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mercoledì 17 gennaio 2018

"LA PROGRAMMAZIONE DELLE UTI. MA DOV'E' LA RIFORMA?" di PROF. SANDRO FABBRO


LA PROGRAMMAZIONE

DELLE UTI.

MA DOV’È LA RIFORMA?

di

SANDRO FABBRO
 

16 gennaio 2018


Qualche anno fa ho sostenuto che le Unioni Territoriali Intercomunali (le famose UTI), per come erano nate e per come erano configurate, non costituivano un nuovo e utile livello di governo del territorio. Il recente piano di investimenti triennale (cfr. MV del 9 gennaio 2018) mi conferma tale ipotesi.

L’Intesa di qualche giorno fa, tra Regione e UTI, per 147 milioni di euro in tre anni, permette infatti di fare una prima valutazione dell’utilità delle UTI dal punto di vista programmatico. Si tratta di ben 265 interventi per una media di 120 euro/abitante, 550mila euro a intervento (costo, per capirsi, di una rotatoria stradale), 680mila euro per Comune (costo di una rotatoria un po’ più grande), 8ml per ciascuna UTI. Le dotazioni medie unitarie non sono quindi significative ma potevano comunque innescare una riqualificazione della spesa regionale sul territorio. Se si guarda al tipo di interventi ed alla loro dimensione reale, si scopre, invece, che si tratta di interventi -tutti magari utili-, ma che potevano essere realizzati benissimo dai Comuni (con gli opportuni supporti di personale tecnico, eventualmente). Gli interventi previsti sono, infatti, più numerosi dei Comuni e, per la gran parte, puntiformi: rotatorie e incroci sulla viabilità ordinaria; manutenzioni straordinarie, ristrutturazioni di edifici comunali, riqualificazioni di impianti sportivi, sempre comunali; piccoli percorsi ciclopedonali; recuperi di singoli edifici storici. All’apparenza, nulla di negativo, certo. Ma dov’è l’area vasta? Solo nel “Friuli centrale”, in quella della Carnia e in quella delle Dolomiti friulane, si nota qualche timida intenzionalità di intervento più ampio e sistematico. Per il resto le proposte sono tutte di scala esclusivamente comunale. Le poste più consistenti si trovano naturalmente nelle opere viarie (rotatorie e incroci) e su alcuni interventi di sistemazione idrogeologica (5ml a per un tratto di costa a Muggia) o sugli impianti sportivi (4ml per un intervento nella “Bassa friulana”). Ma si tratta sempre di opere di interesse strettamente comunale.

Dunque, qual è la ratio di questo piano di investimenti triennali di “area vasta” visto che si tratta di opere al 90% minuscole e di interesse comunale? Dove sono, per esempio, l’autosufficienza energetica, la gestione dell’acqua a fini idroelettrici, la mobilità sostenibile ed il trasferimento modale dall’auto al trasporto pubblico, i servizi alle famiglie e soprattutto alla residenzialità di anziani e giovani, la riqualificazione delle aree degradate o abbandonate, gli interventi per la sicurezza idrogeologica e l’adattamento al cambiamento climatico, e, perché no, le nuove opportunità di lavoro e occupazione che ne possono derivare? Mi si dirà: “ma i 265 interventi comporteranno anche numerosi cantieri”. Certo! Ma sono cantieri che potevano essere aperti anche dai Comuni (assicurando, ai più piccoli, le strutture tecniche per poterlo fare). Quindi, dov’è la riforma delle UTI se i Comuni sono stati espropriati di proprie “naturali” competenze che potevano esercitare da soli?

La conclusione che si potrebbe trarre da questa prima analisi è che, in questa programmazione, non si vede alcuna riforma della spesa pubblica regionale sul territorio e non si vede neppure un “progetto di territorio” da parte della Regione. Come sostenevo qualche anno fa : ”Le 18 UTI della legge regionale 26/2014 non sono né aggregazioni dal basso (anche se la maggioranza dei Comuni vi ha aderito senza particolari resistenze) né aree vaste strutturate per politiche di sviluppo territoriale perché sono troppe e perché “alcune Unioni includono comuni “esterni” al sistema locale e altre escludono comuni da sempre “interni” al sistema locale. I Comuni si sentono inoltre “espropriati” di loro competenze, a vantaggio delle Unioni, mentre la Regione, di suo, ci ha messo molto poco. L’idea di territorio che emerge da queste UTI è, quindi, quella di un territorio fatto di comunità locali un po’ artificiali, destinate a gestire servizi comunali in riduzione e senza alcuna capacità di incidere sul futuro dei territori” (MV del 21/12/2015). L’analisi fatta in precedenza conferma questa posizione espressa in tempi non sospetti.

