoli. Materiali per la storia di un intellettuale, Gorizia, Istituto giuliano di storia, cultura e documentazione, 1996; di F. Salimbeni G.I. Ascoli e la Venezia Giulia in Quaderni giuliani di storia, I, 1980, fasc.I, pp.51-68 e La Venezia Giulia e le Tre Venezie tra diversità e convergenze in Studi Goriziani, 82, 1990 pp.49-64.

2 G. Caprin L’ora di Trieste, Firenze, A. Beltrami, 1914.

3 A. Tamaro La Vénétie Julienne, Rome, Imprimerie du Sénat, 1918 la quale costituisce la prima parte di un opera in tre volumi: La Vénétie Julienne et la Dalmatie : histoire de la nation italienne sur ses frontières orientales.

4 G. I. Ascoli, Saggi ladini, in Archivio Glottologico Italiano, I, 1873 

5 G. di Caporiacco, Venezia Giulia: la regione inesistente, Reana del Rojale, Chiandetti, 1978.

6 P. Antonini Il Friuli orientale: studi, Milano, F. Vallardi, 1865. La citazione si trova a p. 534.

7 P. Antonini Del Friuli ed in particolare dei trattati da cui ebbe origine la dualità politica in questa regione : note storiche, Venezia, P. Naratovich, 1873

8 G. Marchetti, Il Friuli uomini e tempi, Udine, Del Bianco, 1974 (2.ed.). La citazione si trova a p.683.

9 P. Valussi Il Friuli: studi e reminiscenze, Milano, Tip. Internazionale, 1865. Le citazioni si trovano, nell’ordine alle p. 250, 19, 15, 76, 166.

10 B. Chiurlo La funzione storica del Friuli, Udine, Libreria Carducci, 1922. Le citazioni sono alle p. 12, 15, 23.

11 L’assemblea dei combattenti. La loro azione nelle prossime elezioni in Patria del Friuli, 8 settembre 1919, p.2

12 A. Tellini Apelo ai Ladíns in Il tesaur de lenge furlane, la citazione tradotta si trova a p. 387

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