lunedì 21 novembre 2016

REFERENDUM COSTITUZIONALE - ITALIANI ALL'ESTERO ELETTORI DI SERIE "C" E IL "BICAMERALISMO PERFETTO" DEGLI STATI UNITI D'AMERICA!


REFERENDUM COSTITUZIONALE

ITALIANI ALL'ESTERO
ELETTORI DI SERIE "C"
e
IL "BICAMERALISMO PERFETTO"
DEGLI STATI UNITI D'AMERICA

Ma lo sanno gli elettori italiani,
che vivono in Italia o all'estero?

O Matteo Renzi
si è dimenticato di dirglielo? 


Gli italiani residenti all'estero non avranno più alcun senatore nel nuovo Senato "imposto" dal Governo di Matteo Renzi (la modifica dell'art. 57 prevede la cancellazione di riserva di posti in Senato per la circoscrizione estero per il Senato)  nonostante il nuovo Senato abbia ancora compiti importanti.

Nella famosa lettera inviata pochi giorni fa da Matteo Renzi agli italiani all'estero, quale Segretario del Partito Democratico, è stata fornita questa informazione o forse .....  è meglio che gli italiani all'estero non sappiano?

Lo sanno gli italiani all'estero che votare "Si"  - come suggerito nella lettera che Matteo Renzi ha loro inviato -  significa essere privati di una rappresentanza che ora hanno e che con il Sì non avranno più?

Da una intervista all'avv. Felice Besostri :

Domanda: (...) Quindi gli italiani all’estero non saranno rappresentati nel nuovo senato?

Risposta: No, non sono rappresentati. Ed è per loro lo svantaggio principale del votare Sì. Avevano 6 senatori su 315, con la riforma ne avrebbero 0 su 100. Ne ha invece 2 la Val d’Aosta con 126mila abitanti, mentre gli italiani all’estero sono 4 milioni.

Domanda: Cosa che forse molti di loro non sanno…

Risposta: Renzi per un minimo di decenza dovrebbe dirglielo.


Domanda: E con l’Italicum quali sarebbero le conseguenze per gli italiani all’estero?

Risposta: Anche con la riforma della legge elettorale gli italiani all’estero avrebbero svantaggi. Sarebbero puniti da questa legge che divide gli italiani in tre categorie: di serie A, di serie B e di serie C. Quelli di serie A sono gli abitanti del Trentino Alto Adige e della Val d’Aosta, che eleggono i loro rappresentanti al primo turno, restano in regione e partecipano all’eventuale ballottaggio. Di serie B sono tutti gli altri, la cui rappresentanza dipende da un premio di maggioranza. E infine gli italiani di serie C sono quelli all’estero, perché votano anche i loro dodici rappresentanti al primo turno, ma non possono votare al ballottaggio. E questo senza che ci sia una norma che dica che non possono votare.

Domanda:  Ma perché?

Semplicemente perché bisognerebbe reinviare le schede elettorali per il ballottaggio, e non c’è né il tempo né la voglia. Così, senza che ci sia una norma che lo dica. Questo significa che li hanno presi in giro. Vorrei sapere se queste cose ci sono nella lettera di Renzi agli italiani all’estero per il Sì.
(...)

fonte il "Blog dell'avv. Felice Besostri":

http://www.felicebesostri.it/besostri-ma-la-riforma-penalizza-gli-italiani-nel-mondo/

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E ancora:


Gli italiani che vivono nella Repubblica federale degli Stati Uniti d'America hanno spiegato a  Matteo Renzi che nella prima potenza mondiale - gli Stati Uniti d'America -  vige il "bicameralismo perfetto"?

Per chi non lo sapesse - Matteo Renzi compreso? - informiamo che  negli Stati Uniti d'America il potere legislativo federale  è esercitato da un'assemblea bicamerale, il "Congresso degli Stati Uniti d'America" (corrispondente al nostro Parlamento)  formato dalla Camera dei Rappresentanti e dal Senato  e  le leggi statunitensi non possono essere emanate senza il consenso di entrambi le camere: ossia il Congresso degli Stati Uniti d'America è un caso di BICAMERALISMO PERFETTO!!


Quanti italiani che si apprestano a votare  il  4 dicembre 2016, lo sanno?



LA REDAZIONE DEL BLOG


venerdì 18 novembre 2016

REFERENDUM COSTITUZIONALE: FERMIAMO LA DERIVA NEO-CENTRALISTA!



Comitât pe Autonomie
e pal Rilanç dal Friûl


Comunicato stampa



Il Comitato per l'autonomia e il rilancio del Friuli invita a votare NO al prossimo referendum confermativo del 4 dicembre.

