martedì 15 dicembre 2015

FRIÛL - NOVENE DI NADÂL E CJANT DAL "MISSUS"



FRIÛL

NOVENE DI NADÂL

E CJANT DAL MISSUS

 
sustignude dal

coro "Rosas di Mont" di Guart.


Prime de funzion, pre Loris Della Pietra, diretôr dal Ufizi Liturgjic Diocesan,

al presentarà


"Missus est - Celebrazion de Novene di Nadâl"
   


Domenie

ai 20 di Dicembar dal 2015

tal Domo di Vençon,

aes 3 dopo di misdì:

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Dal Blog

FURLANS DI DOMAN



 
10/12/2012

 

Il Missus, la tradizion musicâl patriarcjine tal Nadâl in Friûl

  di
 
Pre Roman Michelot
 
 
La novene di Nadâl in Friûl e je di simpri stade caraterizade dal cjant dal Missus. Tant che la int no diseve mai “O voi a la Novene di Nadâl”, ma “O voi al Missus”. 
 
Il Missus al è un toc di Vanzeli (Lc 1,26-38), che al conte il fat de Anunciazion: l’agnul Gabriel che al va di Marie e i conte de nassite di Gjesù. Il test latin al tache propit cussì: Missus est Angelus Gabriel a Deo… (L’agnul Gabriel al è stât mandât di Diu…). E la prime peraule dal test i da il non a la Novene. 
 
Cheste tradizion si cjate dome in Friûl, stant che par dut il mont catolic la Novene si le à simpri celebrade in maniere diferente.
  
Cemût culì ise cheste origjinalitât?
 
Grancj studis e ricercjis no son mai stâts fats, a part un articulut di mons. Giuseppe Vale dal 1905. Bisugne lâ indaûr te Ete di Mieç, cuant che te glesie aquileiese si jerin svilupâts e a jerin une vore doprâts i “Drammi sacri”.
 
Midiant di sacris rapresentazions si riproponevin, in cjant, i moments plui significatîfs de vite di Gjesù.
 
Di chescj “Drammi sacri” o ricuardìn i plui innomenâts: Planctus Mariae, Visitatio Sepulchri, Resurrectio e Rappresentatio in Annunciatione beatae Mariae Virginis (Il Lament de Madone dapît de Crôs, La Visite al Sepulcri, La Resurezion, e la Anunciazion).
  
A la fin dal 1500 subit dopo dal Concili di Trent, il patriarcje Francesc Barbaro al abolì la liturgjie aquileiese e ancje chestis rapresentazions, ma al fo il stes patriarcjeche al fasè traspuartâ il cjant dal Missus de fieste de Anunciazion a la Novene di Nadâl, lassant in bande la part che e rivuardave la visite e Elisabete e sostituint la Antifone “Salve clara” cul Responsori Jesus Christus.
  
Te forme atuâl duncje, al è di sigûr di chel timp che si celebre in cheste maniere la Novene.
 
La tradizion furlane a ‘nd à tramandadis une vorone di melodiis patriarcjinis dal Missus che, come che al scriveve pari Pellegrino Ernetti, munic benedetin “sono assai suggestivee venerande quasi tutte in modo dorico e spontaneamente armonizzate dallo stesso popolo che improvvisa la medesima armonizzazione con un gusto davvero raro e singolare” (RDU n. 4 luglio 1978 pag. 8).
 
Dongje des melodiis patriarcjinis o vin ancje tancj Missus che autôrs di ogni a àn componût in maniere plui elaborade par coros e par cantôrs plui alenâts. Si son spiticâts a componi: G.B. Tomadini, Zorzi, Pecile, Comencini, Girardi, Candotti, J. Tomadini, Marzona, Franz, Cossetti, Foraboschi, Pigani, Trinko, Perosa, De Lorenzo, O. Rosso… e al dì di vuê Giuliano Fabbro cu la Nunziade.

Un patrimoni inestimabil che al sarès ben che la Diocesi e fasès fâ, in merit, un studi aprofondît e curât e une ricercje minuziose e precise cun publicazion di ducj i Missus popolârs e di autôr, prime che dut si pierdi. 
  
