giovedì 26 gennaio 2012

SPECIALITA' - INCONTRO REGIONE GOVERNO: COMUNICATO STAMPA DEL COMITATO PER L'AUTONOMIA E IL RILANCIO DEL FRIULI.






COMUNICATO STAMPA
DEL
“COMITATO PER L’AUTONOMIA
E IL RILANCIO DEL FRIULI”

Udine, 25 gennaio 2012

SPECIALITA’:
INCONTRO REGIONE GOVERNO

E’ importante, anzi molto importante, che il Presidente Tondo abbia indetto un incontro dei parlamentari e dei Capigruppo in Regione per definire linee e strategie volte a salvaguardare la nostra specialità statutaria.
Quando ci sono problemi di fondo, e la salvaguardia della specialità è tra questi il più rilevante, è necessario, afferma il Comitato per l’Autonomia ed il Rilancio del Friuli, che le rappresentanze istituzionali superino pur legittime posizioni di parte per tutelare gli interessi basilari dei territori interessati.
Le motivazioni a sostegno della specialità non mancano sia sul piano storico, sia sul piano contingente, sia su quello della prospettiva. Il governo e il suo Presidente devono “sentire” la “unitarietà” delle diverse forze politiche regionali, come del resto avvenuto in passato in momenti cruciali della storia della Regione e del Friuli.
Il Comitato per l’autonomia ed il Rilancio del Friuli ritiene che la Regione, in primis il Presidente, debba adoperarsi per un ulteriore incontro da farsi possibilmente con il Presidente della Repubblica, quale garante della Costituzione e del corretto operare delle istituzioni, e con le competenti Autorità ministeriali per porre, in modo organico, i grandi temi che, oltre o “accanto” alla specialità, riguardano il Friuli e la Regione nel suo insieme: legge 482/1999 per la tutela delle minoranze linguistiche storiche, nuove norme di attuazione dello statuto di autonomia, trasferimento alla Regione delle competenze in materia di istruzione, sottofinanziamento storico dell’Università del Friuli, realizzazione del corridoio Adriatico- Baltico quale infrastruttura necessaria per la nostra economia.
Alla definizione di queste grandi questioni aperte, al fine della “unitarietà” delle proposte, è utile e opportuno, secondo il Comitato per L’autonomia ed il rilancio del Friuli, l’apporto di quanti possono e vogliono dare il loro contributo: soggetti istituzionali, forze politiche, economiche e sociali, rappresentati delle realtà locali e di interessi diffusi.
E’ ovvio che la regia spetta alla Regione.
Per il Comitato - Il coordinatore
Roberto Dominici
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mercoledì 25 gennaio 2012

COMUNITA' FRIULANA E DISCRIMINAZIONE LINGUISTICA





La Minoranza linguistica storica friulana è discriminata dal Ministero della Pubblica Istruzione e dall’Ufficio scolastico regionale.
Perchè la Giunta regionale non fa ricorso contro questa discriminazione? Cosa sta aspettando?

Come mai questo masochismo istituzionale?

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 (…) Spiega Codega: "Il direttore dell'Ufficio scolastico ha comunicato la linea del ministero della Pubblica Istruzione in riferimento al dimensionamento: l'applicazione del Decreto n. 98/2011 con i parametri di riferimento più alti per quanto riguarda tutta la regione (minimo 1000 alunni per gli I.C. e 500 per le scuole secondarie) e l'applicazione dei parametri più bassi (minimo 500 alunni per gli I.C. e 300 per le scuole secondarie) solo nelle aree linguistiche ove è presente la minoranza slovena. (…)