Le modifiche alla Costituzione votate a maggioranza dal Parlamento non rispondono ai bisogni del Paese, costituiscono un attacco alle autonomie regionali e comunali, non rappresentano un passo significativo verso la semplificazione amministrativa e verso la riduzione dei costi della politica e della pubblica amministrazione, non tengono alcun conto del principio di sussidiarietà, introducono significativi elementi di conflittualità istituzionale, espropriano il Parlamento di prerogative di sovranità e danno il potere di dichiarare lo stato di guerra alla sola Camera con voto a maggioranza.
In particolare la scelta del governo nazionale di introdurre queste modifiche costituzionali viene interpretata dal nostro Comitato come il tentativo di stravolgere la riforma costituzionale del 2001 accentrando in modo irragionevole poteri e risorse in capo al governo nazionale di turno.

Anche la norma transitoria di salvaguardia per le Province e Regioni a statuto speciale, per come è scritta, sta ottenendo l'effetto di aizzare le Regioni ordinarie contro le speciali, con una grave frattura tra autonomie ed aprendo la strada a revisioni degli Statuti speciali assolutamente penalizzanti.

E' necessario che ci si renda conto che questa riforma deve essere bocciata per poter riaprire una stagione di rilancio del diritto alla specialità ed all'autonomia, dell’attuazione del fondamentale principio autonomistico (art. 5 della Costituzione italiana) a beneficio di tutte le regioni italiane e serve una azione unitaria e coerente dei comitati e dei movimenti legati al Friuli per fermare questa riforma e questa deriva neo-centralistica.


per il "Comitato per l'Autonomia
e il Rilancio del Friuli"

il presidente
dott. Paolo Fontanelli

18 novembre 2016



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giovedì 17 novembre 2016

REGIONE FRIULI: FUSIONE COMUNI - UNA REGOLA ANTIDEMOCRATICA DA MODIFICARE!!


REGIONE FRIULI-Vg

Fusione dei Comuni di
Gemona  e Montenars

Referendum di domenica
6 Novembre 2016

"Il Comune più grande (Gemona)

"SI ANNETTE"

il Comune più piccolo (Montenars)!!" 



Questi i risultati del referendum
 del 6 novembre:

1) COMUNE DI GEMONA (11.096 abitanti): 81,55% DI FAVOREVOLI ALLA ANNESSIONE DEL COMUNE DI MONTENARS NEL COMUNE DI GEMONA (OSSIA....NEL "LORO" COMUNE!!)
 

2) COMUNE DI MONTENARS (543 abitanti)IL "NO" ALLA FUSIONE CON GEMONA E' STATO DEL 68,1%.



COMMENTO
della Redazione del Blog


Per la legge regionale sulle fusioni dei Comuni, attualmente in vigore,  non conta nulla che i cittadini di Montenars a maggioranza non vogliano essere "CANCELLATI PER ANNESSIONE" dal Comune più popoloso, ossia dal Comune  di Gemona del Friuli, ma, al contrario,  vogliano invece continuare  ad  essere un Comune a sé e non conta neppure nulla che lo abbiano anche dichiarato nel segreto dell'urna.

L'ultima parola spetta al Consiglio regionale ma l'assessore regionale  competente, Paolo Panontin, da dichiarazioni alla stampa, non lascia alcuna speranza alla democrazia e alla scelta democratica dei cittadini del Comune di Montenars.

I voti sono stati messi tutti "assieme" e poi contati senza distinguere i votanti dei due Comuni: una regola tanto assurda quanto anti-democratica....  

Non ha neppure alcuna rilevanza la concreta possibilità  di poter svolgere le competenze/funzioni comunali in rete con i Comuni confinanti, superando così le problematiche amministrative legate alla piccola dimensione del Comune.

Né nulla ci risulta abbia fatto l'Ente regionale (ad autonomia speciale!!) in favore dei piccoli Comuni, prevedendo ad esempio una legislazione regionale che favorisca queste realtà locali che negli anni hanno perso abitanti perché carenti di servizi essenziali.
L'ente regione si è invece sempre limitato solo a  "spingere" per la cancellazione per annessione dei piccoli Comuni in realtà comunali più grandi!

Insomma "questo matrimonio si ha da fare!" piaccia o non piaccia ai cittadini del Comune di Montenars che essendo pochi contano come il due di fiori quando la briscola è di "coppe": decide in esclusiva il Comune più popoloso!!!
 
Così il Prof. Gianfranco D'Aronco - Presidente onorario del Comitato per l'autonomia e il rilancio del Friuli - commenta questa operazione politica anti-democratica in una intervista a firma della giornalista Erika Adami, pubblicata mercoledì 9 novembre 2016 sul settimanale della Arcidiocesi di Udine, LA VITA CATTOLICA, a pagina 9:

(...) Domanda: Professore, che effetto le fa l'idea che il Comune di Montenars possa sparire?