Al displâs che al dì di vuê, ta chest mont frenetic, ancje chestis tradizions venerandis e splendidis a vegnin simpri plui butadis di bande e lassadis colâ. In non di ce? Di plui cunfusion e baldorie e vueit…
 
 
pre Roman Michelot

 

venerdì 11 dicembre 2015

"AUTONOMIA SOTTO ASSEDIO" di GIORGIO CAVALLO



Autonomia

sotto assedio


di

GIORGIO CAVALLO


La discussione sul futuro della nostra regione si sviluppa su due fondamentali livelli: tra specialisti, o che si ritengono tali, e tra la gran massa dei cittadini che respirano informazioni e sensibilità semplificate.

Mi riferisco a questa seconda vasta categoria di cui probabilmente dipenderà anche il futuro del Friuli-Venezia Giulia sia per il comportamento nel voto referendario sulle modifiche della costituzione, se ci sarà, sia per l'appoggio o meno che verrà dato nelle eventuali mobilitazioni per la revisione dello Statuto speciale del F-VG.

Allo stato attuale sono piuttosto pessimista su questo futuro perché nella pubblica opinione generica, anche grazie all’egemonia di organi di informazione sia a livello italiano che regionale, stanno passando due messaggi:
  • che le regioni hanno fallito nella loro azione di governo, dilapidando risorse in quelle normali ma soprattutto in quelle speciali, compreso il F-VG, e non sono state in grado di combattere adeguatamente contro la crisi economica e la devastazione del sistema produttivo ed occupazionale;
  • che, nello specifico nella Regione F-VG, considerando l’insieme delle amministrazioni pubbliche, si spenda molto di più di quanto competerebbe in base al prelievo fiscale. Su questo in particolare si è distinto il Messaggero Veneto  le cui elaborazioni sono state anche riprese da autorevoli organi di stampa “nazionali”.
In realtà nessuna di queste argomentazioni avrebbe la conseguenza logica di eliminare le Regioni, ed in particolare la nostra, ma questo è ormai una percezione diffusa e lo stesso direttore del Messaggero Veneto Cerno ha cominciato a preoccuparsi di esserne il portavoce e magari si è accorto che esiste ancora qualche voce, nel caso la Vita Cattolica, che cerca di raccontare meglio ciò che sta succedendo. 

Ma sono proprio i ragionamenti sopra riportati ad essere devianti e profondamente sbagliati anche nella interpretazione dei numeri:
  • è vero: il F-VG non è stato in grado di reagire efficacemente alla crisi ed i suoi dati macroeconomici, PIL innanzitutto e difficoltà del settore manifatturiero, sono impietosi. E va anche detto che la politica regionale non è in grado di esprimere legislazione ed amministrazione a misura dei tempi. Quindi nessun alibi per chi ha governato in questi anni. Ma vivaddio, il bilancio regionale, tra contributo della Regione e degli Enti Locali al risanamento della spesa pubblica e riduzione di entrate proprie per norme statali che incidono su queste come gli 80 euro famosi, ha avuto una riduzione di oltre 1 miliardo di euro all’anno, che, essendo spesa, corrisponde di fatto ad un -3% del PIL annuale. Improvvidi gli amministratori regionali a farsi tagliare in questa misura (e accollarsi in toto la sanità e la terza corsia dell’autostrada) ma è anche vero che ben difficilmente si può recuperare PIL riducendo drasticamente la spesa pubblica. Non siamo la Grecia ma il concetto è quello.
  • l’altra narrazione è falsa: non è vero che il calcolo del residuo fiscale ed i CPT (conti pubblici territoriali) dimostrano che in regione il pubblico spende più di quanto incassa.

    Se
    Ermano e Bressan
    quando hanno presentato i loro numeri sul Messaggero Veneto avessero controllato meglio le fonti si sarebbero accorti che nella contabilità delle amministrazioni pubbliche vengono calcolate (per il 2013) spese di 1,2 miliardi per la difesa e per la sicurezza, fatte sì nel territorio regionale ma per una funzione di carattere generale (il Trentino e il Sud Tirolo in tali voci non raggiungono i 0,4 miliardi di euro) ma soprattutto in quei conti c’è una cifra esorbitante di interessi pagati in Regione (3,5 miliardi) di cui la gran parte 2-2,5 miliardi di euro sono quanto lo stato paga alle Assicurazioni Generali, la cui sede legale è a Trieste, per i bond italiani da essa detenuti e che nel 2013 hanno oscillato tra i 58 ed i 54 miliardi. 