Per la prossima legislatura bisognerà pensare ad una drastica revisione delle UTI. È oggetto di discussione se rendere facoltativa l’adesione. Ma, in ogni caso, bisognerà ridurle di numero, modificarne, dove non funziona, la composizione e soprattutto rivederne a fondo la missione, nella direzione, in primis, di restituzione di funzioni (e adeguate capacità operative) ai Comuni e di forte trasferimento, alle UTI, di poteri e competenze oggi accentrati nella Regione.

Prof. Sandro Fabbro

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Il documento a firma del Prof. Sandro Fabbro è stato pubblicato come Post su "Facebook - Patto per l'autonomia”, il 16 gennaio 2018.
 
La Redazione del Blog ringrazia il Prof. Sandro Fabbrodocente dell'Università di Udine – per averle concesso la pubblicazione della sua ottima  e condivisibile analisi politica.  
 

LA REDAZIONE DEL BLOG

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DOCUMENTI
 
 
Legge regionale  Friuli-VG 26/2014
 
CAPO II
 
 COSTITUZIONE DELLE UNIONI TERRITORIALI INTERCOMUNALI
 
Art. 5
 (Unioni territoriali intercomunali)
 
1. Le Unioni territoriali intercomunali sono enti locali dotati di personalità giuridica, aventi natura di unioni di Comuni, istituiti dalla presente legge per l'esercizio coordinato di funzioni e servizi comunali, sovracomunali e di area vasta, nonché per lo sviluppo territoriale, economico e sociale. (....)
 
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Sentenza della Corte Costituzionale
nr. 50 del 2015
 

Il D.Lgs. 267/2000 definisce le Unioni di Comuni come un ente locale, ma la sentenza della Corte costituzionale n. 50 del 2015 ha chiarito che si tratta di una "forma istituzionale di associazione tra Comuni" e non un nuovo ente locale.

 
Copia/incolla dalla Sentenza della Corte costituzionale nr. 50 del 2015:

« Tali unionirisolvendosi in forme istituzionali di associazione tra Comuni per l’esercizio congiunto di funzioni o servizi di loro competenza e non costituendo, perciò, al di là dell’impropria definizione sub comma 4 dell’art. 1, un ente territoriale ulteriore e diverso rispetto all’ente Comune – rientrano, infatti, nell’area di competenza statuale sub art. 117, secondo comma, lettera p), e non sono, di conseguenza, attratte nell’ambito di competenza residuale di cui al quarto comma dello stesso art. 117. »
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DOMANDA
 
Le UTI non sono dunque un ente locale (come da sentenza della Corte Costituzionale nr. 50/2015) e  neppure "un ente territoriale ulteriore e diverso rispetto all'ente Comune" (come da sentenza della Corte Costituzionale nr. 50/2015).
 
Quando la Giunta  Serracchiani terrà conto di questa importante sentenza della Consulta che definisce la natura giuridica/costituzionale delle Unioni dei Comuni (UTI da noi in regione) e modificherà conseguentemente la L.R. 26/2014 istitutiva delle UTI? 
 
LA REDAZIONE DEL BLOG   
 

lunedì 20 novembre 2017

RIFORMA ENTI LOCALI E DICHIARAZIONI PRE-ELETTORALI DELL'ASSESSORE PAOLO PANONTIN


RIFORMA ENTI LOCALI

MENTRE L'ENTE REGIONE RIDE
E I COMUNI PIANGONO
LACRIME AMARE

L'ASSESSORE PANONTIN
FA DICHIARAZIONI
PRE-ELETTORALI
TUTTE DA DIMOSTRARE!

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dal sito del settimanale IL FRIULI

Abolizione delle Province: oltre 31 milioni di euro i risparmi

Lo ha reso noto l'assessore regionale alle Autonomie locali e coordinamento delle riforme, Paolo Panontin

 16 novembre 2017


"Ad oggi ammontano a oltre 31 milioni di euro i risparmi annui certificati derivanti dal superamento delle Province del Friuli Venezia Giulia.
Lo ha reso noto l'assessore regionale alle Autonomie locali e coordinamento delle riforme, Paolo Panontin, precisando che questi risparmi di spesa sono riportati nella legge di stabilità approvata dalla Giunta. (...)

La seconda tranche della somma dei risparmi (20.173.472 euro) afferisce proprio ai costi per i dipendenti. Anche in questo caso il taglio della spesa è al netto, nel senso che la somma deriva dal raffronto algebrico tra i minori costi delle Province e quelli che avrebbero dovuto essere i maggiori costi per la Regione, che è l'unico Ente al quale è stato trasferito il personale provinciale nel periodo che va dal 2014 al 2016.
 