Risposta: "Mi pare un assurdo, anzi una prepotenza, non aver usato il metodo della doppia maggioranza, come per Manzano e San Giovanni al Natisone (dove la fusione è stata bocciata dai votanti di entrambi i Comuni). A Gemona saranno contenti, a cominciare dal bravo sindaco; a Montenars meno. Più che un referendum mi è parsa una annessione. Bella forza e bella giustizia" (...)

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Un caso similare alla cancellazione forzosa del comune di Montenars era avvenuto in Toscana. Ne avevamo parlato in questo Post dell'11 febbraio 2016:

http://comitat-friul.blogspot.it/2016/02/fusione-comuni-cosi-nella-toscana-di.html


In Toscana i Comuni si sono ribellati; e in Friuli nessuno dice nulla?

Oggi tocca a Montenars e domani a chi toccherà d'essere "cancellato per annessione" nel comune più popoloso?


La redazione del Blog 


  

martedì 15 novembre 2016

REFERENDUM, ALCUNI QUESITI FONDAMENTALI di ROBERTO DOMINICI


 
 
REFERENDUM,

ALCUNI QUESITI FONDAMENTALI

di

Roberto Dominici


Quando i cittadini sono chiamati ad esprimersi esercitando la propria sovranità, il nostro invito è di informarsi personalmente, al fine di avere chiari tutti gli elementi di giudizio circa la posta in gioco e le sue durature conseguenze”.

Così il Presidente della Cei nella prolusione al Consiglio episcopale a proposito del prossimo referendum. Ricordo poi che il Presidente Einaudi era solito dire che per decidere bisogna prima conoscere. Nel caso del referendum, dunque, è bene ascoltare tutti ma poi riflettere e decidere in proprio senza lasciarsi trascinare da logiche di appartenenza, da slogans spesso superficiali, dalla sola formulazione dei quesiti.

La materia oggetto di referendum è vasta e complessa e, pertanto, richiederebbe un esame articolato ed approfondito che, purtroppo, non è possibile fare in un intervento di estrema sintesi.

Ad esempio: Senato sì, Senato no, Senato diverso. Credo però che ciò che interessa di più sia il tema della autonomia regionale con riguardo specifico alla nostra. Ed allora proviamo a porci insieme alcuni interrogativi.

La nuova disciplina costituzionale definisce le materie di esclusiva competenza dello Stato e quelle di competenza delle Regioni. Ciò, in linea di principio, è positivo. Ma tra le competenze dello Stato sono inserite pure le materie cosiddette “ripartite”, cioè quelle che oggi sono a competenza “mista” dello Stato e delle Regioni. Si dice che ciò avviene per evitare conflitti di attribuzione. Se questa è la ragione, è da ritenersi positiva la soluzione adottata (tutto in capo allo Stato) o si poteva pensare altrimenti, per esempio mantenere la competenza “mista” e precisare bene, per entrambi i soggetti istituzionali, i termini dell'esercizio delle competenze ripartite? Eppoi: è un bene che il territorio non abbia “potere” alcuno su questioni e problemi che comunque lo riguardano? È da ritenersi positiva questa “recisione” dell'autonomia regionale in genere con conseguente riaccentramento in sede nazionale?

Per le Regioni a statuto speciale, quindi anche il F.V.G., la legge a giudizio referendario precisa (art. 39, comma 13) che “le disposizioni di cui al Capo IV (tra esse quelle suindicate) non si applicano alle Regioni a statuto speciale … fino alla revisione dei rispettivi statuti sulla base di intese con le medesime Regioni ….”. Dunque un “regime transitorio” durante il quale si va avanti con lo statuto vigente. È pacifico che prima o poi tale regime dovrà avere conclusione; credo più prima che poi poiché tutto l'assetto istituzionale dovrà allinearsi alle nuove disposizioni costituzionali.
 
Che succederà in quel momento con riguardo alle nostre competenze? Saranno mantenute? Saranno ampliate come vorrebbero i cultori della specialità o saranno ristrette in ossequio alla “filosofia” ispiratrice dell'attuale riforma e cioè più Stato?
 
La norma dice che la revisione dello statuto speciale avviene “d'intesa” con la Regione, il che, secondo alcuni, è elemento di garanzia per la specialità e, secondo altri, è addirittura occasione di revisione in meglio della stessa. Ma sarà così? Che rapporto si instaurerà con lo Stato nel momento in cui si andrà a definire l'”intesa”? Regione e Stato saranno veramente nei fatti e non solo formalmente sullo stesso piano negoziale o lo Stato tenderà a prevalere? Per i reggenti della Regione sarà determinante, come è decisamente auspicabile, il dovere di rappresentare le esigenze dei nostri territori o esso, per necessità comprensibili ancorché non giustificabili, cederà il passo ad altre ragioni od esigenze?
 