Come si può vedere i numeri si lasciano facilmente manipolare e anche i CPT sono di difficile verifica: tra l’altro la contabilità del 2013 indicherebbe che nel sistema pubblico allargato, dove sono comprese le imprese locali e nazionali fornitrici di servizi ai cittadini ed alla comunità, vi è in Regione F-VG un attivo di 1,5 miliardi di euro, che quindi farebbe andare in forte positivo il saldo finale. Tutto da verificare sugli apporti delle singole voci come per i conti che riguardano il residuo fiscale effettuati dalla CGIA di Mestre o da Eupolis Lombardia, e che comunque sono positivi per il F-VG pur in una situazione che peggiora di anno in anno a causa della crisi.

L’utilizzo di queste armi numeriche per rilanciare il centralismo statale come risolutore dei nostri problemi in una prospettiva futura è una manipolazione che peraltro non mette in conto che livelli di corruzione, esasperazione di spese pubbliche, incapacità politica risiedono in misura sicuramente superiore, perlomeno per quanto ci riguarda, nella macchina legislativa, amministrativa e giurisprudenziale dello stato, e che quindi l’indicazione di un unico criminale in questo frangente è una pura operazione ideologica.

I nostri problemi ci sono, e sono dei macigni, ma è sempre meglio puntare al rispetto del principio di sussidiarietà che alla magnanimità del principe.


Giorgio Cavallo


Udine 30 novembre 2015

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Il documento a firma di Giorgio Cavallo è stato pubblicato sul settimanale dell'Arcidiocesi di Udine LA VITA CATTOLICA , a pagina 8, giovedì 3 dicembre 2015, con il Titolo "3,7 miliardi in Difesa e Bond".  

Ringraziamo Giorgio Cavallo per averci concesso la pubblicazione della sua ottima analisi che dimostra indiscutibilmente come sia in atto un chiarissimo strumentale attacco giornalistico e politico alla nostra autonomia speciale.


La Redazione del blog


mercoledì 9 dicembre 2015

IL VIGNETO FRIULI: IL "RATTO" DELLA RIBOLLA GIALLA.


IL VIGNETO FRIULI

Il “ratto” della Ribolla Gialla:

scambi oscuri tra Friuli e Veneto

per svendere la varietà

ed espandere il Prosecco

 

di Fabio Giavedoni


2 dicembre 2015

http://www.slowfood.it/slowine/il-ratto-della-ribolla-gialla-scambi-oscuri-tra-friuli-e-veneto-per-svendere-la-varieta-ed-espandere-il-prosecco/


Partiamo da alcuni dati di fatto:

il consumo e la richiesta di vini “con le bollicine” – quelli prodotti nobilmente con Metodo Classico ma soprattutto quelli vinificati in autoclave – è cresciuto a vista d’occhio negli ultimi anni, quanto meno in Italia.

il Prosecco si è imposto con forza sui mercati di tutto il mondo, e veleggia saldamente verso l’ambizioso obiettivo di un miliardo di bottiglie.

prima di questa incredibile ascesa “chi governa” aveva avuto la bella idea di “blindare” il termine Prosecco estendendo la zona di produzione verso est fino al paese omonimo in provincia di Trieste (e incredibilmente anche verso ovest, includendo le province di Padova e Vicenza…), legando in tal modo il nome a un luogo geografico; un astuto stratagemma che vieta quindi l’utilizzo del termine Prosecco al resto del mondo.

contemporaneamente a ciò hanno preso piede in Friuli, velocemente e sostanziosamente, gli impianti di glera, il nuovo nome che ora si da al vitigno che origina il Prosecco: partendo praticamente dal nulla, raggiungono ora gli 3.700 ettari di superficie vitata, per una produzione di oltre 500.000 ettolitri. La massima parte del Prosecco prodotto con queste uve viene però vinificato e/o commercializzato da aziende che non sono friulane (principalmente venete).