LEGGI TUTTO IL COMUNICATO STAMPA
SUL SITO DELLA REGIONE


Comunicati Agenzia Consiglio Notizie
PD: Codega, accorpamenti scuole, Comuni non difendono autonomia
24 Gennaio 2012, ore 16:32
(ACON) Trieste, 24 gen - COM/MPB - Per il consigliere regionale del PD Franco Codega, è clamoroso che i Comuni della nostra regione invece di difendere l'autonomia delle loro scuole, decidano in molti casi per la soppressione della loro autonomia e l'accorpamento in maxiscuole. Il consigliere fa riferimento a quanto emerso in VI Commissione, all'audizione sul problema del dimensionamento della rete scolastica del direttore scolastico regionale Beltrame, dopo le dichiarazioni dell'assessore regionale all'istruzione Roberto Molinaro e l'incontro dei rappresentanti dei Gruppi consiliari con i sindacati scuola della regione.
Spiega Codega: "Il direttore dell'Ufficio scolastico ha comunicato la linea del ministero della Pubblica Istruzione in riferimento al dimensionamento: l'applicazione del Decreto n. 98/2011 con i parametri di riferimento più alti per quanto riguarda tutta la regione (minimo 1000 alunni per gli I.C. e 500 per le scuole secondarie) e l'applicazione dei parametri più bassi (minimo 500 alunni per gli I.C. e 300 per le scuole secondarie) solo nelle aree linguistiche ove è presente la minoranza slovena.
"La linea della Giunta regionale, ribadita più volte con tanto di delibere, era invece quella di prevedere i parametri più bassi in tutti i territori ove era presente anche la lingua friulana, ossia nell'80 % della regione. Lo scopo era chiaramente quello di permettere ai Comuni il mantenimento il più possibile di scuole autonome, anche in presenza di un numero di alunni più basso di quanto previsto per la normalità del territorio nazionale. La sorpresa è che, secondo il ministero che applica i parametri più restrittivi, il numero di scuole autonome previste in regione per il prossimo anno scolastico è di 110, mentre per il Piano regionale appena approvato ieri dalla Giunta, che intendeva applicare criteri più ampi, il numero di scuole autonome approvato è di 108, addirittura due in meno di quelle previste dal ministero.
"La colpa? Dei Comuni - per Codega - che liberi di istituire più scuole, hanno preferito in molti casi accorparle e crearne di maxi. La stessa Regione non credeva ai suoi occhi quando qualche settimana fa ha avuto in mano il quadro e ha proceduto a una verifica presso i Comuni, verifica che in realtà ha confermato la situazione.
"E così, di fronte a 32 nuove istituzioni sorte nella regione (2 a Gorizia, 8 a Pordenone, 3 a Trieste, 19 a Udine ) 55 sono state soppresse (4 a Gorizia, 14 a Pordenone, 7 a Trieste, 30 a Udine). In tutto 23 scuole in meno quando potevano essere tranquillamente 20 in più. Come mai questo masochismo istituzionale? - l'interrogativo finale del consigliere che annota: - È quello che ci si domandava nell'incontro con i sindacati. Sono ben 18 le scuole sopra i 1.200 alunni. Si creeranno sicuramente problemi di gestione e di sicurezza. Quale logica dietro questa scelta dei Comuni?"
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Il grassetto e la colorazione sono della redazione del Blog

martedì 24 gennaio 2012

UN PICCOLO COMUNE PIEMONTESE SCRIVE AL PROF. MARIO MONTI


Un piccolo comune piemontese
scrive
al Prof. Mario Monti
(Presidente del Consiglio dei Ministri
del Governo italiano)

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Da “Nòvas n.108 Genoier 2012”

Lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri del Governo Italiano Prof. Mario Monti
Letra al President dal Conselh di Ministres dal govèrn italian, Prof. MARIO MONTI
di Giacomo Lombardo
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Al Presidente del Consiglio dei Ministri del Governo Italiano,
Prof. MARIO MONTI
e c.p.c al Ministro per gli Affari regionali, turismo e sport,
Dott. PIERO GNUDI
e al Ministro per i rapporti con il Parlamento,
Dott. PIERO GIARDA.
Loro sedi