Nel dettaglio, infatti, a seguito dei commissariamenti e del progressivo svuotamento di funzioni, corrisponde a 28 milioni di euro al 31 dicembre del 2016 il minor costo per il personale delle Province rispetto alla stessa data del 2013. In via teorica, conseguentemente a questo processo, le spese dell'amministrazione regionale avrebbero dovuto registrare un analogo aumento dei costi, che invece sono saliti non di 28 ma di soli 8 milioni: da 170.462.641 a 178.652.650 euro. Questo in primo luogo in virtù di una procedura di assorbimento dei dipendenti provinciali che ha portato a una rimodulazione dei ruoli, delle funzioni e degli incarichi dirigenziali del personale interessato. Oltre a ciò e al blocco del turnover, il risparmio è frutto di una riorganizzazione strutturale a livello regionale che, ad esempio, ha ridotto i contratti interinali e quelli a tempo determinato e che ha concentrato gli uffici mantenendo comunque i presidi territoriali. (…)

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
 


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COMMENTO
 
DELLA REDAZIONE DEL BLOG

Posto che le funzioni svolte dall'Ente Provincia SONO TRANSITATE ad altri  (e quindi  qualcuno le sta esercitando con annessi costi di gestione e di personale e - soprattutto - la cui efficienza è tutta da dimostrare) e che nessun dipendente provinciale è stato licenziato, poniamo alcune domande alla Giunta regionale di Debora Serracchiani:
 
1) che fine hanno fatto i dipendenti provinciali diventati dipendenti regionali con uno stipendio di gran lunga maggiore di quello loro accreditato quando erano dipendenti provinciali? E il dato fornito dall'Assessore Panontin contabilizza tra i costi della regione "TUTTI" i dipendenti provinciali transitati in regione o solo una parte come denunciato dal movimento "Patto per l'Autonomia"?

2) e con quale selezione interna gli ex-dipendenti provinciali hanno sostituito i dipendenti regionali andati in quiescenza? Sono stati usati come "tappa buchi" senza tener conto del loro precedente ruolo e professionalità? Intanto i nostri ragazzi friulani e triestini emigrano all'estero per mancanza di lavoro in regione... 
 
3) gli ex-dipendenti provinciali hanno sostituito dipendenti regionali che avevano un contratto di lavoro a tempo determinato che non è stato loro rinnovato (creando così ulteriore disoccupazione in regione)? Pare proprio di sì....
 
 4) Posto che le funzioni provinciali sono tutte o quasi transitate all'ente regione, quanti ex-dipendenti provinciali continuano a svolgere le stesse mansioni di prima ma "a stipendio aumentato"?  E nel calcolo algebrico fatto da Panontin,  il costo dei dipendenti provinciali che ora lavorano nella società regionale FVG STRADE spa, a chi è stato attribuito? Alla regione o alla società regionale FVG STRADE spa?

5) L'elemento "EFFICIENZA del servizio svolto" è stato valutato da Panontin o viene dato per scontato che l'ente regione è più efficiente dell'ex-ente provincia che aveva ormai rodati i servizi svolti? Ricordiamo che "la inefficienza costituisce un costo" pesante per il cittadino e dunque non può essere ignorata limitandosi solo ad un "calcolo algebrico" di costi retributivi.... 

Nel frattempo ci permettiamo di ricordare che i Comuni sono alla “canna del gas” e che hanno grossissimi problemi di carenza di personale:
 
 
DOMANDA:

Quanti dipendenti provinciali sono stati assegnati ai Comuni?

RISPOSTA:

Con grandissima probabilità "NESSUNO"!

E infatti i Comuni, quasi tutti "alla canna del gas" e stremati a causa della fortissima carenza di personale,  recentemente  sono stati autorizzati dalla Giunta regionale Serracchiani a indire concorsi pubblici per la assunzione di personale in sostituzione dei dipendenti andati in quiescenza. Futuri dipendenti che ovviamente  e giustamente non lavoreranno gratis.... 

Per altro, con il solito "criterio del ricatto" usato da Panontin per imporre le Uti, i Comuni non aderenti alle Uti potranno sostituire SOLO il 50% dei dipendenti andati in quiescenza contro il 100% concesso ai Comuni aderenti alle Uti.

 

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DAL SITO DEL MOVIMENTO

"PATTO PER L'AUTONOMIA" 
 
 
Panontin: tutto è lecito
in campagna elettorale,
ma un po’ di modestia non guasterebbe
 
 

"L’assessore Panontin ha “certificato” che con l’abolizione delle Province e la nuova politica accentratrice dei servizi verso la Regione sono stati risparmiati nel 2016 circa 30 milioni di euro. Una prima tranche, pari a 10 milioni, sarebbero provenienti dal taglio della struttura di base delle Province: organi politici, gestione di sedi, riscaldamenti, cancelleria, macchine di rappresentanza e di servizi e altro ancora. I conti sono probabilmente giusti ma, a parte gli organi politici, cosa è successo alle sedi provinciali e alle altre strutture? Sono forse state smantellate o vendute, o magari in molti casi esistono ancora, in parte, al servizio di qualcosa d’altro, pesano su qualche capitolo pubblico comunque?
 
