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domenica 24 dicembre 2017

"LEGGERE E SCRIVERE" la LECTIO MAGISTRALIS di Gianfranco d'Aronco

 
18 dicembre 2017
 
Grande partecipazione oggi alla cerimonia nell’aula 3 di via Tomadini a Udine

A Gianfranco D'Aronco, uno dei “padri” dell'Ateneo friulano, la laurea ad honorem in Italianistica

 
 
 
 
Foto tratta da quiuniud
 
 
 
Lectio magistralis
di Gianfranco D’Aronco
 
Leggere e scrivere 

 
Comincio col ringraziare i principali responsabili dell’onore che mi viene riservato, a partire dall’attuale magnifico rettore Alberto Felice De Toni e da chi lo ha preceduto, Cristiana Compagno. Io ho il merito, diciamo così, di aver resistito alle intemperie dell’età, quando finalmente si smette di scrivere, ma non di leggere. C’è sempre da imparare qualcosa.
In realtà io mi sono sempre sentito scolaro, e anche oggi mi sento tale, pur se qualche cosa ho imparato, attingendo a quanto prodotto da maestri veri, che ho avuto la fortuna d’incontrare: mi riferisco alla Cattolica di Milano. Dopo la laurea e il perfezionamento o specializzazione (oggi si dice “master”), non ho fortunatamente interrotto i rapporti con chi avevo incontrato all’ombra di S. Ambrogio. Dico ad esempio Luigi Sorrento, Alberto Chiari, Aristide Calderini, Lorenzo Bianchi. I granelli di scienza da loro sparsi trovavano qualche piccola zolla fertile anche in me, e li ringrazio ancora col pensiero, se essi mi ascoltano dell’alto.
Anno dopo anno, mi avvenne di insegnare a mia volta, e di punto in bianco mi trovai a Padova, all’ombra di maestri come Diego Valeri, Carlo Tagliavini, Vittore Branca, Gianfranco Folena. Dopo vent’anni, e dopo una breve parentesi a Siena, passai a Trieste, dove avevo mosso i primi passi come assistente di Aurelio Roncaglia. E a Trieste trovai eccellenti colleghi come Bruno Maier e Claudio Magris.
Chiedo venia per l’autobiografia , per dire che ciò che possiedo è per metà farina del sacco altrui, e debbo in qualche modo ricambiare almeno un po’ del bene ricevuto. Quanto a farina mia, non sarò certo il giudice di me stesso. Rimando chi proprio lo volesse a una Miscellanea, pubblicata per merito di Giovanni Frau e arricchita da una generosa presentazione di Raimondo Strassoldo.
Lasciate ora che mi rallegri per aver visto nascere e crescere in tutti questi anni la nostra Università, e ricordi chi, interpretando voti precedenti, ha dedicato anima e corpo a una tenace e disinteressata azione volta a rivendicare i diritti di una terra. Era una voce fattasi presto voce di popolo, riconosciuta con legge di iniziativa popolare: dico di Tarcisio Petracco “cui nullum par elogium”, e ho detto tutto.
Ho visto nascere questa Università, dapprima come Facoltà staccata dall’ateneo di Trieste, e poi fattasi autonoma. Come è stato sottolineato, è sorta al servizio di schiere di giovani, che in passato dovevano attingere ad altri atenei di là della Livenza e del Timavo. Ma c’era stato un lontano precedente, rivendicato da un insigne storico del diritto, il nostro Pier Silverio Leicht: uno Studio generale, come si diceva allora, ovvero una scuola di diritto con sede a Cividale, che il patriarca Bertrando aveva voluto e che Carlo IV di Lussemburgo riconobbe con un documento che reca la data 1353 e che si può leggere ancora. Ma già da prima, forse dal 1344 almeno, la scuola funzionava. In Italia lo Studio bolognese, il più antico che si conosca, sorse nel 1158; quello padovano nel 1221. Nel resto d’Europa gli Studi sono tutti successivi. Ma la istituzione cividalese ebbe vita breve: meno di un secolo, scomparendo con la occupazione veneziana. Peccato. Lo Studio aveva uno scopo importante: attirare studenti dall’Italia, dalla Germania, dalla Ungheria, dalla Slavonia. E il particolare interesse che la nostra Università mostra verso la cultura dell’Est pare quasi sia nato dalla volontà di fare propria l’antica missione per la quale era sorto il glorioso Studium.
Non voglio abusare ancora della vostra cortesia. Delle mie opere e operette hanno già detto altri. Ho studiato la letteratura italiana. Mi sono occupato di letteratura friulana (insegnavo letterature popolari e filologia romanza). Ho pubblicato una versione inedita e pressoché ignorata, risalente alla fine del XIII secolo (come le cinque esistenti in Europa: a Parigi, Lione, Bruxelles, Londra, Oxford) e conservata nella biblioteca arcivescovile di Udine: dico della “Grande ricerca del santo Graal”. Quanto al settore friulano, ho dato una mano al risveglio di questa letteratura, che reca i nomi di Pier Paolo Pasolini, Riccardo Castellani, Franco de Gironcoli, Riedo Puppo, Novella Cantarutti, Nadia Pauluzzo e tanti altri ormai. Era la fine del dialettalismo nostrano. Contemporaneamente (e non poteva essere altrimenti) ho seguito le vicende che avrebbero portato non senza ostacoli al riconoscimento della nostra Regione autonoma. Anche qui potrei continuare: del resto è tutto già scritto. Non eravamo campanilisti; non eravamo chiusi in casa. Leggevamo tra l’altro i libri, a cominciare da“Mireio” di Mistral, sulla cui tomba ho letto cinquant’anni fa una sola parola: “Prouvenco”. E leggevamo Aubanel, di cui ci colpì un giorno (cito a memoria), un verso: “Spingendo la carretta sul monte Ventoux, non parlavamo di piccola o grande patria”. L’amor di patria è un sentimento, e all’amore non si comanda. Meglio sarebbe forse l’amor di patrie. Voler bene al Friuli non significa (figurarsi) disdegnare il resto del mondo. Il Friuli (confesso) è stato il mio primo amore. Le prime parole che sentii da neonato erano nel friulano di Gemona dei miei genitori: e il primo amore (altro detto) non si scorda mai. Sul Friuli ho scritto e soprattutto letto. Meglio così, meglio rimanere scolari. Grazie.
 
TO, 17.12.17   Gianfranco D’Aronco
 
 
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La Redazione del Blog nel ringraziare il prof. Gianfranco D'Aronco per averle concesso la pubblicazione  della sua  Lectio magistralis, rinnova nuovamente al Presidente onorario del "Comitât pe autonomie e pal rilanç dal Friûl" le più vive congratulazioni.
 

LA REDAZIONE DEL BLOG
 

venerdì 15 dicembre 2017

18 DICEMBRE 2017 ALLE ORE 11 - UNIVERSITA' DEL FRIULI - CONFERIMENTO DELLA LAUREA MAGISTRALE AD HONOREM IN ITALIANISTICA AL PROF. GIANFRANCO D'ARONCO.