Chi Le scrive è Sindaco di un piccolissimo comune montano piemontese, Ostana, di lingua e cultura occitana, situato ai piedi del Monviso, poco distante dalla sorgente del fiume Po.
Il Comune di Ostana contava circa 1300 abitanti negli anni venti del secolo scorso. Le due guerre mondiali, le emigrazioni (prima in Francia poi verso la Torino della FIAT) hanno ridotto la presenza umana nel periodo invernale a solo una decina di persone negli anni novanta. Di contro, la superficie da governare è rimasta la stessa con tutti i problemi idrogeologici e ambientali che l’abbandono ha contribuito a incrementare.
Dopo quasi trent’anni di Amministrazioni Comunali che hanno lavorato per riportare in paese almeno una piccola parte di quella popolazione, ora possiamo dire di aver vinto, se non la guerra, una battaglia, considerando che ad Ostana abitano tutto l’anno circa quaranta persone, delle quali sei sono bambini. In estate gli abitanti sono circa quattrocento e, pur con professioni in parte diverse rispetto a quelle tradizionali, nel paese si è rimessa in moto una sana economia.
La mancanza di una seria politica verso la montagna (quella vera, non le località famose...) ha favorito l’abbandono e la trasformazione del territorio in luoghi degradati lasciati all’arbitrio della natura.
Le alluvioni sono sovente imputate alla cementificazione. Se questo è vero per i fondi valle che ne subiscono le conseguenze (senza che gli amministratori che hanno permesso che si costruisse sugli argini dei fiumi vengano resi responsabili dei disastri) è a monte che bisogna intervenire regolando con accorgimenti appropriati il territorio e il corso delle acque impedendo così che le grandi ed improvvise masse che scendono a valle si trasformino nelle forze devastatrici a cui purtroppo assistiamo sempre più di frequente.
I nostri vecchi con il loro lavoro capillare provvedevano a tutto ciò. Ora noi amministratori facciamo quello che possiamo spesso supplendo alle scarse risorse a disposizione con il volontariato di amministratori e popolazione e nella maggior parte delle volte (come nel caso di Ostana) senza percepire alcuna indennità per il servizio istituzionale che prestiamo.
Se i piccoli comuni verranno di fatto eliminati (vedi art. 16 della manovra Tremonti) il presidio di un vitale e fragile territorio verrà a mancare peggiorando la situazione e portando a più gravi disastri.
D’altra parte in Italia la classe politica (specie negli ultimi decenni) ha sovente governato con occhi miopi guardando solo a tamponare, mai a programmare e risolvere con pazienza e lungimiranza i veri problemi: così è molto più facile e le promesse facili attirano applausi. Fino all’alluvione successiva……e alle relative lacrime di coccodrillo.
Abbiamo cercato in tutte le maniere di spiegare queste cose agli organi istituzionali, ma nessuno ci ascolta. Si crede di risparmiare accorpando i piccoli comuni. In realtà, ci saranno costi più elevati a seguito delle più grandi superfici da gestire e dei conseguenti maggiori spostamenti del personale e del non coinvolgimento dei residenti locali.
E’ risaputo che l’ente pubblico più è grande più aumenta il proprio tasso di inefficienza.
I risparmi reali si potrebbero ottenere diminuendo l’apparato burocratico a cui i piccoli comuni sono sottoposti. La nostra unica impiegata passa il tempo a rispondere a questionari, a rendiconti, a infinite richieste di certificazioni con interfaccia di programmi ministeriali che sovente non funzionano. Le stesse incombenze di comuni enormemente più grandi!
Alcune funzioni devono essere accorpate nell’ottica di una maggiore efficienza e risparmio, come d’altra parte abbiamo già fatto nel passato, con buon senso e buon governo, con molte di esse (quelle che hanno valenza sovra comunale) senza che nessuno ce lo imponesse.
Ci aspettavamo che il Suo recente provvedimento intervenisse sul famigerato articolo 16 della manovra di Tremonti: cosa per la quale mi pare ci fosse anche un O.d.G. approvato da un ramo del Parlamento. Così non è stato: non sappiamo se per un disguido o per una precisa volontà.
Io mi auguro ancora che venga annullato in via definitiva l’articolo 16 e che si porti a termine in modo organico una ridefinizione di tutta l’architettura istituzionale in modo da dare equilibrio e competenze ai vari livelli di governo del territorio.
Gli accorpamenti dei comuni avvenuti durante il ventennio fascista hanno avuto conseguenze devastanti e ci hanno insegnato che purtroppo nella pratica il comune più grande prevale sul più piccolo prosciugandolo di risorse a causa della scarsa forza elettorale che rappresenta, indipendentemente dalla virtuosità dello stesso

Sappiamo che il Suo governo sta preparando una manovra che faccia ripartire l’Italia. La prego di non dimenticare che la montagna rappresenta quasi il 50% del territorio nazionale e che, se ben gestita, può essere fonte di sviluppo, di lavoro, di creazione di ricchezza. A Ostana ormai da due decenni viene favorita una progettualità innovativa in un’ottica di sostenibilità e riequilibrio territoriale che si avvicini agli esempi virtuosi di luoghi dove la montagna è realmente considerata una risorsa. Sopprimere i piccoli comuni significherebbe vanificare una ricchezza conquistata con il lavoro di decenni.
Credo che molteplici realtà come la nostra che scommettono sull’innovazione per preservare e valorizzare un territorio cruciale come quello montano debbano essere prese in considerazione per immaginare e proporre azioni che facciano realmente crescere l’Italia.
Mi rendo conto che chiederLe un incontro per illustrare nel dettaglio le nostre problematiche (che sono quelle di tanti comuni che hanno lavorato con i nostri medesimi obiettivi e la medesima passione) e gli interventi che sarebbero necessari per portare a termine il nostro progetto possa  apparire fuori dell’ordinario ma ritengo sia mio dovere “provarci”.
Sono ovviamente disponibile a incontrare chi Ella volesse delegare per portare anche un briciolo di “pratica quotidianità”, cosa che sovente nei palazzi romani (ma anche in quelli torinesi) è materia sconosciuta.
La ringrazio anticipatamente per l’attenzione che vorrà riservare a questo modesto appello.
Cordiali saluti e auguri di buon lavoro.
Sindaco  Giacomo Lombardo
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Dal sito internet
http://www.chambradoc.it/novasN108Genoier2012-1.page?docId=6118

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Il grassetto e la colorazione del testo
sono della Redazione del blog

venerdì 20 gennaio 2012

CENSIMENT E DISCRIMINAZION LINGUISTICHE DAL ISTAT






CENSIMENT E
DISCRIMINAZION LINGUISTICHE
DAL ISTAT

di
Adrian Cescje

In ocasion dal censiment 2011 l’Istat al à dât fûr modui scrits in lenghe taliane a ducj i furlans, cence tignî cont de leç 482/99. Però al à dât fûr modui scrits in lenghe slovene pai slovens, in lenghe todescje e ladine par todescs e ladins di Bolzan, e in lenghe francese te Val di Aoste.