Ma la cosa più interessante riguarda il personale, tutto passato alla Regione. Qui le indicazioni numeriche sono molto precise: 20 milioni di euro risparmiati per i dipendenti provinciali diventati regionali, il che corrisponde, al netto della rimodulazione di ruoli, funzioni e incarichi dirigenziali, ad almeno 400 dipendenti in meno frutto del blocco della sostituzione dei pensionati e del mancato rinnovo dei contratti a termine con il poco apprezzabile risultato di aver creato dei nuovi disoccupati.
In realtà abbiamo molti dubbi che questo corrisponda al vero e, con ogni probabilità, le cifre riportate nascono dal fatto che molto personale provinciale è arrivato in Regione a 2016 inoltrato e la contabilizzazione è piuttosto parziale.

E Panontin dovrebbe chiarire soprattutto se le funzioni prima svolte dalle Provincie esistono ancora, come funzionano o chi le svolge e quali sono i loro costi.

Da quanto si percepisce circolando lungo le ex strade provinciali, guardando i cigli stradali, entrando nei centri per l’impiego, le cui sedi sono state ridimensionate, oppure chiedendo un’autorizzazione per l’attraversamento di una strada regionale o per un trasporto speciale, ma ancora nell’organizzare eventi culturali o sportivi prima finanziati dalle province, la realtà dei servizi resi è di un drammatico stato di abbandono e un assordante assenza di risposte.
 
E magari la giunta regionale e, in primis il neo candidato presidente Sergio Bolzonello, dovrebbe raccontare come mai con tutti questi esuberi di personale e i conseguenti risparmi non sono stati in  grado di lenire la disperata domanda di personale da parte di Comuni, ormai svuotati e impediti a svolgere funzioni essenziali.

Senza dimenticare che si omette di fare una comparazione su quanto stanno costando le UTI, le 18 piccole province, la cui potenziale spesa di funzionamento è tutta ancora da conteggiare, e che dai primi passi, tra direttori generali, assunzioni di personale di staff e costi di avvio, paiono mangiarsi ampiamente tutte le somme risparmiate.

 La logica della eliminazione delle Province non può rispondere solo a un astratto concetto di risparmio, attuato con tagli lineari conseguenza del mancato turn over, ma deve dimostrare di svolgere meglio e con più efficienza le precedenti funzioni. Non pare proprio sia così.

 E infine, enorme contraddizione, non ci si può vantare di risparmiare 20 milioni di euro frantumando prassi rodate e nel contempo regalare allo Stato centrale 1,5 miliardi di euro all’anno del bilancio regionale per risanare una finanza di cui gli enti locali del Friuli Venezia Giulia non solo per nulla responsabili.
 
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domenica 7 maggio 2017

CANCELLAZIONE PROVINCE: TUTTO O.K.?



REGIONE FRIULI - VG
CANCELLAZIONE PROVINCE:

TUTTO O.K.?

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Questi  i punti salienti
dello studio della Cgia di Mestre

presentato il 15 ottobre 2014

sui costi della cancellazione
delle province nella nostra regione.

http://www.upinet.it/4384/istituzioni_e_riforme/province_friuli_venezia_giulia_presentato_studio_cgia_mestre/
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Relativamente alla cancellazione delle province, oltre ai costi di questa operazione sia in termini finanziari che organizzativi analizzati dalla Cgia di Mestre nel 2014, c'è un ulteriore problema che pare non essere stato valutato dalla Giunta regionale di Debora Serracchiani  che con grandissima probabilità dava per scontata la vittoria del "Sì" al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 e conseguentemente la cancellazione delle Province dalla Costituzione italiana....

Con la cancellazione delle province nel 2016 (poco prima del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 che con la vittoria del NO ha mantenuto le province in Costituzione!!) dallo Statuto di autonomia speciale, oggi la regione Friuli - VG è disallineata con il resto del territorio italiano che conserva le province quale ente locale "costituzionalizzato" di area vasta. Un disallineamento che non potrà che creare problemi.....

Un esempio?

Come la mettiamo con le prefetture (ufficio territoriale del governo centrale) che sono previste per ogni provincia italiana ora che da noi in regione le province non esistono più?

Non essendoci più le province nella nostra regione eliminiamo anche le prefetture?

Creiamo un'unica prefettura "centralizzata"  a Trieste con un Friuli (95% del territorio regionale) ridotto a periferia di Trieste?