Università di Udine

La S.V. è invitata 

alla cerimonia di conferimento della Laurea Magistrale ad Honorem  in  Italianistica.

 
al prof.
 Gianfranco D'Aronco

che si terrà lunedì 
18 dicembre 2017
alle ore 11.00
presso l'aula 3 di via Tomadini 30  a Udine.
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Compliments

al Prof. Gianfranco D'Aronco, President onorari del Comitât pe autonomie e pal rilanç dal Friûl!

I soi amîs del Comitât
 
 

lunedì 20 luglio 2015

"IL COMUNE RUSTICO ovvero IL CONTADO FRIULANO" di Gianfranco D'ARONCO


"IL COMUNE RUSTICO

ovvero

IL CONTADO FRIULANO"

di

Prof. Gianfranco D'Aronco



Non sono un politico, perciò stento a capire certe cose. I nostri capi regionali hanno cominciato con le Province, scoprendone la inutilità, anzi i guai generati dalla loro esistenza.

Per risparmiare, anzi per razionalizzare, al posto delle 4 Province nasceranno le Provincette: in numero di 18, né di più né di meno. E saranno date in affido a rappresentanti quali che siano (basta la forma) ma praticamente a personale dipendente, che passerà nei ruoli della Regione e che quindi avrà la grande libertà di eseguire gli ordini di Trieste.

Questa riforma è già passata al concreto, cominciando col trasferire sulle Rive adriache i vari Centri per l’impiego, sparsi nella Regione. Ci sarà dunque un’unica “cabina di regia” (come suona bene), secondo il linguaggio degli addetti ai lavori, e tutto sarà più veloce ed economico. Tranquilli: l’altro giorno il Senato, in via di estinzione, ha dato voto favorevole all’abolizione delle Province. “E’ un ottimo voto”, ha commentato la prima donna del FVG; abbiamo la grande fiducia di avere preso la strada giusta”. Anche un parlamentare nostrano si è dichiarato soddisfatto, perché si va verso una “semplificazione dei livelli di governo”, necessariamente basato sul dualismo Regione-Comuni” (questo nel dolce stil novo).

La sorella redenta nel 1918 è capoluogo di Comune, capoluogo di Provincia, capoluogo di Regione. Le piacerebbe anche diventare città metropolitana, nonostante ci sia stata già una bocciatura in proposito: ma si può combinare. Un altro parlamentare di qua ha asserito che “sembra giusto poter garantire alla Regione una possibilità di più” (sic).

Mentre ci si diletta con le Provincette, ci si trastulla con i Comuni. Non conta il fatto che siano nati, secolo dopo secolo, come esigenza espressa dalle popolazioni locali, chiaro esempio di autonomia dalla base. Per chi ci comanda, sono troppi. I grandi capi hanno steso su un tavolo una carta della Regione come fosse una pizza, e l’hanno tagliata in varie fette, che sarebbero i nuovi Comuni. E a chi non si adeguerà, andrà un minore trasferimento di contributi. “O noci de la Carnia, addio!”, diremo col Carducci del “Comune rustico”. E gli autogovernanti risponderanno: “Morrete per la nostra libertà”. Comunque i 57 sindaci pronti a impugnare il nuovo piano di riordino (cioè di ordini) davanti al TAR, sperano: la speranza è la virtù dei friulani.

Rimangono i misteri misteriosi della Sanità. Si penalizzano ospedali di lunga riconosciuta tradizione, assicurando che tutto andrà per il meglio. Per ragioni economiche ancora da illustrare, i lungodegenti dovrebbero rimanere a casa, dove andrà a trovarli il medico di turno appartenente al Distretto e non altri. Il Veneto ha detto di no ai tagli, quelli sì certi; noi avevamo già da anni provveduto alla bisogna: la Sanità è tutta a carico del bilancio regionale. Consoliamoci apprendendo che i friulani sono tra i maggiori donatori di sangue, raccogliendo ogni anno oltre 25 mila litri di plasma, in parte ceduto a vari Paesi del mondo.

Tornando ai Comuni rustici e alle Provincette per cui si è debordato (nel senso di uscire dalla retta via), non sappiamo se credere al generale stupore della gente, o al compiaciuto commento della prima della classe, quando asserisce: “La nostra legge di riforma degli enti locali ci ha permesso, caso unico in Italia, di trasferire dal I° luglio le competenze, e i relativi dipendenti, dei Centri per l’impiego dalle Province alla Regione. Ne faremo altri di passi, progressivamente, sino all’effettivo e definitivo superamento degli enti intermedi”. Anche i centri servono all’accentramento. Aggiungasi l’annunciato rischio di perdere 15 milioni di euro di contributi europei per occupazione e lavoro, che il governo vorrebbe trasferire a parziale copertura di uno dei tanti buchi di bilancio. E simili cose. Il guaio sta in alto loco. “La specialità non rappresenta un privilegio”, ha ammonito la maestrina dalla penna rossa. Non si sa se abbia diretto queste parole ai friulani o ai romani.



Gianfranco D’Aronco

Presidente Onorario

Comitato per l'autonomia
e il rilancio del Friuli
 
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Il documento a firma del Prof. Gianfranco D'Aronco è stato pubblicato sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO (Ud) venerdì 10 luglio 2015
 

domenica 7 giugno 2015

UN CONTADO CHIAMATO FRIULI di Prof. Gianfranco D'Aronco


 
UN CONTADO

CHIAMATO FRIULI
 
del Prof.
 
Gianfranco D'Aronco



Il libro "Un contado chiamato Friuli"
del prof. Gianfranco D'Aronco
 
edito da “LaNuovabaseEditrice",  maggio 2015
 
è stato presentato venerdì 5 giugno alle ore 17.30 a Palazzo Belgrado a Udine (Palazzo della Provincia)

 
 
Dal quotidiano

IL MESSAGGERO VENETO (Ud)




(…)

DOMANDA -  Per il professore  (Gianfranco D'Aronco n.d.r.) si doveva arrivare a due realtà separate: Trieste e Friuli. E' riproponibile un discorso del genere?

Risposta di Sergio Cecotti

«Si riformano la struttura dello Stato e il sistema delle autonomie locali, ma nessuno parla di una riforma della Regione, se non nel senso di cancellarla. E si tratta della cosa più necessaria e urgente: la Regione funziona peggio dei Comuni, e rischia di diventare il fattore di ritardo del Friuli Venezia Giulia rispetto al resto d'Europa. All'interno della riforma va affrontato il nodo irrisolto del rapporto tra i territori costitutivi, facendo ricorso a una fantasia istituzionale da Regione speciale, non alla copiatura di istituti pensati per risolvere altri problemi, in altre situazioni, per altro "ordinarie"».


DOMANDA - Per D'Aronco è stato tradito uno Statuto che impegnava la Regione al massimo decentramento. E oggi spira un vento neocentralistico romano.

Risposta di Sergio Cecotti
 
«Il neocentralismo romano rafforza la regola: "decentro rogne e problemi che non so risolvere, mi tengo poteri e funzioni che creano lustro e consenso".

La Regione Friuli Venezia Giulia è ligia alle regole: ha decentrato quando si è trovata in difficoltà o temeva di non farcela, vedi il post terremoto. E' andata bene così, almeno quella volta».

DOMANDA - L'abolizione delle Province rappresenta un ulteriore attentato al federalismo, dice D'Aronco. Concorda?