Al è stât cualchi furlan che al à refudât chei modui in non dal dirit che i ven de Costituzion e de leç 482/99.

Chi si proferissin tant che documentazion lis letaris inviadis di Adrian Cescje di Nimis al Istat e al so Comun (scritis par furlan e par talian) in Dicembar, la rispueste dal Istat e la repliche.

Interessant al è viodi cun cualis argomentazions, che no tegnin de bande dal dirit, al rispuint l’Istat.


1) Prime letare al ISTAT



2) Rispueste date dal ISTAT



3) Seconde letare, di repliche,

ae rispueste dal ISTAT




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 Publicazion autorizade

dal prof. Adrian Cescje



 

giovedì 19 gennaio 2012

COMPLIMENTS A DREE VENIER E AI SOI "GNOGNOSAURS" !



COMPLIMENTS A
DREE VENIER
E AI SOI
“GNOGNOSAURS” !

Cumò a fevelin ancje in sart ! Cjale ca....
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Provincia de Casteddu - Provincia di Cagliari

Dettagli dell'evento
Presentazione del libro Is Gnognosaurs "I dinosauri che parlano sardo! "
( venerdì 20 gennaio 2012 )
Venerdì 20 gennaio 2012, alle ore 17,00, presso la sala della Provincia di Cagliari “Ex Cappella” sita in via Giudice Guglielmo, sarà presentato il libro di Andrea Dree Venier, Is Gnognosaurs "I dinosauri che parlano sardo!", tradotto dal Friulano in lingua sarda dallo scrittore Ivo Murgia ed edito da Condaghes.
La collaborazione tra i due scrittori nasce sulle colonne della storica rivista autonomista friulana “La Patrie dal Friûl” e dall’incontro delle diverse sensibilità identitarie che si uniscono nelle questioni linguistiche. Testi pregevoli e raffinati e disegni ricercati contribuiscono a veicolare il messaggio da trasmettere ai bambini e ragazzi. Ivo Murgia nel suo scrupoloso lavoro di traduzione, interamente in lingua sarda fresca e moderna, si attiene rigorosamente ai parametri del testo originale, confezionando un’opera che si inserisce a pieno titolo nella letteratura per l’infanzia. L’opera contribuisce a una nuova stagione di impegno autonomistico attraverso l’uso quotidiano della lingua.
Il progetto ha avuto il contributo della Provincia di Cagliari tramite la Legge Regionale 26 del 1997 sulla “Promozione e valorizzazione della lingua e della cultura della Sardegna”. L’opera letteraria e il progetto a sostegno della stessa, verrà presentato da Ivo Murgia.
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Dal sito della Provincia di Cagliari


lunedì 16 gennaio 2012

INOVÂL PAI 80 AGNS DI ARNALDO BARACETTI





INOVÂL

PAI  80 AGNS

DI ARNALDO BARACETTI


Udin
Vinârs ai 20 di Zenâr dal 2012 aes 17.30

Palaç Belgrât - Sede de provincie di Udin
Salon dal Consei


Pe ocasion al sarà presentât il libri in so omaç "Friuli. Autonomia e territorio" di Gianfranco Ellero e Geremia Gomboso.


Aes 17.30
A pandaran i lôr auguris a Arnaldo Baracetti:

Renzo Tondo
  - President regjon Friûl-Vg
Pietro Fontanini - President Provincie di Udin
Furio Honsell - Sindic Comun di Udin
Cristiana Compagno - Retore Universitât dal Friûl
Lorenzo Zanon - President ARLeF
Geremia Gomboso - Segretari Istitût Ladin Furlan
Gianfranco Ellero - Diretôr Golaine di Studis sul Autonomisim
Gianfranco D'Aronco - President Comitât pe Autonomie e pal Rilanç dal Friûl
Lorenzo Pelizzo - President Societât Filologjiche Furlane
Adriano Luci - President Confindustrie di Udin
Roberto Muradore - Segretari CISL di Udin

aes 19.00  - Giringhel finâl

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Lei sul Messaggero Veneto di Udin, la interviste a l'On. Arnaldo Baracetti:

http://messaggeroveneto.gelocal.it/cronaca/2011/12/29/news/baracetti-festeggia-80-anni-di-battaglie-in-difesa-del-friuli-1.3000065

domenica 15 gennaio 2012

ARGENTINA - IL COLLASSO E LA RINASCITA - NESSUNA LEZIONE PER L'ITALIA?