Copiamo la soluzione adottata nel 1945 in Valle d'Aosta (in tutto solo 126.935 abitanti!!) dove, con la cancellazione della provincia,  i poteri della Prefettura furono attribuiti al Presidente di regione?

Nessuno ne parla, ma non per questo il problema del "disallineamento" non esiste!

Ed esiste anche una soluzione.

Creare due distinte e autonome aree amministrative di area vasta, il Friuli e Trieste, con una regione unitaria "leggera" che si occupa solo di legislazione: esattamente come aveva proposto il padre della nostra regione, il senatore Tiziano Tessitori!

La Redazione del Blog

 

martedì 11 aprile 2017

UTI - UN DISASTRO ISTITUZIONALE PALESEMENTE INCOSTITUZIONALE CHE VA FERMATO!


REGIONE FRIULI-VG

"UNIONI TERRITORIALI
INTERCOMUNALI (UTI)"?

 UN DISASTRO ISTITUZIONALE
PALESEMENTE INCOSTITUZIONALE 
CHE VA FERMATO! 
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Con la vittoria del NO al referendum del 4 di dicembre 2016 è stato - dal popolo italiano - bocciato lo smantellamento del Titolo V della Costituzione italiana e la cancellazione DI FATTO dell'articolo 5 della Costituzione italiana (Principio autonomistico).

La sconfitta del SI al referendum del 4 dicembre 2016, ha dunque scompigliato le carte di chi voleva, "renziani" in primis,  la centralizzazione più asfissiante  e la fine  del Principio autonomistico,

http://comitat-friul.blogspot.it/2016/12/referendum-il-no-non-basta.html

La legge regionale 26/2014 - riforma degli enti locali - fortemente voluta e imposta con i ricatti e la tecnica "della carota e del bastone" dalla Presidente Serracchiani, per tre anni Vice Segretaria di Matteo Renzi e del Partito Democratico, ha come scopo prioritario la  centralizzazione  nell'ente  regione  di tutte le  più importanti  funzioni  provinciali e soprattutto lo smantellamento totale  dell'autonomia  comunale attraverso "il trasferimento coatto e imposto dall'alto" a favore delle UTI (che non sono enti locali e neppure territoriali!) delle 1) funzioni fondamentali comunali, 2) della podestà regolamentare comunale e 3) dell'autonomia finanziaria comunale di entrata e di spesa: 1) 2) e 3) sono diritti costituzionali previsti a favore dei Comuni nel Capitolo V della Carta costituzionale in applicazione dell'articolo 5 della Costituzione italiana....

L'attuale enorme caos amministrativo in cui versa la nostra regione, non pare turbare l'attuale Giunta regionale: fondamentale è "IL FARE", non il "FARE BENE"!!
 
I magistrati del TAR del Lazio con l'Ordinanza pubblicata il 20 gennaio 2017  hanno ritenuto "l'esercizio obbligatorio in forma associata delle funzioni, mediante unioni o convezioni, da parte dei Comuni", di dubbia costituzionalità, dichiarando  la  questione di  legittimità  costituzionale  posta   da   2.200   comuni  italiani rappresentati  in giudizio dalla Associazione A.S.M.E.L,   "rilevante e non manifestamente infondata" . 

http://comitat-friul.blogspot.it/2017/03/per-il-tar-del-lazio-la-gestione.html

E alla base di tutta la costruzione legislativa  della L.r. 26/2014 - riforma enti locali c'è proprio la "OBBLIGATORIETA'" imposta  dall'alto ai Comuni di cedere i punti 1) 2) e 3) alle UTI.

Dall'ottimo articolo a firma di Roberto Pensa pubblicato a pagina 3 sul settimanale della Arcidiocesi di Udine - LA VITA CATTOLICA - di mercoledì 5 aprile 2017 - con il significativo titolo "Fuoco amico sulle Uti",  riportiamo la dichiarazione - virgolettata nell'articolo - di Diego Navarria, sindaco di Carlino e Presidente della "Assemblea della comunità linguistica friulana":
 
"L'UTI deve essere un centro servizi per i comuni e non un ente che li sovrasta e che li svuota - ha ribadito Navarria -, perché il fondamento della coesione sociale della Comunità è il Comune. La scelta sull'adeguatezza dei servizi da mettere insieme ad altri oppure no deve essere del sindaco e non legata ad astratti parametri della popolazione" .

Non possiamo che essere d'accordo con il sindaco Diego Navarria!

E' un obbligo a questo punto il fermarsi e il riscrivere totalmente questa pessima riforma regionale che ha fatto precipitare la nostra regione in un caos che prima d'ora non si era mai visto...