Ed ancora: che “peso” avrà l'”intesa” nei confronti del Parlamento chiamato poi a legiferare? Ed ai fini dell'”intesa” si potrà prescindere dai principi ispiratori della riforma che sono volti a potenziare il ruolo dello Stato, non quello delle Regioni?

A mio giudizio meglio sarebbe stato se la norma, senza addentrarsi sul territorio della revisione dello statuto speciale, si fosse limitata a prevedere l'“intesa” per l'attribuzione alla Regione di ulteriori competenze rispetto a quelle già in essere. Con una norma così non avrebbero spazio gli interrogativi prima posti. Ma così non è.

C'è poi la “clausola di supremazia” (art. 31 della legge costituzionale) secondo la quale la legge nazionale può intervenire anche sulle materie di competenza regionale “quando lo richieda il Governo per la tutela dell'unità giuridica ed economica della Repubblica, ovvero la tutela dell'interesse nazionale”. Come dire a ciascuna Regione: hai sì la competenza su questa o quella materia ma essa può essere “espropriata” caso per caso ricorrendo le situazioni appena dette. È la classica “spada di Damocle. Va bene così? Va bene rischiare la “compressione” della specialità nel suo complesso ed il possibile “svuotamento”, nei casi suindicati, di competenze già proprie?

Questi sono ovviamente solo alcuni spunti per stimolare la riflessione e sono riferiti, come dicevo all'inizio, esclusivamente a temi che attengono l'autonomia regionale.
 
Dobbiamo essere consapevoli del fatto che col referendum sono gli elettori, cioè ciascuno di noi, e non altri ad assumere la decisione finale. Ciascuno con la propria valutazione e con la propria visione del futuro assetto istituzionale.
 
La risposta agli interrogatori posti può aiutare a decidere. Almeno me lo auguro.

Roberto Dominici

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Il documento a firma di Roberto Dominici  è stato pubblicato sul settimanale dell'Arcidiocesi di Udine, LA VITA CATTOLICA, mercoledì 9 novembre 2016 – Rubrica “Giornale aperto”; è' stato pubblicato sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO (Ud), mercoledì 16 novembre 2016, rubrica "Idee" a pagina  41
 
La Redazione del Blog ringrazia Roberto Dominici, già Assessore regionale alla ricostruzione (post terremoto del 1976) della regione Friuli – Venezia Giulia, per averle concesso la pubblicazione del suo documento.

Colori, grassetto e sottolineato sono della Redazione del Blog.

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venerdì 11 novembre 2016

"LE REGIONI A STATUTO SPECIALE CON LA VITTORIA DEL SI' AL REFERENDUM COSTITUZIONALE, PRIVE DI RAPPRESENTANTI IN SENATO!


LE REGIONI

A STATUTO SPECIALE

CON LA VITTORIA DEL "SI"
al referendum costituzionale

PRIVE DI RAPPRESENTANTI
IN SENATO!

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Documenti:
 

1) Dal quotidiano on-line

FRIULI SERA.it

nr. 160 del 4 novembre 2016
 


Regioni a statuto speciale:con vittoria del sì sarà un mega-pasticcio costituzionale


EDITORIALE

(pag. 1 e seguito a pag.9)

di FABIO FOLISI - 4 novembre 2016



Mettiamo ordine nella vicenda della incompatibilità della carica di Senatore con quella di Consigliere nelle Regioni a statuto speciale.

Diciamo che la “scoperta” della questione, attribuita strumentalmente da molta stampa a Roberto Calderoli, probabilmente nell’intento di sminuirne la portata e credibilità, è invece stata fatta in Sicilia da un comitato per il No ed era relativa allo Statuto di quella Regione. Dalla diffusione di quella notizia, in molti, noi compresi, si sono incuriositi e attivati per capire se il problema fosse relativo solo alle peculiarità siciliane o fosse presente anche in altre Regioni a statuto speciale.

Il controllo è stato tutto sommato semplice, leggere lo statuto della propria Regione.

Così si è visto, che pur con formulazioni lievemente diverse, la questione valeva per tutte le “speciali”. Calderoli ovviamente ha voluto intestarsi la scoperta suscitando l’immediata reazione del Pd che affannosamente ha cercato di metterci una pezza mediatica. Peccato che la risposta del partito di Renzi confermi la realtà dei fatti e soprattutto la verità che la riforma Boschi è tutt’altro che perfetta.
 