anni fa in Friuli sono sorte come funghi etichette mai viste di Ribolla Gialla Spumante, crediamo proprio per venire incontro alle richieste del mercato delle bollicine. Storicamente era una sola l’etichetta di Ribolla Gialla Spumante che si conosceva in Friuli: quella di Collavini, azienda di Corno di Rosazzo, che da 30 anni produce un ottimo Charmat lungo (almeno 28 mesi sur lies) con la ribolla; ora se ne contano decine, in massima parte di mediocre qualità.

la Ribolla è il vitigno simbolo dei produttori di Oslavia – e oggi anche di altri territori delle colline friulane, nonché della Brda slovena – che da tempo hanno preso a macerare queste uve durante la fermentazione per produrre quei vini importanti e corposi che si sono imposti nel mondo con il nome di Orange wines. Leggi in materia tutto quello che c’è da leggere su Josko Graver, Damijan Podversic, Stanko Radikon e molti altri ancora …

ultimo dato di fatto: la ribolla gialla non è tra le varietà ammesse nei vari disciplinari di Doc e Igt del Veneto, ma negli ultimi anni in questa regione ne è stata piantata tantissima – sembra più di 1.000 ettari – soprattutto in pianura, in modo quasi illegale; così tanta che i vivai di Rauscedo (in Friuli, sono tra i più grandi produttori di barbatelle in Italia, ndr) da tempo non riescono ad accontentare la richiesta di piantine di ribolla che viene dai pochi produttori friulani di collina perché tutto è già stato prenotato dai veneti.

Bene, cosa sta succedendo in questi giorni?

Rumors molto attendibili ci avvertono che sarebbe stato proposto un patto tra la regione Veneto e la regione Friuli Venezia Giulia che prevede la possibilità di un’ulteriore estensione della superficie vitata a glera in Friuli (per produrre uve atte a diventare Prosecco): si parla di circa 1.000 ettari. Allo stesso tempo il patto prevede il beneplacito, da parte della regione Friuli Venezia Giulia, al progetto di nuova Doc transregionale sul Pinot Grigio, su cui abbiamo già scritto in passato (se vuoi leggere tutta la vicenda clicca qui e poi clicca anche qui). Ma soprattutto il patto prevede la possibilità per i produttori veneti di produrre finalmente Ribolla Gialla, in particolare nella tipologia Spumante ma anche, dopo adeguata revisione dei disciplinari, in versione ferma.

Insomma quella che era diventata una varietà fortemente identitaria per il Friuli – pensiamo in particolare ai vini fermi e/o da uve macerate – sta per essere svenduta a una regione confinante, che l’ha già piantata in terreni non vocati per la produzione di grandi vini ma ottimi per garantire rese generose per vini “con le bollicine” di mediocre qualità. 

Non c’è che dire, una bella Caporetto per il Friuli! 

Nulla di tutto questo però è definitivo, anzi speriamo che i rumors che abbiamo raccolto non siano così veri come sembra; in caso contrario proporrei una pacifica ma decisa sollevazione di popolo: che ne dite?
 
FABIO GIAVEDONI 


domenica 6 dicembre 2015

LINGUA FRIULANA - QUANDO IL GIORNALISMO SOMMA LA "FRIULANOFOBIA" CON I PREGIUDIZI E LA DISINFORMAZIONE




LINGUA FRIULANA

Quando il giornalismo
somma la  “Friulanofobia”
con i pregiudizi
 e la disinformazione...


3 dicembre 2015

Nella finanziaria 2014 per la lingua friulana la regione ha investito la strabiliante percentuale di ben lo 0,02% del bilancio regionale, ossia solamente 1.565.000 €. Una miseria che la stampa locale avrebbe dovuto denunciare in prima pagina considerato che ad ogni friulanofono spettavano due euro a testa a difesa della propria lingua. E per il 2016 non è che le cose in finanziaria previsionale regionale vadano molto meglio! Ogni volta che c'è da tagliare si taglia prima di tutto alle minoranze linguistiche e quando c'è da reintegrare il mal tolto dell'anno precedente, il recupero è sempre al ribasso. E invece ci tocca anche leggere articoli con affermazioni assurde e friulanofobiche come quello a firma di Giovanni Stocco (Messaggero Veneto del 1 dicembre 2015).