Se la Consulta delibererà - come è altamente probabile - che è incostituzionale l'art. 14 del D.L. 78/2010 nel comma in cui si IMPONE  ai Comuni  l'esercizio associato delle funzioni fondamentali,  questa sentenza sarà vincolante anche per la nostra regione "speciale".

Comunque già ora "la furbata" di aver modificato, in funzione della imposizione delle UTI, l'art. 11 del nostro Statuto di autonomia, risulta trovare limiti nella sua applicazione sia nell'art. 5 della Costituzione italiana (inviolabile anche per le regioni a statuto speciale contenendo uno dei Principi fondamentali della Repubblica italiana) che nell'art. 4 dello stesso  Statuto di autonomia speciale che pone chiari "paletti" costituzionali e internazionali al potere legislativo della regione Friuli -Vg "sull'ordinamento degli enti locali e delle relative circoscrizioni".

Il "NUOVO" art. 11 deve come minimo accordarsi con l'articolo 4 del nostro Statuto di autonomia e l'art. 5 della Costituzione italiana...

Ricordiamo che le recenti modifiche allo Statuto di autonomia speciale della nostra regione risultano essere state approvate in Parlamento con una maggioranza "risicata", appoggiate acriticamente dal "Governo amico di Matteo Renzi"  e senza attendere - come sarebbe stato auspicabile - il risultato del Referendum del 4 dicembre 2016...

LA REDAZIONE DEL BLOG

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Un'ampia parte del documento è stata pubblicata sul settimanale della Arcidiocesi di Udine, LA VITA CATTOLICA, nella rubrica "Giornale aperto", mercoledì 12 aprile 2017 con il titolo "Le Uti, disastro che va fermato subito"

 

sabato 25 marzo 2017

PER IL TAR DEL LAZIO LA GESTIONE OBBLIGATORIA ASSOCIATA DELLE FUNZIONI COMUNALI, VIOLA LA COSTITUZIONE ITALIANA.



PER IL TAR DEL LAZIO

LA GESTIONE OBBLIGATORIA
ASSOCIATA DELLE FUNZIONI COMUNALI

VIOLA LA COSTITUZIONE ITALIANA!


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Dalla ORDINANZA pronunciata dal TAR per il Lazio (Sezione Prima Ter) sul ricorso numero di registro generale 6695 del 2015 pubblicato il 20/01/2017 (nr. 1027/2017), di seguito pubblichiamo alcuni significativi passaggi della sentenza di rinvio alla Consulta redatta dai magistrati:
 

"(...) Il petitum della presente controversia concerne, infatti, la domanda di accertamento dell'obbligo per i Comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, di procedere alla costituzione di unioni di Comuni o di convenzioni per l'esercizio associato delle loro funzioni fondamentali (…)

L'attualità dell'interesse a ricorrere, peraltro, permane nonostante le intervenute proroghe del termine fissato dalla legge per l'attuazione dell'obbligo legale gravante sugli enti locali ricorrenti. (….)

5.La questione di costituzionalità, oltre che rilevante, non appare, a questo collegio, manifestamente infondata sotto i profili che saranno di seguito evidenziati.

(…) L’esercizio associato delle funzioni comunali è stato, sin dalla sua introduzione, caratterizzato dalla volontarietà e dalla flessibilità, come è dato evincere dal capo V del titolo II del t.u. enti locali, che nel disciplinare le forme associative degli enti locali (convenzioni, consorzi, unioni di comuni, esercizio associato di funzioni e servizi da parte dei comuni, accordi di programma) prevede la volontarietà nell’an e la flessibilità nel quomodo della scelta delle forme associative alle quali aderire.

La normativa de qua sembra ribaltare questo assetto che, per gli enti locali di minori dimensioni, da volontario diviene obbligatorio, da flessibile diviene rigido: per i comuni di minori dimensioni l’esercizio di tutte le funzioni fondamentali elencate al comma 28 dell’art. 14, ad eccezione della tenuta dei registri di stato civile e di popolazione e compiti in materia di servizi anagrafici nonché in materia di servizi elettorali, nell'esercizio delle funzioni di competenza statale (lett. l), devono obbligatoriamente essere svolte in forma associata, con conseguente obbligo di aggregazione della relativa organizzazione burocratica.