ARGENTINA

Il collasso e la rinascita.
Nessuna lezione per l'Italia?

di
Sebastiàn Lacunza - Buenos Aires


Il 19 e 20 dicembre 2001: la bancarotta neo-liberista e la rivolta popolare

Due realtà molto diverse quelle argentina e italiana. Ma con elementi di analogia che dovrebbero far riflettere.

Tanto lontano dall'Italia, tanto vicino all'Italia. Dieci anni fa, il 19 e 20 dicembre del 2001, gli argentini, disperati e pieni di rabbia, si riversarono nelle strade.
Furono 48 ore drammatiche, che provocarono la caduta di un governo ma anche molto, molto di più. Quei giorni, mentre risuonava lo slogan «Que se vayan todos» significarono la fine dell'asfissiante farsa della divinizzazione del mercato. Significarono anche che un paese che pretendeva di essere europeo si ritrovava nudo di fronte allo specchio e più latino-americano che mai.
Tanto lontano dall'Italia di oggi, eppure il racconto di quella storia avvicina due realtà così diverse. La situazione sociale che stava vivendo l'Argentina dalla metà degli anni '90 non è assimilabile a quella di alcun paese europeo odierno. Veniva da 25 anni di scossoni che l'avevano lasciata con la nostalgia del sogno del paese progressista e accettabilmente egualitario che voleva essere. L'apertura economica imposta dal peronista-conservator-populista Carlos Menem (1989-1999), aveva provocato nel '95 una disoccupazione del 18% senza nessun ammortizzatore statale per i disoccupati.

Basta ricordare alcuni flash di quella fine 2001. Gli ospedali pubblici non avevano più filo di sutura e lo Stato chiuse l'assistenza per i malati di cancro. I poveri, che erano ormai il 40% della popolazione, non andavano più dal dottore per risparmiare il costo del biglietto del bus. Le scuole della Gran Buenos Aires e delle grandi città si erano trasformate in mense che davano ai bambini il loro pranzo giornaliero, sovente l'unico. Dall'aeroporto di Ezeiza partivano aerei pieni che tornavano vuoti. A Ezeiza arrivavano anche, letteralmente, camion carichi delle ricchezze degli avvoltoi XXXXX che portavano via in tutta fretta i loro fondi dall'Argentina. Le province del nord vivevano una realtà inimmaginabile fatta di miseria, denutrizione infantile e depressione.
L'Argentina stava soccombendo di fronte alla peggior rottura sociale della sua storia.
Un quadro tragico che non trova paragoni nell'Europa di oggi ma neanche trova paragoni il livello di mobilitazione che seppero mostrare gli argentini. Da anni ormai le strade e le piazze erano il teatro di manifestazioni di disoccupati, professionisti, studenti e agricoltori. Le aperture di Menem erano state indiscriminate e elogiatissime dal Fmi, dalle agenzie di rating e dall'Europa. Era stata creata una parità assolutamente artificiosa ma di grande impatto simbolico-mediatico fra il dollaro e il peso, mentre il paese indebitava senza fine. Una festa per i creditori che lucravano alti interessi in dollari.

Le privatizzazioni di Menem attrassero le compagnie europee che molte volte, con le tangenti già pronte da pagare, mettevano le mani su colossali bottini di facili guadagni. Menem, dopo anni di popolarità alle stelle (interna e internazionale), finì per affogare nella sua corruzione e nella sua frivolezza. I conti erano appesi a un filo e arrivò il peggior rimedio possibile: una coalizione elettorale di socialdemocratici, Ucr (Unión civica radical), peronisti dissidenti e liberali consacrò il conservatore Fernando De la Rúa alla presidenza della repubblica.
Era il dicembre del '99. Lo squallido De la Rúa si presentò con un'immediata decurtazione del 13% delle pensioni e del pubblico impiego. Mentre avviava una rincorsa dissennata ai tagli di bilancio, si scoprì che il suo governo aveva pagato tangenti in senato per far passare una legge di flessibilizzazione del lavoro. Frode politica, etica, sociale. Tutto veniva presentato da De la Rùa come un «ultimo sforzo per salvare il paese dalla bancarotta».