La finanziaria regionale 2016 (bilancio previsionale al 2015), scrive il giornalista del MV, prevede “quasi 1,5 milioni per il friulano” e dunque la minoranza linguistica friulana dovrebbe fare festa grande per essere stata graziata dalle “lacrime e sangue” (ma nel 2014 il finanziamento per la lingua friulana non è stato di 1.565.000 euro?) . Ma poi il giornalista aggiunge anche una sua opinione che mi risulta lontanissima dalla realtà.

Scrive infatti, "le casse, MAI ANEMICHE, di soggetti pubblici e privati che tutelano, valorizzano e promuovono le minoranze linguistiche del Friuli Venezia Giulia".

"Mai anemiche"? Lo consiglio di informarsi meglio e di fare una capatina a Radio Onde Furlane a Udine (i cui finanziamenti furono per ben due anni azzerati dalla regione, per poi essere ripristinati al ribasso), o telefonare alla redazione del mensile “La Patrie dal Friûl” che ha visto ridotti tantissimo i fondi (meno 40%), o andare a fare una chiacchierata con Lorenzo Fabbro Presidente dell'ARLeF, agenzia regionale a cui è delegato il compito di dare attuazione alla politica di tutela: così si renderà forse conto di come la politica di tutela della lingua friulana abbia al contrario “casse SEMPRE anemiche” e di come i fondi nazionali erogati ai sensi della legge 482/99 siano drasticamente calati rispetto ai primi anni di attuazione di questa legge, tanto che oggi risulta praticamente quasi priva di finanziamenti. Se poi a lui pare che lo 0,02% del bilancio regionale riservato alla minoranza linguistica friulana (solo 600 mila cittadini!) sia una percentuale elevata, lo consiglio di verificare quanto in Europa gli altri Stati spendono per le loro minoranze linguistiche: avrà delle grandi sorprese, glielo garantisco! E non dipende dalla crisi economica ma da scelte politiche.

Che le minoranze linguistiche siano oltre il 50% della popolazione regionale (“solamente” 600 mila friulanofoni, circa 50 mila slovenofoni e qualche migliaio di tedeschi); che una percentuale altissima di genitori friulanofoni richieda ogni anno l'insegnamento della lingua friulana a scuola (richiesta per altro con una risposta regionale più che inadeguata anche sul piano finanziario!); che la tutela delle minoranze linguistiche per i Padri della Costituzione italiana sia un valore fondamentale della Repubblica italiana, tanto da inserire un articolo specifico (art. 6) che recita “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”, poco importa evidentemente al giornalista del MV, che pare anche ignorare che l'Italia ha firmato anche importanti trattati internazionali europei di tutela delle minoranze linguistiche, Friulani inclusi.

Per lui in regione per le minoranze linguistiche “le casse non sono mai anemiche” e il “quasi” un milione e 500 mila euro spettanti ai 600 mila friulanofoni per il 2016 è un ricco cadeau natalizio.

E lo sa il giornalista Stocco che nella nostra regione le minoranze linguistiche (maggioritarie in regione!) sono l'unico motivo di specialità che ci resta?

Ma dove si informano i giornalisti di casa nostra? In osteria?


ROBERTA MICHIELI

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"casse mai anemiche"???

Questa la situazione reale,
già troppe volte
 denunciata "inutilmente"!!!



(…) Allargando lo sguardo all'Europa e prendendo come riferimento il numero dei parlanti, vi sono almeno due realtà confrontabili con il Friuli - Venezia Giulia: la Comunità Autonoma Basca e il Galles. Nel primo caso per la promozione della lingua propria - istruzione e media esclusi – si investe l'1% del bilancio regionale (oltre 100 milioni di euro), in Galles - senza contare le risorse per scuole e radiotelevisione - l'investimento per la lingua è dello 0,17% (oltre 30 milioni) rispetto al bilancio locale.
C'è un abisso tra questi dati e lo 0,02% che il Friuli - Venezia Giulia spende per il friulano. Sapranno la Giunta e il Consiglio regionale colmare questo ritardo e intraprendere il percorso per una Regione che sia davvero autonoma e speciale? Le associazioni friulane dopo aver denunciato la situazione durante la conferenza stampa di oggi, intendono chiederlo direttamente al Consiglio regionale attraverso un'audizione urgente che sarà domandata alla V Commissione.