 Risposta di Sergio Cecotti
 
«Ricordo il dibattito tra D'Aronco e Pasolini sulle Province di Udine e Pordenone. Pasolini, ma non D'Aronco, era favorevole alla riforma, purché a valle dell'istituzione della Regione Autonoma Friuli. Allo stesso modo io sono favorevole al superamento di un modello ottocentesco di organizzazione territoriale basato sul rapporto gerarchico tra capoluogo e "contado". Si tratta di una relazione sociologica città–campagna da tempo fuori dalla realtà storica, e fattore di ritardo istituzionale. Però, come Pasolini, penso che l'eliminazione delle Province doveva seguire una riforma costituzionale della Regione capace di dare una soluzione moderna al problema del rapporto tra le componenti territoriali».


Luciano Santin

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mercoledì 15 aprile 2015

FERMARE IL NUOVO CENTRALISMO - di Gianfranco D'Aronco


Fermare il nuovo centralismo

di Gianfranco D'Aronco


Forse qualcuno dei miei 24 lettori ricorderà che, alla vigilia delle prime elezioni regionali (1964), il partito di maggioranza si preoccupò di rassicurare i friulani - timorosi del matrimonio forzato con la Giulia - che non ne sarebbe assolutamente conseguita una prevalenza di Trieste ai danni di Udine, Gorizia e Pordenone. Nessun timore di accentramento del potere: la Regione si sarebbe limitata a tracciare le grandi linee programmatiche (così si disse), mentre la loro realizzazione sarebbe stata demandata “di norma” agli enti locali: province e comuni.

La regola sarebbe stato il decentramento: lo si legge ancora oggi nel nostro statuto, che ha valore di legge costituzionale. Ma fu esattamente il contrario. Finita la festa, si affermò in alto loco che era impossibile rinunciare alla gestione diretta di una politica unitaria: troppo macchinoso. Decentrare mai: meglio accentrare tutto, a cominciare dai contributi alle sagre e alle bocciofile.

A distanza di 50 anni si ripete oggi con sempre maggiore sicumera che la Regione deve essere una: anzi unica, unita, unificata, unitaria, uniforme e univoca (un’inezia: è sparito pure il tratto distintivo fra i due toponimi: l’uno antico di 2000 anni, l’altro di recente invenzione: 1863). I campanilismi costituiscono un orribile attentato all’autonomia speciale: questa la voce dei padroni.

Non so se la città giuliana è fornita di campanili, oltre a quello di San Giusto. Fatto si è che Trieste è in cima ai pensieri dei politici regionali di turno, particolarmente sensibili alle esigenze della “capitale” e del capitale (compreso il vitalizio “sibi et suis”). Pare che, almeno ascoltando quotidianamente la televisione di stato, ogni iniziativa intrapresa a favore o del Porto vecchio e della Ferriera o della Barcolana sia la miglior operazione volta al benessere generale, esteso alla intera regione dalle Alpi al mare. La cultura merita poi un favore particolare. A ripianare il deficit del teatro “Verdi” o “Rossetti”, ad esempio, ci pensa la Regione non per niente autonoma: tra i primi a beneficiarne sarebbero i furlani, si badi bene, di persona o di riflesso. Se non si muovono, peggio per loro.

Il finanziamento straordinario di 30 miliardi, detto fondo di rotazione, concesso alla metropoli veneto-giuliana a cominciare dal 1955 (altro esempio), non toccò per nulla il Friuli. Infatti alla semplice richiesta di poter attingere a quei fondi, timidamente avanzata da due parlamentari udinesi, si reagì con una sdegnosa e scandalizzata ripulsa da parte dei patrioti redenti. I diritti di Udine non erano paragonabili a quelli di Trieste. Oggi come ieri, quella che prevale oltre Timavo è una mentalità prettamente municipale, ereditata dai tempi della dedizione agli Asburgo (1382). Niente la fare: noi siamo solo il contado.
 
Ma l’accentramento, intrapreso su scala nazionale da chi oggi comanda nella Città eterna, ha trovato accoglienza immediata dove? Da noi, come no. Quando fu annunciato l’accorpamento o la riduzione delle province, storiche o no (s’intende per via dalla razionalizzazione ovvero del risparmio assicurato), cui le regioni speciali non erano del resto tenute, vi fu chi, dal seggio più alto di piazza Unità, sentenziò prontamente che l'idea era una gran cosa, e che anzi, quanto alle province, si poteva abolirle tutte. Non diversa fu l’idea di chi succedette a occupare l’alto solio.

E anzi (l’appetito vien mangiando) si stabilì che anche i comuni debbano essere in parte eliminati accorpandoli: e ciò per renderli più efficienti. Alla Regione definirne i confini. E ciò non ascoltando i diretti interessati, ma ispirandosi alla grande storia (è noto l'episodio che vide a Yalta o non so dove Iosif Vissarionovi? Džugašvili detto Stalin, armato di una grossa matita blu, tracciare su una carta d’Europa il confine tra gli stati d’influenza occidentale e quella orientale, da cui la cortina di ferro di churchilliana memoria). I comuni reticenti si vedrebbero ridurre di un terzo, per castigo, i trasferimenti dalla Regione.

Quanto alle future provincette potrebbero essere battezzate con altro nome (dopo Aree vaste si è pensato a Unioni territoriali intercomunali e via dicendo: Circondari sarebbe un tornare indietro), o meglio con semplici numeri: così sarebbero ancora meno identificabili a futura memoria.

Già che ci siamo, ecco razionalizzare anche gli ospedali o meglio le aziende sanitarie, abolendone alcune. Un suggerimento: più in là aboliamo pure i malati, o quanto meno lasciamoli a casa, dove potranno essere agevolmente raggiunti dai medici, magari forniti di auto con autista: mica si può pretendere che un professionista faccia un doppio mestiere. Gorizia, che cincischiò a suo tempo quando fu invitata ad aderire alla Unione delle province friulane, continui pure a fare l'occhiolino a Trieste, nella speranza di ricavare qualcosa di sotto il tavolo, certo più che da Udine.

E Pordenone, cui Udine regalò metà della sua provincia nel 1968, mediti su quel che le viene ora in cambio da Trieste, dopo essersi donata a lei per un piatto di lenticchie.

Torniamo a Roma capitale immorale. Il Senato non potrà più legiferare, ridotto come sarà a un vaso di fiori. Come si vede, ci vuol poco a cambiare la Costituzione. Un illustre giurista prevede che la riforma in itinere finirà per cambiare un buon terzo della Carta fondamentale, compresi i rapporti con le regioni. Per esempio, si preannuncia, con l'eliminare alcune materie di potestà legislativa primaria o concorrente della regione. A proposito: chi oggi è al sommo del Friuli Venezia Giulia può ben attingere a più alti onori. È un richiamo del resto dalla città natia.

Essere proconsoli a Trieste, tutto sommato, è poca cosa. Trieste non ha da tempo la Sissi, è vero: ha la Sissa e altro, per via del terremoto che ha devastato il Friuli, non la città Cara-al-cuore. Ma è una tappa per ulteriori vittorie. Corsi e ricordi storici: mi viene in mente la celebre profetessa ebrea, autrice del canto dei Giudici (XII secolo a.C.), vincitrice del re di Hazor. Il suo nome cominciava per “D”.