Ogni ministro dell'economia che s'insediava annunciava «la fine dello spreco» e nuovi colpi d'accetta. Ogni colpo d'accetta era premiato con una nota positiva di Standard & Poor's e Fmi che, precisavano, era necessario ma non sufficiente. Le ricette economiche mostravano grande inventiva per imporre nuovi tagli ai servizi pubblici, istruzione e pensioni (privatizzate nel '94 con una frode incommensurabile che fu in buona parte la causa della bancarotta dello Stato) e aumentare l'Iva, senza che mai arrivasse il momento di far pagare di più le transazioni finanziarie, la vendita di imprese, i creditori o le compagnie privatizzate, protette da contratti leonini garantiti dalla Banca mondiale.
Il «tasso di rischio» che oggi affligge l'Europa, qui si chiamava «rischio paese». Lo si seguiva minuto per minuto. Nel giro di qualche giorno passò da 500 a 800, da 1000 a 1500. Il governo De la Rùa negoziava degli accordi «blindati» con il Fmi che duravano lo spazio di un mattino. Mentre De la Rùa non dava una risposta positiva che fosse una, dall'inizio del 2001 svaniva la fiducia nel fittizio un peso-uguale-un dollaro, finché prese ad accelerarsi vorticosamente il ritiro dei depositi dalle banche. Si arrivò così nel dicembre 2001 al famoso «corallito», che fissava in 250 pesos alla settimana il limite massimo di ritiro dei depositi. Quelle stesse banche che si erano installate con la promessa di una «solvenza» garantita dalle loro case-madri europee, si scoprirono allora solo argentine e sostennero di non avere fondi da restituire.
Nella notte del 19 dicembre, dopo un giorno di caldo estivo e di furia popolare, il suono delle casseruole battute si fece assordante e divenne un'ondata irresistibile. Improvvisamente tutta Buenos Aires fu un unico frastuono. I poteños si riversarono per strada e accesero l'incendio. Il giorno dopo, imperversarono i saccheggi nei barrios più umili e alcune forze oscure scatenarono una repressione feroce - colpendo anche le intoccabili Madri della Piazza di Maggio, la coscienza della nazione -, provocando 39 morti. Quello stesso pomeriggio il presidente conservatore truccato da social-democratico, abbandonava la Casa rosada in elicottero. Subito dopo aver firmato le dimissioni.

La fuga di De la Rùa aprì la strada a un paese assembleare, 5 presidenti in 10 giorni. Scambi in natura, mense popolari, manifestazioni di ripulsa (gli «escraches») sotto le case dei responsabili della crisi e dei sostenitori riciclati della dittatura militare, marce, sempre più «cacerolazos». La sospensione dei rimborsi di un debito arrivato al 140% del pil. Il default. L'improvvisa svalutazione del peso, estremamente traumatica. Fu come cominciare tutto di nuovo. Un altro paese, un'altra storia.
pubblicato su "il Manifesto" del 20 dicembre 2011 - pagina 7
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Il grassetto e i colori sono delle Redazione del Blog

venerdì 13 gennaio 2012

REM SPICEMEI - I SFUEIS DAL CENSIMENT JU A' MANDÂTS INDAÛR !




REM SPICEMEI
I sfueis dal censiment
ju à mandâts indaûr.
Ancjemò une volte.

La Storie di Rem Spicemei,
di Visepente
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IN BLANC
PAI DIRITS VIOLÂTS
di Oscar Puntel
dal Setemanâl “La Vita Cattolica”
il 12 di Zenâr dal 2012

“Jo o domandi dome il rispiet dai miei dirits – al conte Spicemei -; la pussibilitât di compilâ i modei te mê lenghe”. Stesse robe e jere sucedude dîs agns za fa. Stesse rispueste in blanc di Spicemei