Udin / Udine, 27.06.2014

il portavoce del Comitât - Odbor - Komitaat - Comitato 482

Carlo Puppo

Sostengono l'iniziativa: Comitato per l’Autonomia e il Rilancio del Friuli, Società Filologica Friulana, Radio Onde Furlane / Informazione Friulana, La Patrie dal Friûl, Il Diari, Union Scritôrs Furlans, Glesie Furlane, Istituto Achille Tellini, KappaVu, La Vita Cattolica, Colonos, Ladins dal Friûl, Serling, CLAAP
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Alla c.a. del Viceministro Filippo Bubbico
delegato alle minoranze storiche etno-linguistiche

(...)

3. Entità dei finanziamenti
Diversi dei problemi segnalati nei punti precedenti dipendono anche dal fatto che l’applicazione di quanto previsto dalla legge statale 482/99 nei settori dell’istruzione, dei mezzi di comunicazione e della pubblica amministrazione non dispone di un congruo sostegno finanziario. Tale sostegno, già dal principio insufficiente, si è ridotto sempre di più arrivando a livelli irrisori. Ancora nel 2006 il Friuli – Venezia Giulia riceveva dallo Stato centrale all’incirca 1.800.000 euro, mentre nel 2014 non si arriva nemmeno ai 340.000. Ne deriva l’impossibilità di dare attuazione alle misure previste dalla legge per friulani, sloveni e germanofoni (parlando di almeno 700.000 persone significa 50 centesimi a testa all’anno). (...)
È dunque necessario prevedere una maggiore disponibilità di risorse e una distribuzione più equa delle stesse.

Se a questo dato si aggiunge la riduzione – in proporzione più contenuta ma comunque significativa – anche delle risorse impegnate da parte della Regione, emergono chiaramente non solo l’impossibilità di garantire ai cittadini del Friuli – Venezia Giulia i propri diritti linguistici, ma anche l’erosione continua di attività importanti per la promozione della lingua, e la perdita di professionalità ed esperienze difficilmente rimpiazzabili.

Udin / Udine, 20.04.2015


Il portavoce del Comitato 482
Carlo Puppo


PUO' BASTARE ??


venerdì 4 dicembre 2015

LEGGE ELETTORALE - GIA' FIRMATI 14 RICORSI ANTI-ITALICUM!



LEGGE ELETTORALE

GIA' FIRMATI 
14 RICORSI 

ANTI-ITALICUM!!
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19 novembre 2015

I ricorsi sono stati depositati a Milano, Venezia, Potenza, Catanzaro, Ancona, Torino, Trieste, Bari, Lecce e L’Aquila,
ed è imminente la presentazione
a Catania e Palermo.

In altre sedi partirà dopo che si conosceranno la posizione dell’Avvocatura dello Stato,
cosa che avverrà tra il 10 e il 21 gennaio.

Poi tocca alla Consulta.

Se i ricorsi saranno accettati,
l’Italicum sarà dichiarato incostituzionale.

E a quel punto si riapre tutto.


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Dal Blog

del senatore

Felice Besostri



Sono 14 i ricorsi anti-Italicum,

firmati anche da

 Sinistra italiana e M5s


 
«Una serie di ricorsi contro l’Italicum. Per accertare se la legge elettorale varata dal governo di Matteo Renzi rispetti il diritto dei cittadini di votare secondo quanto stabilito dalla Costituzione.

Secondo i presentatori dei ricorsi, naturalmente, non è così.

L’Italicum è una legge scritta male, con molte falle, che vìola diversi articoli della Costituzione.

La norma è stata pensata in modo sbagliato e buttata giù con troppa fretta.

Dopo la presentazione dei ricorsi dovrà essere la stessa Consulta a esprimersi”, spiega l’avvocato Felice Besostri, uno dei protagonisti dell’iniziativa insieme all’avvocato Anna Falcone, l’ex parlamentare Antonello Falomi e il costituzionalista Gianni Ferrara.