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L'articolo a firma del Prof. Gianfranco D'Aronco - Presidente Onorario del "Comitato per l'autonomia e il rilancio del Friuli" -   è stato pubblicato sul quotidiano il Messaggero Veneto martedì 14 aprile 2015.



sabato 15 febbraio 2014

"FRIULI VITTIMA DELLA POLITICA DEL CARCIOFO: VIA VIA HA PERSO TUTTO" di Gianfranco D'Aronco


 
 
 
 
L’AUTONOMIA CHE NON C’E’

"Friuli

vittima della politica del carciofo:

via via ha perso tutto"

di

Prof. Gianfranco D'Aronco


I.

“Siede la patria mia tra il monte e ‘l mare”, scriveva cinquecento anni fa Erasmo di Valvason (oggi scriverebbe “Dorme”). La dolorosa istoria dell’autonomia friulana può essere sintetizzata in poche ma sentite parole. La iniziativa fondamentale di Tiziano Tessitori, condotta in seno all’Assemblea costituente, aveva ottenuto il suo primo riconoscimento dalla II.a Sottocommissione, che approvava la nascita della Regione Friulana, cui avrebbero potuto aggiungersi i resti di quella che fu la Venezia Giulia, ancora amministrata dagli alleati (dicembre 1946). La Regione Friulana diventava Regione Friuli e Venezia Giulia in sede di coordinamento di detta Sottocommissione, mentre la Commissione demandava alla Costituente ogni decisione per un’autonomia particolare del Friuli-Venezia Giulia (febbraio 1947). E l’Assemblea approvava detta autonomia particolare (giugno 1947). Sennonché votava poi una norma transitoria, per cui la nuova Regione sarebbe stata “provvisoriamente retta” secondo la norme previste per le Regioni normali (ottobre 1947). Passa un anno, passa un altro, il Senato, proponente Luigi Sturzo, dichiarava decaduta detta norma transitoria: poteva nascere il Friuli-Venezia Giulia con autonomia particolare (febbraio 1955). Ma, perché avvenisse il miracolo, bisognava attendere ancora sino al 1964. Così va il mondo, anzi lo Stivale.

E a casa nostra, cosa bolliva in pentola? Lasciamo perdere date e avvenimenti precisi (tutti passati davanti ai nostri occhi, e del resto già abbondantemente documentati), per affidarci in toto alla memoria. Il Friuli è rimasto esattamente vittima della politica del carciofo, che si perpetua ancora oggi. Trieste – la più italiana delle città italiane per definizione – era, com’è, molto ascoltata dai Sette Colli. Meglio, si è sempre fatta ascoltare: dalla sua dedizione all’impero degli Asburgo (1381) preferito a Venezia, all’età felice di Maria Teresa, sino al raggiungimento del Quarnaro, che “Italia chiude e i suoi termini bagna” (Dante). Ma occorreva attendere una seconda redenzione. Defunto o meglio mai costituito il Territorio Libero previsto dal trattato di pace, scomparivano anche la zona A di detto Territorio (ad amministrazione italiana) e la Zona B (ad amministrazione jugoslava). Così Trieste era tornata fra le braccia della Gran Madre (ottobre 1954). Di quella strada il centro politico della Regione non rimaneva più Udine, naturale baricentro, ma Trieste, decentrata fuori centro. Un matrimonio d’interesse tra il Friuli e la Giulia, è stato detto. Interesse per i triestini: ma per i friulani? Tacquero, abituati a servire e tacer. I friulani o meglio i partiti avevano ceduto bel bello una primogenitura. In cambio di che? “Parola dita no torna indrio”, recita un detto sulle Rive: il presidente della Regione sarebbe dovuto essere in perpetuo un friulano. Davvero? Ecco che nel 2003 subentrava un triestino doc, originario dalla Lista per Trieste, e non sarebbe stato il solo. Ben gli sta ai furlani.

Guardiamo ora come si è concretata la predetta politica del carciofo, mercé la quale, tolte le foglie una dopo l’altra, non rimane che il gambo. Questo il lungo travaglio della Regione, data a mezzadria ai politici che l’avevano in appalto. Ci fu raccontato per gradi:

  1. La Regione Friulana sarebbe nata provvisoriamente con autonomia normale (Trieste era di là da venire);
  2. Trieste (ritornata a noi) avrebbe dovuto avere una collocazione particolare in seno alla Regione, con Udine capoluogo;
  3. la Regione avrebbe avuto come capoluogo Trieste, però con Province autonome, tipo Trento e Bolzano;
  4. niente Province autonome, ché non aveva importanza essere capoluogo: la Regione avrebbe attuato il decentramento sugli enti locali, cioè Province e Comuni (tale l’imperativo della Costituzione e dello Statuto);
  5. decentrare sugli enti locali risultava praticamente impossibile.

Il sistema della sottrazione con destrezza continua. Ora attendiamo che vengano cancellate le Province (dicono per risparmiare): così Udine, Gorizia e Pordenone decadranno a sedi periferiche di uffici della Regione, mentre Trieste (questo è sicuro) diverrà un doppio concentrato di potere. E di questo passo il Friuli, se non si sveglierà, diventerà una pura denominazione geografica. “Questo di tanta speme oggi mi resta”, direbbe Ugo Foscolo.

In cambio di tanta umiliazione inferta a dosi omeopatiche, qual è stato il ricavo? Basta sfogliare i giornali, limitandoci alle ultime settimane. Ecco qualche titolo. Spariranno le Province entro il 2018, Rivolta contro la riforma delle Province, Addio alle Province, Grave la cancellazione delle Province, Le Province non ci saranno più, Salveremo le Province, Senza Province l’identità in pericolo. E via di questo passo. Ma per questa riforma occorre una legge costituzionale, con doppia lettura alle Camere. C’è da notare per altro che le Regioni a statuto particolare non sono affatto tenute ad attuare la prevista sparizione. Ma ecco che, al primo annuncio della riforma che parlava solo di Province piccole da sopprimere o da accorpare, l’allora presidente della Regione autonoma, che non crede nell’autonomismo, si affrettò l’indomani stesso a plaudire, aggiungendo che magari si potevano sopprimere tutte. Anche l’attuale presidente (che non è provinciale essendo oriunda romana) pregusta l’ora della sparizione.

Altro argomento. La lingua friulana, minoritaria nell’intero Stato e maggioritaria nella Regione, costituisce una delle realtà fondanti dell’autonomia particolare. Viene valorizzata o almeno difesa, cominciando dalle scuole? Ancora i giornali: Dimezzati i fondi destinati alla madrelingua, Prima le promesse e poi i tagli, Un milione 165 mila al teatro “Verdi” di Trieste, Pochi soldi al friulano: 875 mila, All’agenzia per la lingua friulana 400 mila da uno 300 mila, Praticamente dimezzato il contributo alla Filologica. E il friulano nelle scuole, a norma di legge? “Un’ora sola ti vorrei” (come dice la vecchia canzone) alla settimana. Ma per la Regione più che autonoma la lingua materna rimane fuori dalla porta: non vale neanche che la netta maggioranza delle famiglie lo richieda. Un po’ per ridere e un po’ per non morire: il Consiglio comunale di Trieste sorella, che non c’entra, ha votato a suo tempo un ordine del giorno contro la lingua friulana.