Ciò comporta delle rilevanti conseguenze sul normale funzionamento del circuito democratico:

a) gli organi gestionali non sono più sottoposti all’indirizzo politico degli organi rappresentativi. Nell’attuale ordinamento degli enti locali, gli organi politici (consiglio, giunta, sindaco) esercitano la funzione di controllo degli apparati burocratici essenzialmente tramite due strumenti: il potere di indirizzo politico – amministrativo (emanazione di direttive, piani e programmi) e il potere di attribuzione degli incarichi di funzione dirigenziale.
Secondo il modello di gestione associata obbligatoria entrambi i poteri vengono sottratti agli organi politici comunali, i singoli uffici vengono a perdere la loro individualità, dando vita a nuovi uffici co-gestiti da tutti i comuni associati e al conseguente accentramento delle funzioni di indirizzo, con vlnus del principio di responsabilità politica degli organi democraticamente eletti, espresso dagli artt. 95 e 97 cost. nonché dell’autonomia degli enti locali coinvolti. Già la Corte Cost., nella sentenza n. 52 del 1969 aveva sottolineato come “l'emanazione dei provvedimenti amministrativi demandati alla competenza degli organi rappresentativi del comune e della provincia si lega con nesso inscindibile all'attività preparatoria ed a quella esecutiva: e non si può non riconoscere, in verità, che la sfera di autonomia sarebbe compromessa se agli enti ai quali essa è riconosciuta e garantita fosse sottratta del tutto la disponibilità degli strumenti necessari alla sua esplicazione.

Il concetto di autonomia locale quale diritto e capacità effettiva di amministrare la parte più importante degli affari pubblici è stato ancor più chiaramente espresso nella cd. Carta europea dell’autonomia locale, convenzione europea firmata a Strasburgo il 15 ottobre 1985 e ratificata dall’Italia con l. 30 dicembre 1989, n. 439, come tale vincolante, per il legislatore interno, ai sensi dell’art. 117, comma 1, cost., che all’art. 3 così statuisce: “1. Per autonomia locale, s'intende il diritto e la capacità effettiva, per le collettività locali, di regolamentare ed amministrare nell'ambito della legge, sotto la loro responsabilità, e a favore delle popolazioni, una parte importante di affari pubblici. 2. Tale diritto è esercitato da Consigli e Assemblee costituiti da membri eletti a suffragio libero, segreto, paritario, diretto ed universale, in grado di disporre di organi esecutivi responsabili nei loro confronti”;

b) l’esercizio obbligatorio in forma associata delle funzioni fondamentali appare, inoltre, comprimere, la potestà regolamentare dei comuni riconosciuta, dall’art. 117, comma 6 cost., “in ordine alla disciplina dell’organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite”.

La Corte Costituzionale ha più volte sottolineato, a salvaguardia della posizione di autonomia dei comuni, la necessità di chiarire i limiti che incontra il legislatore nazionale e regionale nell’esercizio dei poteri di coordinamento dell’esercizio delle funzioni locali. (…)

L’esercizio associato imposto come forma obbligatoria ai comuni di dimensioni minori dall’art. 14, co. 28, d.l. n. 78/2010 investe, infatti, tutte le funzioni fondamentali come individuate al comma 27 del medesimo art.14, eccezion fatta per le funzioni di cui alla lettera l).

Sebbene attraverso l’esercizio associato di tali funzioni, imposto per legge, gli enti interessati non risultino formalmente estinti, occorre tuttavia interrogarsi sull’autonomia che, ai sensi degli artt. 114, 117, co. 6, 118 e 119, cost., residua in capo ai medesimi in termini di: a) potestà regolamentare; b) titolarità d’esercizio di funzioni proprie o conferite; c) autonomia finanziaria di entrata e di spesa.

Come correttamente osservato da parte ricorrente, l’autonomia di un ente territoriale non può essere disgiunta dalla titolarità di un “nucleo minimo” di attribuzioni e delle correlate potestà regolamentari e finanziarie. Questo nucleo minimo non può che essere rappresentato dalle funzioni fondamentali, per le quali opera una riserva costituzionale di esercizio individuale.

Le norme del d.l. n. 78 del 2010, in tal sede censurate, hanno disposto la traslazione di tutte queste funzioni ad un soggetto nuovo o diverso, spogliandone il precedente titolare, ciò che, ai fini dell'art. 133, comma 2 Cost., non appare distinguibile dall'estinzione dell'ente locale per fusione o incorporazione. (…)

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (….)

- dichiara rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale (...)

Dispone la sospensione parziale del presente giudizio e ordina l’immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale.

Ordina che, a cura della Segreteria della Sezione, la presente ordinanza sia notificata alle parti costituite e al Presidente del Consiglio dei Ministri, nonché comunicata ai Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica (...)"
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NOTA DELLA REDAZIONE DEL BLOG

Il rinvio alla Corte Costituzionale pubblicato il 20 gennaio 2017 (Tar del Lazio) della "questione della legittimità costituzionale"  dell'obbligo dei piccoli Comuni (quelli con meno di 5.000 abitanti) di procedere alla costituzione di Unioni di Comuni, UTI da noi in regione, che per altro NON sono un "ente locale" ma solo una "emanazione dei Comuni stessi", come da sentenza nr. 50 del 2015 della Consulta, e la conseguente  espropriazione delle  funzioni comunali fondamentali, pare non destare nella nostra Regione particolare interesse. Viene avvertito e denunciato solo  il caos amministrativo conseguente a questa espropriazione di funzioni comunali, ma non il pericoloso deficit di democrazia denunciato dai magistrati del Tar del Lazio
     