Dice infatti la senatrice Anna Finocchiaro presidente della commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama: A legislazione vigente l’incompatibilità tra le funzioni di consigliere regionale e quella di parlamentare è prevista anche per le Regioni a Statuto ordinario, non solo per quelle a Statuto speciale. Il Senato infatti non è, nella previsione attuale, organo di rappresentanza delle istituzioni territoriali come previsto invece dalla riforma e dunque non è composto da consiglieri regionali e sindaci. Se la riforma costituzionale entrerà in vigore l’incompatibilità verrà ‘spazzata via’ per i consiglieri delle Regioni a Statuto ordinario (visto che è prevista da legge ordinaria), mentre per quelli delle Regioni a Statuto speciale, per le quali l’incompatibilità è prevista dagli Statuti speciali (fonti di rango costituzionale), occorrerà una modifica degli Statuti, che avverrà con legge costituzionale su intesa con le Regioni interessate.(...) 
 
  Al di là dalle considerazioni resta comunque il fatto che il problema dei senatori incompatibili esiste ed esisterà per mesi, sempre che, ovviamente prevalga il si al referendum, si per il quale, più ci si informa e meno viene voglia di votare.

FABIO FOLISI

(Direttore Responsabile
del quotidiano Friuli Sera)

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2) DA FACEBOOK 



Cecotti:
«Massacrati dall’ipercentralismo».

5 novembre 2016

 

"(...) Sergio Cecotti preferisce concentrarsi sulle parole di Anna Finocchiaro, la senatrice Pd «impegnatissima per il Sì, e dunque non sospettabile di piegare verità e diritto per favorire le ragioni del No». Intervenendo sul caso sollevato dal senatore leghista, l'ex presidente della Regione, ricordato che a Finocchiaro, presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato, «si deve larga parte del testo sottoposto a referendum», aggiunge: «La senatrice non può sostenere a cuor leggero che in quel testo sono scritte autentiche scemenze: accuserebbe in primo luogo se stessa. Quando afferma che nella riforma vi sono criticità e contraddizioni, io la prendo tremendamente sul serio: sta parlando contro il proprio interesse». Il riferimento è al richiamo di Finocchiaro alla necessità di modifiche statutarie, con doppia lettura parlamentare, per superare l'incompatibilità consigliere regionale-senatore. «Se, Dio non voglia, prevalesse il Sì - osserva ancora Cecotti -, ci troveremmo di fronte due possibili scenari: il primo, più probabile, che non ci sia più il tempo in questa legislatura per una modifica degli statuti, e quindi le Regioni "speciali" semplicemente non sarebbero rappresentate nel nuovo Senato. Un esito devastante: nella prossima legislatura il Senato sarebbe chiamato a riscrivere gli statuti in ottemperanza alla norma transitoria del Renzi-Boschi, e lo farebbe in assenza dai rappresentanti delle stesse Regioni». Il secondo scenario, più improbabile secondo Cecotti, «è che già in questa legislatura il Parlamento riesca a modificare gli statuti speciali». (...)"
 
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3) E QUESTA LA REPLICA
di ETTORE ROSATO

Capogruppo alla Camera
del Partito Democratico 
 

dal quotidiano
IL MESSAGGERO VENETO (Ud)
sabato 5 novembre 2016 - pag.16

servizio a cura di Maurizio Cescon


ROSATO: "Grande bufala, fronte del NO in affanno"
 
 
(...) Rosato affida la spiegazione "tecnica" ai funzionari della Regione, ma osserva: "Abbiamo fatto tutte le verifiche del caso, abbiamo scritto le cose come stanno e ci sentiamo in una botte di ferro". "(...) Anzi, con la nuova Costituzione le Regioni Speciali avranno una tutela massima (...). Rosato ribadisce poi che "una volta in vigore la nuova Carta cambiata dopo l'esito del referendum, si applicherà la modifica implicita degli Statuti delle regioni Autonome (....). La modifica implicita su questo specifico punto evita il complicato iter per la modifica costituzionale dello Statuto, che allungherebbe a dismisura  i tempi (...)" 
 
 
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 Commento
della redazione del Blog
 
 
Ma il capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei deputati, il triestino Ettore Rosato, conosce le dichiarazioni (che ci risultano riportate virgolettate dalla stampa) della senatrice del Partito democratico Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama?

Che la senatrice Anna Finocchiaro  abbia raccontato una "grande bufala"?