II.

Ancora la favorita, rispetto al friulano “salt, onest, lavoradôr”. Ha detto 50 anni fa un sindaco della città adriatica che il Friuli è il suo contado. E lo si vede quotidianamente sui giornali. Sono troppi gli ospedali per la Regione. Come che sia, è previsto un taglio di 100 milioni alla Sanità. Meglio però gli ospedali pochi ma grandi (il capoluogo della Regione bicipite ne ha due), e i malati facciano il piacere di muoversi. Quello di Gemona, pare, perderà 4 milioni, 3 Cividale. Tolmezzo, cancellato il Tribunale appena costruito, sarà ridimensionato: taglio inaugurale di 9 milioni. Dimenticavamo San Daniele. Penalizzata Gorizia, penalizzata la montagna, penalizzata la Bassa nonostante la efficienza. Piazza pulita dei piccoli ospedali, nati nei secoli dalla pietà cristiana? Inutili i doppioni: occorre accentrare al centro, dove si allungano le code dei pazienti in attesa nei corridoi, mentre le vie adiacenti sono diventate un parcheggio sempre più dilagante.

C’è la crisi, non ci sono soldi, ci avvertono. Dicevamo dei 14 milioni elargiti al teatro “Verdi” di Trieste, sostanzialmente collassato: ma che siano gli ultimi, come ha scritto questo giornale. In tanti anni non si è riuscito a far altro che aumentare debiti. Disattese invece le promesse alla Orchestra sinfonica di Udine. Ammonisce l’assessore regionale competente: l’Orchestra non è paragonabile con il “Verdi”. Fortuna per Trieste che il Friuli c’è, dice qualcun altro: porteremo il “Verdi” in periferia. Spiega la presidente della Regione: per accedere ai fondi nazionali, il teatro doveva avere i conti in ordine, così li abbiamo raddrizzati. L’Associazione teatrale friulana si è vista negare il contributo annuo di 40 mila euro.

Trieste mia, che nostalgia”. Cancellate le aziende per la edilizia residenziale, se ne farà una sola. E l’amministratore unico di Trieste sarà il meglio rimunerato, perché il patrimonio edilizio di quella Provincia (con ben sei Comuni, un primato in Italia) è il più ampio. Si va verso la razionalizzazione. Così il fondo per la montagna passa dai 6 milioni a 800 mila.

Quanto alle così chiamate grandi opere, la Regione non potrà mettere lingua se non per assentire. “Grandi opere, grandi affari”, ha scritto qualcuno. I treni ad alta velocità o ad alta capacità sono strategici, affermano quelli che li vogliono (intanto i pendolari imparano che, abbastanza spesso, un’ora di viaggio può diventare tre). Bisognerebbe quadruplicare le linee esistenti, a costo di demolire qualche casa e qualche stalla. Sono poi di grande attualità anche gli elettrodotti. Proprietaria della intera rete di trasmissione nazionale di energia elettrica (utili del primo semestre 2013: 411 milioni), la Terna ha avuto il nulla osta della Regione quanto all’elettrodotto Redipuglia-Udine, con piena soddisfazione degli industriali. Altre iniziative in vista, da cui l’allarme della stampa. Incompatibilità delle opere, leggiamo, imposte dai monopoli della energia. Si profila all’orizzonte un elettrodotto fra Okroglo (Slovenia) e Udine: deturperebbe le valli del Natisone, la cui ricchezza è tutta nel paesaggio. Allarme ingiustificato, assicurano i padrini; impatto devastante, garantiscono i residenti. C’è l’incubo dei tralicci, alti magari 60 metri; gli interramenti non piacciono ai cavalieri d’industria.

Per fortuna una buona notizia, anche se ritardata. La Corte di cassazione ha bocciato l’annoso progetto delle casse di espansione tra Dignano e Pinzano, che avrebbero devastato cinque Comuni e compromesso il Tagliamento, alla modica spesa di 50 milioni di euro. Per carità: altre sono le vie per mettere in sicurezza il Latisanese da eventuali piene.

In questi ultimi anni, le Regioni sono decadute alquanto, per l’uso talora disinvolto del potere, tanto che da qualche parte si vorrebbe ridurre le materie su cui possono legiferare. Più di un potente si è segnalato per esercizi di abilità. E l’esempio è venuto da alto loco. Un referendum del 1993 aveva bocciato il finanziamento pubblico dei partiti col 90 per cento dei voti. Dopo due decenni, ci si assicura ora che detto finanziamento sparirà (tempo tre anni): ma praticamente solo nel nome e non nella sostanza, e si chiamerà contribuzione volontaria. Il costo della politica, o meglio dei politici, vale oggi oltre 23 milioni l’anno, come a dire 750 euro per ogni cittadino, neonati e centenari compresi. Ma c’è chi prevede che, a pieno regime, la cifra salirà, attraverso contributi pubblici e privati, a 40 milioni. Comunque, tranquilli: la legge relativa è ferma in Senato. A proposito di soldi, apprendiamo frattanto che il Demanio possiede stabili sfitti per 5 miliardi l’anno, mentre sborsa 750 milioni in canoni per altri stabili in affitto. Gli esempi trascinano. Nel suo piccolo, la Regione siciliana costa 160 milioni l’anno, quanto a retribuzioni ai 90 onorevoli deputati (si fanno chiamare così), ognuno dei quali pesa nella misura di un milione 770 mila euro, come a dire 14 mila 800 euro netti al mese. Siamo ricchi.

Torniamo a nord, esattamente in Campidoglio, dove ha sede il Comune di Roma. Non è un Comune qualunque, se annovera 37 mila dipendenti: una città. E’ un debito di 864 milioni. Niente paura: un decreto legge, detto Salva Roma, provvederà appunto a salvarla dal fallimento. Non è il primo aiutino concesso in premio ad altre città non virtuose.

Vien quasi da vergognarci noi furlan-giuliani o giulian-furlani per certe libertà concessesi da alcuni amministratori regionali. Sciocchezze: si son fatti rimborsare viaggi privati, pranzi e cene, financo sigarette e qualche mobile, una lavatrice, un forno a microonde, cavi di alimentazione, hard-disk, stilo, alimentari, portatili, iPad, pentole, calzature, super-alcolici, pizze, televisioni, lampade: in parte giustificato o già restituito a cortese richiesta. Poca roba, anche se fuori legge: leggerezze, appunto.
E i vecchi ideali? Idee come tante.
 
Prof. Gianfranco D'Aronco

"Presidente Onorario"
Comitato per l'autonomia
e il rilancio del Friuli
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L'articolo a firma del Prof. Gianfranco D'Aronco è stato pubblicato sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO  (Ud) – martedì 28 gennaio 2014 - pag. 38 e pag. 39.
 

domenica 26 gennaio 2014

COMITATO PER L'AUTONOMIA E IL RILANCIO DEL FRIULI - IL DOTT. PAOLO FONTANELLI E' IL NUOVO PRESIDENTE. IL PROF. GIANFRANCO D'ARONCO PER ACCLAMAZIONE NOMINATO PRESIDENTE ONORARIO


COMITATO PER L’AUTONOMIA
E IL RILANCIO DEL FRIULI

Assemblea del 24 gennaio 2014


Alla unanimità è stato nominato nuovo Presidente del Comitato il dott. Paolo Fontanelli.