Al è tornât a imbustâ dut. Cence compilâ une rie. E al à mandât dut indaûr in municipi, al so sindic Roberto Micelli. Il pachetut di sfueis dal Censiment 2011, Rem Spicemei, 75 agns, pensionât di Visepente di Basilian, no lu à volût compilâ: “Mi displâs  - al à scrit te letare che e compagnave lis domandis dal Istat -. Stant che chest Stât, intes sôs diviersis articolazions burocratichis, nol rispiete la mê, la nestre identitât linguistiche, e, duncje, no mi rispiete nancje me, mi oblee ancje cheste volte, tant che la volte stade, a no cjapâ part al Censiment, che ancje jo, come che al varà capît, i varès tignût”. In sumis, no je une version in marilenghe dal cuestionari? Alore nie. No varan lis sôs informazions. Spicemei nol fasarà part de tant nomemade “fotografie de Italie” ai 9 di Otubar dal 2011”.
“Jo o domandi dome il rispiet dai miei dirits – al dîs Spicemei -. La pussibilitât di compilâ i modei te mê lenghe”. Par dute rispueste, l’om si è viodude rivâ cjase la zovine che e à l’incaric di judâ a furnî informazions su la compilazion, che i à domandât se al veve cambiât intenzion. Cence sucès.
“Cuant che o ai vût, par pueste, dut chel pac di cjarte che a usin a mandâ cuant che al ven fat un Censiment, mi soi metût subite a gjavâlis de buste, sperançôs di viodilis finalmentrei  scritis ancje inte mê e nestre lenghe, ma la mê sperance si è mudade in delusion cuant che passant chês cjartis o ai cirût dibant  di cjatâ alc che al fos stât scrit inte mê lenghe mari, chê furlane, cundut che ancje il dirit al è de mê bande”, al à scrit Spicemei al so prin citadin, par spiegâ lis sôs resons.
E po al à ricuardât lis lêçs: l’articul 6 de Costituzion de Republiche Taliane e la leç 482/99 dal Parlament dal Stât midiesim e lis lêçs de Region Friûl – VG. “Cence dî che, prin di dut, si trate ancje di un dirit naturâl, di une ereditât cjapade sù de storie”, al precise.
La vicende e jere sucedute, compagne, ancje dîs agns za fa. Simpri stesse rispueste in blanc di Spicemei. Ma cheste volte, al veve decidût di mandâsi indevant, par meti in vuaite e cu la buine intenzion di no fâ falâ la aministrazion. Doi agns za fa al veve cjapât cjarte e pene in man. “Cjâr sindic, subit al rive il Censiment, che al viodi di proviodi: O vuei jessi interpelât midiant de mê lenghe”.
“Si viôt che magari cussì no, l’impegn che o vevi domandât al gno sindic par che si movès par otignîmi no un plasê, ma juste chel che al è un gno dirit, nol è rivât a bon fin. Pazience, o sai che lui, siôr sindic, al seguitarà a dâsi di fâ par che o vedi di podê lâ miôr par une altre volte. In chê volte ancje jo o podarai rispuindi a lis cuestions che si domandin in chês cjartis e, duncje, gjoldi dai miei dirits”, al scrîf Spicemei te letare che e compagnave il fassicul dal Censiment.
Nissune rispueste dal palaç di Basilian. “Il sindic no mi à dit nuie, no mi à rispuindût, si ben sul plan dai rapuarts personâi o ai vût a ce fâ cun lui in diviersis ocasions. La uniche rispueste de burocrazie? Dome un secont tentatîf de zovenute dal Censiment.
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Il grassetto e i colori sono della redazione del Blog

martedì 10 gennaio 2012

LIBERALIZZAZIONI, IL NUOVO MANTRA


LIBERALIZZAZIONI,

IL NUOVO MANTRA

di
Alessandro Robecchi


Ogni sfiga porta attaccata a sé una parola. La parola diventa slogan, e si ripete incessantemente finchè perde ogni significato reale. Nel giro di pochi mesi diventa un mantra ipnotico. Nel giro di qualche anno diventa un segno dei tempi.
Negli anni Novanta si cominciò a pronunciare incessantemente la parola “flessibilità” e a ripetere che il lavoro era troppo rigido.
Ora, vent’anni dopo, le condizioni dei lavoratori flessibili ricordano vagamente quelle dei raccoglitori di cotone dell’Alabama di un paio di secoli fa, con la beffa che i precari del call center, dovendo correre a fare un altro lavoro, non hanno tempo per cantare il blues.
Altra parola che ci accompagna (ci segue come un randello si direbbe) è “liberalizzazioni”.
Ciascuno, preso da furore liberalizzatore, indica indignato questa o quella casta colpevole di bloccare il paese. Così come la flessibilità avrebbe dovuto farci spiccare un grande salto ( e s’è visto), allo stesso modo le liberalizzazioni dovrebbero aprire davanti ai nostri occhi un futuro luminoso. E s’è già visto pure questo.
Felicemente liberalizzate, le assicurazioni auto hanno quasi triplicato il prezzo della polizza. I servizi bancari sono schizzati alle stelle, i trasporti ferroviari pure, i pedaggi autostradali peggio mi sento, i viaggi aerei sono più cari, i trasporti urbani hanno aumentato le tariffe ( molto più della qualità dei servizi) e il gas costa di più. Tutto, molto oltre l’inflazione.
Si saluta come un miracolo di modernizzazione che treni di nuovi operatori solchino i nostri binari e sfreccino sulle nostre tratte, ma si tratta di treni per ceti alti e altissimi, mentre i pendolari viaggiano nelle condizioni degli hobos della Grande Depressione, senza nemmeno un Woody Ghutrie che gli suoni la chitarra.
Probabilmente, peraltro, lo lincerebbero per esasperazione in sala d’aspetto, mentre sul binario 1 sfreccia uno scintillante convoglio griffato, rivestito in pelle e popolato da managers dinamici ed eleganti. Tutti presi a discettare di quanto siano importanti, per il paese, le famose liberalizzazioni.