LA REDAZIONE DEL BLOG
 

mercoledì 9 novembre 2016

"REFERENDUM E SPECIALITA', UN BEL GUAZZABUGLIO" di GIORGIO CAVALLO



REFERENDUM E SPECIALITÀ,

UN BEL GUAZZABUGLIO

di Giorgio Cavallo


 


          
Il comitato è nato nella convinzione che le modifiche costituzionali che saranno sottoposte a referendum sono negative sia per il modello istituzionale centrale, sia, soprattutto, per il complessivo attacco al sistema regionale e per le profonde incertezze che riguardano le regioni a statuto differenziato come il Fvg.
 
Cercare di chiarire questa incertezza è il compito centrale del nostro comitato.
 
Prendiamo atto con interesse che proprio sul tema delle specialità regionali si sta orientando un filone di dibattito che coinvolge esponenti del “SÌ” e del “NO”.
 
Ci sono due vulgate che ci riguardano. L’art.39 comma 13 della legge di modifica, la cosiddetta norma di salvaguardia, viene visto nelle due interpretazioni come un salvacondotto sicuro per un futuro radioso delle specialità: ma nella prima, quella dei filo governativi dei territori interessati, ciò deve portare a votare “SÌ”, mentre nella seconda l’acuirsi delle distanze con le regioni normali e l’inammissibile privilegio deve portare al “NO”. La posizione prima è stata espressa nei contenuti della Carta di Udine, mentre la seconda trova eco in alcuni costituzionalisti e direi anche dei governatori del nord Maroni-Zaia-Toti.
 
Bel guazzabuglio per chi come noi ritiene di piena attualità gli statuti differenziati anche in questa fase della storia dello stato italiano, ma non concorda con la stessa Carta di Udine per quanto riguarda il reale significato giuridico dell’art. 39 comma 13.
 
A nostro parere in quella norma non c’è alcuna salvaguardia reale e vincolante. La dizione, relativa alla revisione degli statuti, “sulla base di intese” è giuridicamente ambigua.

Non definisce tra quali soggetti l’intesa debba attuarsi e non chiarisce le procedure e i contenuti su cui la stessa revisione può soffermarsi. E inoltre la norma transitoria sull’intesa può essere considerata valida per l’eternità o è applicabile solo nel primo percorso di revisione dello Statuto di autonomia? Appare poi non credibile che il ruolo dei parlamentari nell’approvazione di una legge costituzionale possa essere quello delle belle statuine.

E si deve ricordare che l’obiettivo finale della stessa norma è il recepimento dei contenuti sostanziali del nuovo “Titolo V” della Costituzione relativo all’intero sistema regionale e delle autonomie locali. Un sistema che viene depotenziato e ridotto di fatto a luoghi geografici di pura delega amministrativa.
 
Quindi senza alcuna precisazione, che probabilmente non può venire che da una legge costituzionale, quella norma non dà alcuna garanzia per il futuro, ma ha l’unico effetto reale di congelare il presente della specialità regionale del Fvg.
      
Ma qual è il presente di questa specialità? È segnato da un distruzione delle sue basi finanziarie: per il 2015 la Corte dei Conti ha certificato in 1200 i milioni di riduzione delle entrate sulle partecipazioni e delle potenzialità di spesa pubblica regionale e degli enti locali. Cifra peraltro che non tiene conto di ulteriori gravami (spesa sanitaria, riduzione entrate fiscali, mancate restituzioni come nel caso dell’extragettito Imu) per almeno 300 milioni e che di per sé determina una perdita del Pil regionale vicina all’8%, così da far capire dove nasce la causa maggiore della caduta del Pil regionale pro capite da 30 mila a 26.500 euro tra il 2008 e il 2014.

Anche sul piano delle competenze, là dove queste non comportano uso di risorse, il massacro è stato identico, con l’avvallo o meno della Corte Costituzionale, tanto da far capire che la vittima-regione non reagisce quasi più e accetta una logica di rinuncia. Un esempio eclatante è quello della LR 19/2012 in materia di energia respinta dal governo in alcuni punti fondamentali e non più ripresa dalla attuale Giunta. Questa ha di fatto abdicato dall’operare in materia limitandosi alla stesura di un Piano Energetico Regionale che null’altro è che una opera letteraria ed è intervenuta sui temi di attualità (elettrodotti, centrali di produzione, etc.) con atti che sono in pratica dei comunicati stampa come quelli di un comitato di cittadini.
 
In questo quadro non è credibile che il Fvg, pur trafficando con le altre regioni a statuto speciale, possa sopravvivere senza una svolta generale che porti lo stato italiano a rivalorizzare le specialità dando piena attuazione perlomeno a quel minimo di federalismo introdotto dalle modifiche del 2001 al “Titolo V” della parte II della Costituzione. 
 