Per acclamazione è stato nominato “Presidente Onorario” il prof. Gianfranco D’Aronco

Un augurio di “Buon Lavoro” al nuovo Presidente dott. Paolo Fontanelli e un grandissimo ringraziamento al Prof. Gianfranco D’Aronco che nel suo nuovo ruolo di Presidente Onorario siamo certi continuerà ad essere per il Direttivo e tutti i soci del Comitato, l’importante punto di riferimento che è sempre stato fino ad oggi.

LA REDAZIONE DEL BLOG

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COMITATO PER L'AUTONOMIA
ED IL RILANCIO DEL FRIULI

COMUNICATO STAMPA

Venerdì 24 febbraio, a Udine, si è tenuta l'assemblea del Comitato.
Il presidente prof. Gianfranco D'Aronco ha aperto i lavori ricordando la storia della nascita della Regione autonoma del Friuli e della progressiva erosione del progetto autonomista. Ha poi illustato le motivazioni che lo hanno portato a rassegnare le dimissioni dall'incarico di presidente, presentando all'assemblea la proposta della candidatura di Paolo Fontanelli.
Il prof. D'Aronco, su proposta unanime dei presenti, ha quindi accettato il ruolo di presidente onorario.
Sono seguiti vari interventi dei componenti il Comitato, tra cui quelli di Raimondo Strassoldo che ha evidenziato il rischio che sta correndo la specialità regionale nell'ambito della riscrittura del Titolo V della Costituzione, di Aldevis Tibaldi parlando contro la fusione dei Comuni e sul ruolo che dovrebbe avere Aquileia, di Roberta Michieli e Silvana Schiavi Facchin sul tema dell'insegnamento plurilinguistico in regione e di Giorgio Santuz sulla grave situazione economica del Friuli. Ha chiuso gli interventi il presidente dell'assemblea Roberto Dominici evidenziando l'errore che si sta commettendo con l'abolizione delle provincie e l'esigenza di riuscire a fare opinione con appropriati interventi sui media.
Paolo Fontanelli, votato all'unanimità, ha concluso ripercorrendo i temi principali emersi nel corso del dibattito ed in particolare l'esigenza della tutela della lingua friulana, elemento fondativo dell'autonomia regionale e della difesa e rilancio della specialità, strumento fondamentale per poter uscire dalla gravissima situazione economica evidenziata in tutti gli interventi.

Prof. Gianfranco D’Aronco – Dott. Paolo Fontanelli


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mercoledì 11 dicembre 2013

ATTACCO ALLE REGIONI di PROF. GIANFRANCO D'ARONCO



ATTACCO ALLE REGIONI
di
Prof. Gianfranco D’Aronco
       
Giorni fa un autorevole costituzionalista, Michele Ainis, professore alla Università di Roma III, avvertiva che attualmente sono chiamate in causa, per illegalità di vario genere, 17 Regioni del bel Paese e oltre 300 consiglieri. Dal Piemonte all’Emilia, dal Molise alla Sardegna, dalla Liguria all’Abruzzo, dal Lazio alla Sicilia, tutta l’Italia è Italia. Viene da chiedersi perché il Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta non entrino nell’elenco delle Regioni inquisite, e siano invece “rari nantes” tra quelle virtuose: ma questo è un altro discorso. Sprechi, intrighi, scandali: non c’è che da scegliere. Quali le illegalità? Amministratori regionali si sono fatti rifondere quelle che i giornali hanno battezzato “spese pazze”. Eccone alcune molto alla rinfusa: conti per ristoranti, coloniali, gioielli, macellerie, spazzolini e dentifrici, sigarette, dvd, cure mediche e veterinarie, valigie, cravatte, mutande, profumi, balocchi, farmaceutici, mangimi, alberghi, massaggi, gelati, piante, bambole, orologi, riparazioni d’auto e auto a noleggio. Troppi guai, si è cominciato a dire con intenzioni salvifiche. Troppi guai con le autonomie: meglio eliminarle. Sarebbe come dire: troppi incidenti con le automobili, meglio proibirle.
         Nota bene. Tutti questi appetiti di amministratori regionali si manifestano, nonostante che i nostri uomini siano già i beneficati da un esborso fisso cospicuo, vario da nord a sud. Ha fatto i conti l’economista Roberto Perotti, professore alla Bocconi. Nel 2012 i Consigli regionali sono costati in tutto – euro su, euro giù – un miliardo di euro, del quale ai consiglieri sono andati 230 milioni, agli ex-consiglieri 170 milioni, ai gruppi consiliari 100 milioni. Tutti esborsi a suon di legge. Nel dettaglio, ogni consigliere della Valle d’Aosta è costato in media 410 mila euro, quello del Trentino-Alto Adige 415 mila, mentre ogni consigliere della Calabria ha richiesto 1 milione e 500 mila euro, e della Sicilia 1 milione e 700 mila. Fatto si è che questi emolumenti a vario titolo sono fissati dagli stessi utilizzatori, cioè con leggi regionali. Nessuno può mettervi il becco: come nelle spese per gli onorevoli  parlamentari. I quali predicano bene: ma sarebbe meglio se dimezzassero i propri introiti (ma qui vige severa la più larga intesa, fatto salvo un partito: indovinala grillo). L’esempio viene dall’alto. Viene giusto a proposito la notizia del giorno: la Corte dei conti ha promosso un ricorso contro il finanziamento dei partiti. Un referendum di venti anni fa aveva stabilito, con il 93 per cento dei “sì”, che tale finanziamento doveva essere eliminato. Passa un anno, passa un altro, ecco il risultato a mezzo di “leggi camuffate” e di “norme monstre” (lo dice la Corte). Cambia la denominazione: non più “finanziamento” ma “rimborsi” e “donativi” in notevole aumento  su base quinquennale, anche a pro di partiti sciolti o non più rappresentati. “Che più ci resta?”, direbbe il poeta.         
Con il 1861 si è creduto di unificare l’Italia, unificando la organizzazione statale di marca piemontese. S’impose l’accentramento, e così si pensò di avere fatto, dopo l’Italia, gli italiani. I savoiardi prima e i fascisti poi ci hanno abituali a un potere accentrato. Tanto che, quando passammo alla Repubblica e optammo per le autonomie regionali (in mancanza del federalismo,  salvo quello fiscale: che ci sia ciascun lo dice), l’impianto concreto si rivelò, nonostante le conclamate buone teorie, di stampo vedi caso accentratore. Almeno della nostra Regione si deve dire così. Per essere chiari, tutto a Trieste: e non occorre spiegarlo ancora una volta. Come rimedio agli sprechi, si pensa ora di abolire le Province: così sarà rafforzato vieppiù l’accentramento del potere in piazza Unità (per intenderci quella con il municipio asburgico). I friulani, notoriamente “sotàns” cioè remissivi, porgeranno ancora una volta la chioma: così rimarranno pelati del tutto.
         Torniamo a bomba. Asseriscono i conservatori-nostalgici-revanscisti: aboliamo le Regioni, almeno quelle piccole. Qua e là si parla, anche a nord-est,  di razionalizzare.  Perché non facciamo tutt’uno con il Veneto (ex Venezia Euganea) e con il Friuli Venezia Giulia (ex Venezia Giulia soltanto)? Saremmo, dicono,  più grandi e più forti. In seguito altre Regioni potrebbero unirsi o meglio fondersi, salvo poi sparire anch’esse. Perché no, già che ci siamo? Torneremmo alla unità, meglio all’accentramento. Così, sparite le Regioni e rifatta l’Italia, rifaremmo finalmente anche gli italiani. Se le Regioni favoriscono i reati, con la unitarietà i pubblici amministratori  sarebbero tutti onesti. Il guaio è che rimarrebbero i furbi, e quelli chi li elimina?
Gianfranco D’Aronco
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L’articolo a firma del Prof. Gianfranco D’Aronco è stato pubblicato sul quotidiano “Il Messaggero Veneto”  (Ud) – 4 dicembre 2013