Dal quotidiano “IL MANIFESTO” – domenica 18 dicembre 2011
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domenica 8 gennaio 2012

ON.LE PROF.SSA SILVANA SCHIAVI FACHIN - LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE MAURIZIO FRANZ






LETTERA APERTA

AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE

MAURIZIO FRANZ

di

On.le Prof.ssa Silvana Schiavi Fachin

già docente di Glottologia,
Didattica del friulano ed Educazione Plurilingue
presso  l'Università di Udine/Universitât dal Friûl

Sfogliando in internet i comunicati del Consiglio Regionale ho trovato uno stralcio del discorso commemorativo svolto da Lei Presidente, in ricordo di Pre Checo Placerean, nel venticinquesimo anniversario della morte, avvenuta il 26 febbraio 1986. Anche il Messaggero Veneto, nei giorni scorsi, ne ricordava la figura informando i lettori di un convegno che si è tenuto presso la Provincia di Udine e di uno spettacolo teatrale presso il Teatro S. Giorgio. Iniziative apprezzabili ma, a mio avviso, insufficienti e inadeguate per rispettare il testamento morale e culturale di Pre Checo .

Mi rifaccio al  Suo discorso per porLe alcune domande e porle a tutti coloro che, ricoprendo ruoli istituzionali di responsabilità e avendo i mezzi per “dare corpo” almeno ad alcuni dei temi e realizzare alcuni degli obiettivi che hanno permeato tutta la vita di questo prete scomodo – spesso e a ragione definito il Lutero friulano, esorcizzano in convegni e/o manifestazioni effimere / di breve durata la sua grande forza propulsiva.

Cito una Sua breve frase: “Uomo di grande cultura e umanità, di cristallina statura morale con una irriducibile passione per la sua terra e l’identità del suo popolo (…) egli ci ha insegnato a guardare alla nostra storia ( … ) promuovendo una rinascita non solo materiale ma anche culturale di orgoglio e consapevolezza…”  

Parole pienamente condivisibili ma che contraddicono una realtà così priva di significativi sviluppi che rischia di mortificare anche gli spiriti più combattivi e operosi in mezzo ai quali ho la fortuna di lavorare.

A oltre dieci anni dall’approvazione della legge statale n.482/99 siamo ancora in attesa dei decreti applicativi del ministero. Manca un piano organico regionale per la formazione dei docenti e il MIUR sta per avviare un allucinante ”master” statale per la formazione degli insegnanti di tutte le 12 minoranze linguistiche del quale nessuno parla e che finirà per frustrare le residue forze degli insegnanti volenterosi che produrrà ricadute ugualmente deludenti sugli insegnamenti e sugli apprendimenti  della lingua e della cultura friulana. Il contratto con la RAI previsto dalla legge per trasmissioni radiotelevisive in friulano non esiste ancora e la mancanza di notiziari e di programmi culturali, educativi e d’intrattenimento di qualità contribuiscono gravemente all’erosione lenta e progressiva dell’uso della lingua minoritaria. I contributi statali e regionali diminuiscono di anno in anno e compromettono gravemente la progettazione scolastica che sinora ha supplito la mancata applicazione della legge statale e della legge regionale n. 29/del 2007, pregiudicando inoltre l’attività di pregevoli radio locali come “Radio Onde Furlane“ e “Radio Spazio103” nonché quella di associazioni culturali e di organi di stampa che tra innumerevoli difficoltà cercano di mantenere vivo nei friulani l’interesse per la loro lingua e la loro cultura.

Non è, caro Presidente Franz, formulando fervorini di circostanza o partecipando alla celebrazione del 45mo anniversario del Movimento Friuli o ad una messa in friulano che si onorano uomini come Pre Checo o Fausto Schiavi o ancora le “voci” dei grandi uomini del passato, ma “agendo concretamente”, per ricordarLe le parole del segretario Marco De Agostini.

Vede Presidente, io non sono mai stata iscritta al MF ma ne ho vista la nascita e ho seguito Pre Checo, Fausto Schiavi e molti altri nelle osterie e sulle piazze del Friuli condividendo molte delle loro idee e soprattutto la loro passione, idee e passione che ho coltivato e sostenuto nella mia professione e nell’esperienza politica che ho avuto successivamente l’occasione di fare riuscendo a raggiungere qualche obiettivo che, ne sono certa, avrebbero apprezzato.

Voi della Lega avete governato il Paese per moltissimi anni e da anni governate la nostra Regione e dunque condividete con i vostri alleati la grave responsabilità per la situazione di stallo in cui si trovano ancora questioni di grande rilievo quali una specialità incompiuta, le leggi inapplicate e una condizione generalizzata di stagnazione delle idee e dell’azione politica.

Salûts di rispiet,

Silvana Schiavi Fachin
Presidente del “ Consorzi Lenghe2000”


Pagnacco, 2 gennaio 2012

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