Un’ultima considerazione. Le potestà concorrenti non sono una bestemmia, gran parte del nostro attuale statuto di autonomia differenziata si basa su esse, e in generale non porterebbero contenzioso se lo stato facesse il suo dovere: cioè determinare con legge i principi fondamentali di inquadramento di tali potestà come chiede l’attuale art. 117 della Costituzione. Cosa che, come ha spiegato Onida nel suo intervento a Udine, non ha fatto in nessun caso: dal 2001 a oggi non c’è stata alcuna legge di definizione dei principi fondamentali a cui poi le leggi delle regioni dovessero attenersi. E oggi, truffaldinamente si accusa le regioni di non essersi attivate per rivendicare queste materie di potestà concorrente e altre da eventualmente definire sulla base dell’art.116 terzo comma. Nella realtà concreta non si è voluto, da parte delle burocrazie centrali e dai loro collegamenti con la politica, applicare l’attuale art. 117 della Costituzione e oggi si accusa le vittime del misfatto.
 
Per questo, poiché vogliamo che il gap tra speciali e normali si riduca, ma in una situazione dove i poteri reali di legiferare e amministrare crescano per tutti non dove invece vengono smantellati, riteniamo che votare “NO” sia un atto di saggezza.

Sappiamo che i centralizzatori e gli illusi, convinti che l’efficienza si raggiunge distruggendo la democrazia e la partecipazione, stanno in tutte le formazioni politiche italiane e che ogni risultato positivo in futuro dovrà essere strappato con i denti, ma confidiamo che il Friuli e Trieste siano in grado di esprimere la forza per tale compito.
      
Giorgio Cavallo
 
per “Sono Speciale voto NO”
 
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Il documento a firma di Giorgio Cavallo è stato pubblicato sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO (Ud), sabato 5 novembre 2016, pagina 48, rubrica "Idee".
 
La Redazione del Blog ringrazia Giorgio Cavallo per averle concesso la pubblicazione del documento.
 
I grassetti e i colori sono della Redazione del Blog. 
 
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Giorgio Cavallo è stato per quindici anni consigliere regionale (Regione Friuli-Vg); per dieci anni assessore all’Urbanistica e alla Mobilità al Comune di Udine (prima e seconda Giunta  di Sergio Cecotti). E' stato Presidente di Legambiente Friuli-Vg.

giovedì 3 novembre 2016

REFERENDUM COSTITUZIONALE - " O CON ROMA O CON LE AUTONOMIE" DI PROF. SANDRO FABBRO


REFERENDUM COSTITUZIONALE

O con Roma
o con le Autonomie

di Prof. Sandro Fabbro


Chi ritiene che la riforma costituzionale possa dare più efficienza all’attività parlamentare ha le sue ragioni ma non credo che si possa sostenere, come fanno importanti sostenitori regionali del Sì alla riforma, che questa garantirà anche più autonomia alle regioni speciali.

Questa posizione “botte piena e moglie ubriaca” non è credibile perché, pur basandosi su una lettura attenta del “testo” di riforma trascura completamente l’analisi del “contesto” e cioè delle politiche che sono il luogo vero dell’esercizio dei poteri e della spesa pubblica.

Guardiamo a tre importanti politiche per il territorio: le infrastrutture strategiche, la protezione civile, il “governo del territorio”. Queste, nell’attuale formulazione del Titolo V della Costituzione, sono “co-decise” da Stato e Regioni ma, con la riforma del Titolo V, passano totalmente in capo allo Stato. Una grande infrastruttura di trasporto o energetica potrà essere calata, per esempio, sul territorio senza tenere conto di valutazioni ed interessi locali. La protezione civile potrà essere organizzata da Roma e potrà intervenire anche nelle ricostruzioni post-disastro (ripetendo l’esito nefasto dell’esperienza dell’Aquila, altro che Modello Friuli); perfino le regole del governo del territorio (e l’urbanistica) potranno essere decise dallo Stato con grave scacco per le autonomie locali e, in particolare, per i Comuni.

Ma, dirà qualcuno, avremo più efficienza e meno costi! Non c’è alcuna prova che le cose andranno così. Sulle infrastrutture strategiche, per esempio, tralasciando, per amor di patria, corruzione e collusioni politica-affari, lo Stato italiano ha una delle programmazioni più filo-lobbistiche e sgangherate al mondo ed è lentissimo nell’attuarla certamente per mancanza di risorse ma anche perché non è stato capace di introdurre norme vere ed efficaci di confronto con i territori, come è, ad esempio, in Francia con il “débat public”. Inoltre, il costo totale del piano nazionale per le infrastrutture strategiche (Legge “Obiettivo” del 2001) è di 383,9 md: una infrastruttura in più (o in meno) equivale spesso, quindi, a decine di volte il risparmio che si avrebbe con la riforma costituzionale.