domenica 3 novembre 2013

"QUALI RIFORME?" di Prof. Gianfranco D'Aronco







QUALI RIFORME?
di
Prof. Gianfranco D’Aronco

Giorni or sono si è svolta a Roma una importante manifestazione, avente in programma la dichiarata difesa della carta fondamentale dello Stato. “La Costituzione è stata tradita”, ha affermato di fronte a migliaia di convenuti don Luigi Ciotti, che ha preso la parola accanto a Stefano Rodotà, Maurizio Landini, Gustavo Zagrebelsky e altri. Tradita perché? E’ stata disattesa a metà. Se ne potrebbe scrivere un libro. Ma nel mio piccolo, mi fermo  al fondamentale settore della riforma regionale.
         Le leggi son…  Piero Bassetti (negli anni ’50 autorevole esponente della sinistra di Base democristiana) è intervenuto di recente sull’argomento, dopo lungo silenzio. “Si è fatto qualche tentativo di decentramento”, ha affermato, “ma negli ultimi tempi c’è stato un pesantissimo ritorno al centralismo”. La unificazione italiana ha impedito uno sviluppo autonomo democratico. Per il mondo industriale è più comodo un governo centralizzato che controlli il Paese. E invece “l’unico modo per tenere insieme il Paese e controllare la periferia è quello di responsabilizzarla”. Uno Stato regionalista, meglio ancora federalista, è il solo mezzo per cui ogni parte d’Italia si carichi delle proprie responsabilità. Oggi invece ciascuna Regione, quale più quale meno, è legata con doppio filo al centro.
         Quello che impropriamente è chiamato federalismo fiscale, scrive Sergio Rizzo, serve per lo più a nascondere politiche sconsiderate ma utili alle clientele. Così apprendiamo che il Comune di Roma pretende dallo Stato più di 800 milioni di euro (e li avrà), necessari per risanare il bilancio. E così Milano, che si accontenta di 500. Ma non sono le sole, anche se il primato della finanza disinvolta, e insieme della inefficienza, spetta al Comune della città eterna, che tra l’altro dispone di 25 mila dipendenti.
         Riforme? Le s’invoca a ogni piè’ sospinto. Certo. Ma bisognerebbe riformare prima di tutto gli italiani. Il potere locale (sto citando persone un po’ più autorevoli di me) è generalmente in mano a “un’oligarchia plebea assurta agli agi e alle opportunità del potere senza avere la minima educazione o cultura necessarie”: parole di Ernesto Galli della Loggia. Il quale non è un testimone che esageri, quando afferma che “quel che resta dei partiti è solo una serie di autonomi potentati locali”, basati su famiglie, clan, conventicole. Non è dappertutto così, ma è più che sufficiente per allarmarsi.
         E da noi in Friuli? Cosa chiedevamo, seguendo Tiziano Tessitori, dal 1945 in avanti? Chiedevamo un’autonomia come per le altre Regioni, ma la più ampia possibile. E l’autonomia entrò nella Carta costituzionale (gennaio 1948). Leggiamo l’articolo 115: “Le Regioni sono costituite in enti autonomi con propri poteri e funzioni secondo i principi fissati nella Costituzione”. Articolo 116: “Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali”. Tutto bene. Sennonché l’impianto della nostra Regione e soprattutto il conseguente funzionamento furono  realizzati con criteri centralistici, a immagine e somiglianza dei ministeri romani. Trieste ebbe il dono di capoluogo (con annessi e connessi) di un territorio per quattro quinti, il Friuli, ad essa estraneo. Che poi l’autonomia sia speciale o particolare solo a parole lo testimoniano gli stessi nostri politici, sino ad oggi dormienti. Ad esempio un primus inter pares (si fa per dire), anche se scaduto, per il quale un tempo l’autonomia “non è un totem”, mentre ora auspica “un partito federato a Roma, ma con una forte autonomia” addirittura.
         L’importante è promettere: soprattutto riforme. In campo nazionale ora è la volta di Letta (Enrico). Non passa giorno che non ci si riprometta l’attuazione di riforme, promesse e ripromesse da anni. Non sto ad enumerarle. Un buon criterio sarebbe quello che riguarda il contenimento degli sprechi, ma rimane un’idea: a cominciare alla riduzione delle sovvenzioni ai partiti. Si tratta del costo della politica, così si dice: ma sarebbe più esatto parlare del costo dei politici. Quello degli sprechi è materiale sovrabbondante. Ma si potrebbe operare  un buon taglio anche a certe spese necessarie. Con tutto rispetto apprendiamo, ad esempio, che gli Aermacchi delle Frecce tricolori, di stanza a Rivolto, hanno bisogno di essere rinnovati, se si vuol continuare “a fare meraviglia nel mondo”, come ha assicurato il ministro della Difesa. Il progetto stimato è di 100 milioni di dollari.
         Veniamo alla promessa delle promesse: l’abolizione delle Province, che ha procurato un gran chiasso.  La nostra Regione, o almeno l’allora presidente, è stata la più sollecita ad aderire al primo annuncio, pur non avendo alcun obbligo perché “speciale” nonché “particolare”. Ma toccherà, caso mai, cambiare la Costituzione. La quale prevede (articolo 118): “La Regione esercita normalmente le sue funzioni amministrative delegandole alle Provincie, ai Comuni o ad altri enti locali, o valendosi dei loro uffici”.  Il nostro statuto del 1963 lo ripete tale e quale (articolo 119). Ma si è fatto il contrario. Forse vedremo, se nascerà qualcosa, che in omaggio al Gattopardo le Province cambieranno nome, rimanendo ben s’intende svuotate di quel po’ di autonomia che ancora possiedono. Con la conseguenza che, se ci si limiterà a questo, vedremmo un doppio concentrato in piazza Unità. A meno che del Friuli (Udine, Gorizia e Pordenone) non si faccia un’unica Provincia, autonoma sull’esempio di Trento con i dovuti adattamenti, e Trieste città metropolitana. Diversamente il Friuli sarebbe definitivamente condannato a una semplice denominazione geografica.
Gianfranco D’Aronco
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Articolo pubblicato sul quotidiano ll Messaggero Veneto  (prima pagina e seguito a pagina 8 ) il 29 ottobre 2013 con il titolo: SOLTANTO PROMESSE SULLE GRANDI RIFORME.