Ricordiamo che anche le Regioni a statuto speciale - al pari delle regioni a statuto ordinario e del Parlamento - sono tenute al rispetto sia dei "Principi fondamentali" della Costituzione italiana  (come il Principio autonomistico definito all'art. 5),  che dei  trattati internazionali sottoscritti e ratificati anche dallo Stato italiano come la "Carta europea dell’autonomia locale" (vedi articolo 4 dello Statuto di autonomia speciale della regione Friuli -VG).

Come scrivono i magistrati del Tar del Lazio nella loro Ordinanza di rinvio alla Corte Costituzionale, siamo dunque in presenza di un grave problema di "funzionamento del circuito democratico"  e non di un "problemino" di comunicazione ("non siamo riusciti a farci capire") come ripete spesso  l'assessore regionale Paolo Panontin.....


LA REDAZIONE DEL BLOG    

domenica 19 marzo 2017

DOPO IL DISASTRO UTI, "PARLAMENTO DEL FRIULI SUBITO"

 
 
 
 
 
Copertina del settimanale
dell'Arcidiocesi di Udine
LA VITA CATTOLICA
di mercoledì 15 marzo 2017
 
a pagina 4, 5, 6 e 7 "SPECIALE"
 
"Si pensa già al post Uti,
la riforma Panontin
non riesce a decollare"
 
Servizi a cura di Roberto Pensa
 
 
 
 
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DOPO IL "DISASTRO" UTI
(UNIONI TERRITORIALI INTERCOMUNALI)
 
"PARLAMENTO FRIULANO SUBITO"
 
 
Non possiamo che essere d'accordo con quanto espresso da Daniele Gleria - Sindaco di Paularo, Mario Anzil - Sindaco di Rivignano Teor, il prof. Mario Bertolissi -  docente ordinario di diritto costituzionale all'Università di Padova, Mario Pezzetta - Presidente dell'ANCI regionale, prof. Sandro Fabbro (professore associato di Tecnica Urbanistica e Pianificazione Territoriale all'Università di Udine) e Roberto Pensa - Direttore responsabile del settimanale La Vita Cattolica, nello SPECIALE del settimanale La Vita Cattolica, e i tanti sindaci friulani e della provincia di Trieste ormai "super-stufi" del caos amministrativo prodotto dalla pessima riforma regionale enti locali nr. 26/2014 e dei continui ricatti  di dubbia costituzionalità dell'Assessore regionale Paolo Panontin che evidentemente ha l'ordine di IMPORRE a ogni costo i carrozzoni burocratici chiamati "Uti".   
 
L'ente regione - ormai con dimensioni elefantiache - va snellito e i processi amministrativi vanno RESTITUITI ai due distinti territori in cui è composta la regione Friuli-VG: il FRIULI e la città di TRIESTE con i Comuni del Carso triestino. 
 
I due territori devono poter autogovernarsi separatamente sul piano amministrativo nel mentre la regione - unita - deve ritornare all'origine, ossia ad essere un organismo che esercita il potere legislativo e  avente compiti e funzioni di solo indirizzo (proposta ANZIL già sottoscritta da migliaia di cittadini e respinta dalla politica partitica regionale che vuole accentrare tutto nel capoluogo regionale).   
 
Scrive Roberto Pensa nel suo Editoriale di mercoledì 15 marzo:
 
"(...) Un organismo di area vasta, come le Uti, dovrebbe saper fare due cose: ridurre i costi di gestione dei servizi e saper costruire una strategia per lo sviluppo del proprio territorio. Ebbene, come "La Vita Cattolica" afferma con forza fin dal momento in cui Debora Serracchiani ha inserito questo progetto  nel suo programma elettorale, le Uti non sono in grado di fare né questo né quello (....). La riorganizzazione dei servizi, inoltre, non imponeva di espropriare i comuni delle relative funzioni per affidarle alle Uti. I piccoli municipi potevano essere obbligati a svolgere insieme i servizi ma mantenendone il controllo (...). Il terremoto di oggi si chiama crisi economica e occupazionale. Il Friuli può vincere ancora la sfida della ricostruzione se oggi, come nel 1976, avrà in mano gli strumenti per esercitare davvero la propria autonomia e non 17 inutili carrozzoni burocratici chiamati Uti
 
Roberto Pensa"
 
 
 
PERFETTAMENTE D'ACCORDO!! 
 
LA REDAZIONE DEL BLOG 
     
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