Non guardare al contesto delle politiche e dei flussi finanziari che stanno dietro certe riforme è come fermarsi alla pagliuzza e non vedere la trave! Ma andiamo avanti.

Lo Stato non è mai riuscito, dal 1942 in poi, a rinnovare la legislazione sul governo del territorio. Aveva già tutti i poteri per introdurre quei famosi standard uniformi (che il governo vorrebbe ora introdurre anche nel turismo, nella sanità ecc.). Perché, pur potendo, non l’ha fatto? E perché mai dovrebbe fare ora ciò che non ha fatto per settant’anni?

E ancora. Lo Stato non ha mai fatto una legge per la prevenzione del territorio italiano dai rischi (e quotidianamente ci accorgiamo di quanto, invece, ce ne sarebbe bisogno). Poteva farlo, eccome! Perché non l’ha fatto?

Verrebbe da pensare che certi poteri affaristico-lobbistici preferiscano calamità con danni elevati piuttosto che prevenire e ridurre lutti e danni di quegli stessi disastri. Qualcuno dirà: d’accordo, lo Stato italiano sarà anche incapace ma le Regioni cosa hanno fatto? Le Regioni non hanno sempre fatto del loro meglio è vero! Ma, nei campi suddetti, hanno legiferato ed operato. In FVG, direi, in maniera esemplare (senza richiamare il Modello Friuli di ricostruzione, anche il Piano Urbanistico Regionale è stato, per decenni, un esempio di scuola). Se passa questa riforma, quindi, pensando che certe materie saranno sottratte al controllo dei territori e portate a Roma, c’è veramente da mettersi le mani nei capelli. Verrà meno, cioè, ogni necessario bilanciamento tra poteri diversi che, nell’interesse generale, è la premessa di maggiore trasparenza, sostenibilità ed anche efficienza delle politiche e della spesa.

Come non bastasse, per evitare che qualcosa sfugga al suo controllo, lo Stato introduce anche la “clausola di supremazia”, secondo la quale lo Stato potrà intervenire ed appropriarsi anche di materie non sue quando lo richieda “la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica” (sic!).

Conosco la facile obiezione: ma tutto questo riguarda solo le regioni ordinarie perché le speciali, con la legge di modifica costituzionale, sono protette dalla “clausola di salvaguardia” che le tutela fino alle ”intese” (con chi?) per la revisione degli Statuti! Gli apologeti locali del Sì stanno dicendo, cioè, che noi, in piena solitudine, non solo salveremo la nostra specialità ma avremo addirittura la “grande opportunità”, rivedendo lo statuto, di ampliarla. Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, in una sua recente conferenza a Udine, organizzata dall’Associazione Friuli Europa, ha sostenuto che si stratta di strumenti di difesa e peraltro precari e momentanei. Ma è evidente a tutti che, se nell’ottanta per cento del territorio italiano (nelle regioni ordinarie, cioè), si torna ad uno Stato centralista, è impensabile che un gruppetto di “speciali”, pur volenterose, siano capaci, da sole, di traguardare addirittura le nuove mete del costituzionalismo europeo. Nulla si può escludere, per carità. Ma è certamente assai più logico e probabile che, con l’accentramento di poteri contenuta nel Titolo V e con la famigerata clausola di supremazia, si determini, anche se a tappe, il ritorno di un comando e controllo statale su tutti i territori regionali.

Per cui, delle due l’una: o si sta con Roma o con le autonomie!
 
O si vota Sì, ma non si deve spacciare per grande opportunità quella che sarà la sconfitta storica del regionalismo italiano, oppure si ritiene che la marcia solitaria delle “speciali”, in un deserto neo-centralista, non è credibile e, quindi, si difende il regionalismo italiano nel suo complesso e si vota no.


PROF. SANDRO FABBRO

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Il documento a firma del Prof. Sandro Fabbro è stato pubblicato mercoledì 26 ottobre 2016 sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO di Udine (pagina 1 e seguito a pagina 7).

La Redazione del Blog ringrazia il Prof. Sandro Fabbro per averle concesso la pubblicazione della sua ottima analisi.
 
Il grassetto e la colorazione sono della Redazione del Blog.  

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Il Prof. Sandro Fabbro è docente presso l'Università di Udine. Dal 1995 tiene corsi di Pianificazione territoriale, di Politiche urbane e territoriali e di Tecnica Urbanistica presso i Corsi di Laurea in Ingegneria Civile ed in Ingegneria dell'Ambiente e delle Risorse e di Urbanistica presso il Corso di Laurea in Scienza dell'Architettura.