giovedì 2 maggio 2013

LETTERA APERTA ALLA PRESIDENTE SERRACCHIANI - RIFORMARE LA REGIONE di GIANFRANCO D'ARONCO




Lettera aperta alla
presidente  Serracchiani

RIFORMARE

 LA REGIONE

di
Prof. Gianfranco D’Aronco

         Gentile presidente, - ho preso l’abitudine, da qualche anno a questa parte, d’indirizzare una lettera aperta a questo o a quel presidente della Regione, specie se appena sfornato. So solo leggere e scrivere, e posso farlo senza chiedere un preventivo nulla-osta ad alcuno, salvo confidare nella cortese ospitalità del giornale. Lei sa naturalmente come destreggiarsi nel nuovo ufficio, e non ha bisogna di consigli: meno che meno da me, che non sono un politico. L’importante è che Lei s’ispiri solo a se stessa, e guardi ai predecessori solo per evitare le manchevolezze di fondo che pur hanno mostrato.
         Si parla da tutte le parti, specie nella capitale d’Italia, di riforme. Bisogna attuare le riforme – dicono da qualche decennio, e mai come ora. L’era montiana ha fatto e fa parlare, più che di ogni altro argomento, di una riforma delle Province, ossia della loro riduzione: e questo a prescindere indifferentemente da buone amministrazioni o da sprechi scandalosi, da fondamenti storici o da motivazioni obiettive. Un esempio, per restare nel nostro Friuli, Gorizia. Erede di quella che fu una Principesca contea, non avrebbe i titoli per rimanere Provincia, nonostante quello che ha patito e perduto nella prima e nella seconda guerra mondiale. Ha solo 25 Comuni e una superficie di 465 chilometri quadrati: troppo piccola. E’ piccola anche la Provincia di Trieste, che annovera  6 Comuni e una superficie di 210 chilometri. Ma si può fare una eccezione: è capoluogo di Regione, e a chi più ha più sarà dato: le leggi son fatte da chi comanda.
         Ora, a proposito di riforme – e lasciando naturalmente a Lei, gentile presidente, programmi e programmazioni restanti –, mi permetta di segnalarne una, per me prioritaria. Il Consiglio provinciale di Udine è stato or ora rinnovato alla naturale scadenza, mancando un provvedimento attuativo (senza contare che, per Regioni speciali come la nostra, la riforma è poco più che un suggerimento: doppia ragione dunque per noi). Rimane comunque la opportunità, anzi la necessità, di provvedere a una revisione degli impianti amministrativi: ma tenuto presente che non si può di punto in bianco cancellare le Province, mandare spasso i dipendenti e chiudere bottega. Si sa già che, al più, spariranno Presidenze e Consigli, con lieve risparmio di spesa. E rimarranno gli uffici ristrutturati con relativo personale. Senza dubbio verranno rifatte le tabelle dei portoni.
         Ma forse il sistema più logico, e quindi non adottato, sarebbe quello di rispettare l’articolo 118 della Costituzione, che suona così: “La Regione esercita normalmente le sue funzioni amministrative delegandole alle Provincie, ai Comuni o ad altri enti locali, e valendosi dei loro uffici”. E sarebbe anche quello di rispettare l’articolo 11 del nostro Statuto, secondo il quale “la Regione esercita normalmente le sue funzioni amministrative delegandole alle Provincie ed ai Comuni, ai loro consorzi ed agli altri enti locali, o avvalendosi dei loro uffici”.
Del resto una delle solenni promesse da parte del partito di maggioranza, alla vigilia delle prime elezioni regionali (1964), preannunciava per il nuovo ente “una organizzazione semplice nelle sue strutture e agile nelle sue articolazioni”. E per essere chiari: “Al decentramento, infatti dallo Stato alla Regione, corrisponderà un decentramento dalla Regione agli enti locali, attraverso la più ampia delega nella concreta applicazione dell’attività burocratica e amministrativa; la Regione riserverà a sé prevalentemente i compiti di decisione, di direzione e di programmazione” (sic).
Promettere non vuol dire mantenere. Vero è che, pochi anni fa,  si è provveduto con il così detto “comparto unico” ad adeguare il trattamento economico dei dipendenti degli enti locali a quello dei regionali, per il maggior carico di lavoro in vista del decentramento. Ma tutto è rimasto come prima: vale a dire un doppio concentrato a Trieste, tanto che presto piazza Unità sarà sommersa dalle scartoffie che stanno invadendo il palazzo già del Lloyd austriaco.
         Il buon senso? Speranze vane. Le soluzioni semplici e logiche non piacciono ai politici in genere: essi preferiscono le complicazioni care alla burocrazia, senza le quali non si giustifica la loro presenza. Trieste – sede di Comune, di Provincia, di Regione –  ha diritto a diventare città metropolitana. E sia.  La nostra Regione è fatta di Friuli per una parte (la maggiore, anche se qualcuno sulle Rive lo ha chiamato “contado”) e di Venezia Giulia dall’altra. E dunque, se si vuol far seguire alle parole i fatti, nasca la città metropolitana da un lato e per il resto il Friuli. Le Province dovrebbero venir ridisegnate quel poco, rispettando storia e geografia e chiamandole in altro modo, come Aree vaste o quel che si vuole. Ma ci sarà sempre una struttura per la Destra Tagliamento, una per l’Udinese e una per l’Isontino. Si dovrà nello stesso tempo rivedere lo Statuto regionale, dando al Friuli quello che è del Friuli e a Trieste quello che è di Trieste.
          Cinquant’anni fa Tiziano Tessitori cercò invano di dare a Trieste una collocazione a sé nella Regione, e io ne fui suo scolaro. Come passa il tempo! Nel 2004 nacque il tentativo di ritoccare la carta fondamentale della Regione, lanciando slogan come “Prima lo Statuto”. Non si è fatto niente.
Si sarà accorta, gentile presidente, che noi friulani siamo troppo obbedienti e creduloni. Ma non siamo i figli della serva. La lingua, ha detto una indiscussa personalità, è la carta d’identità di un popolo. Nel 2007 scrissi una lettera aperta all’allora presidente Riccardo Illy, rivendicando i precisi disposti delle leggi sulla lingua friulana nelle scuole: un’ora alla settimana (un’ora!). Illy rispose l’indomani, occupando la prima pagina del giornale e facendo sue le mie ragioni. Ora non avanzo pretese. Fra qualche anno Lei non sarà più presidente (magari anche ministro). Ma la nascita di una riforma della Regione, fatta di due realtà disuguali e distinte, il Friuli e Trieste, che portasse la Sua firma (e Lei ne ha i mezzi), sarebbe ciò che rimarrebbe maggiormente a Suo onore.
1 maggio 2013

Gianfranco D’Aronco
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L’articolo è stato pubblicato mercoledì 1 maggio 2013, in prima pagina e seguito a pagina 10, sul quotidiano “IL MESSAGGERO VENETO” di Udine.

La redazione del Blog, ringrazia il prof. Gianfranco D'Aronco, Presidente del "Comitato per l'autonomia e il rilancio del Friuli", per averci concesso la pubblicazione del suo articolo.

LA REDAZIONE DEL BLOG