I RICORSI

sono stati presentati come privati cittadini, perché per legge non possono essere avanzati da associazioni o partiti. Ma, tra i firmatari, ci sono anche parlamentari di Sinistra italiana (Loredana De Petris, Arturo Scotto, Stefano Fassina) e del Movimento Cinque Stelle (Alessandro Di Battista e Roberta Lombardi).
In tutto le obiezioni presentate sono 14.
Una delle principali riguarda il fatto che l’Italicum sia stato approvato in Parlamento con un voto di fiducia (come accadde solo per la legge Acerbo del 1923 e la legge “truffa” del 1953), in violazione dell’articolo 72 della Costituzione.
Altro errore grossolano del provvedimento – un vero e proprio baco – è che l’Italicum non dice cosa dovrebbe accadere se due liste superano entrambe il 40 per cento dei voti. “La legge semplicemente non lo esclude, ma nemmeno lo prevede”, dicono i ricorrenti. Altre presunte irregolarità  riguardano le norme sulle minoranze linguistiche  e i capilista.

Addirittura ci sono nove collegi in più, 109 contro i 100 previsti, per assicurare nove posti in più in Parlamento”, spiegano.

Inoltre, nonostante siano state introdotte le preferenze, se in un collegio a un partito spetta un solo seggio, esso va al capolista e non al candidato più votato.

Insomma, secondo i firmatari, ci sono tutta una serie di irregolarità che toccano diversi articoli della Carta (1,2,3, 6,117, 48, 49,51). Così facendo la nostra forma di governo diventa autoritaria, si trasforma la stessa identità della Repubblica democratica.

Bisogna reagire”, osserva Gianni Ferrara. Con questa legge il rischio è quello di una dittatura della minoranza. Questo è l’elemento centrale”, aggiunge Antonello Falomi.
 
Besostri poi ha spiegato che finora i ricorsi sono stati depositati a Milano, Venezia, Potenza, Catanzaro, Ancona, Torino, Trieste, Bari, Lecce e L’Aquila, ed è imminente la presentazione a Catania e Palermo.

UNA “SECONDA ONDATA”

in altre sedi partirà dopo che si conosceranno la posizione dell’Avvocatura dello Stato, cosa che avverrà tra il 10 e il 21 gennaio: in quelle date è atteso il deposito dei documenti dell’Avvocatura a Milano, mentre la prima udienza in un Tribunale sarà il 2 febbraio a Potenza. Poi tocca alla Consulta.

Se i ricorsi saranno accettati, l’Italicum sarà dichiarato incostituzionale. E a quel punto si riapre tutto.

GI. ROS.

Fonte: Il Fatto Quotidiano – 19 Novembre 2015
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martedì 1 dicembre 2015

PERCHE' L'ITALICUM E' INCOSTITUZIONALE



Dal Blog del senatore

Felice Besostri
  

Perché l'ITALICUM

è incostituzionale



«Le ragioni di incostituzionalità della legge n. 52 del 2015 (Italicum) esposte nel ricorso depositato presso il Tribunale di Bari il 25 novembre 2015.

Sintesi

Gli argomenti su cui si basa il ricorso depositato in Tribunale sono, in sintesi, i seguenti.

1 - Nelle elezioni del 2013 gli elettori non hanno potuto esercitare il diritto di voto secondo le modalità previste dalla Costituzione, del voto personale, uguale, libero e diretto”.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione (sent. 8878/2014) a seguito della sentenza 1/2014 della Corte costituzionale, che aveva dichiarato illegittima la L.270/2005 (cosiddetto “Porcellum”) nella parte in cui prevedeva un premio di maggioranza senza una soglia di voti minima e senza preferenze.

Per far valere l’effettività di questo loro diritto fondamentale in materia elettorale un centinaio di elettori (v. elenco allegato) si sono rivolti al Tribunale di Bari, in quanto ritengono che, per alcuni aspetti, la L. n.52/2015 (d’ora in poi: Italicum) presenti gli stessi vizi e perciò hanno interesse all’accertamento in giudizio dell’effettività del proprio diritto di voto come costituzionalmente garantito, previa preliminare declaratoria d’incostituzionalità della legge stessa.

L’eventuale dichiarazione di incostituzionalità non produrrebbe alcun vuoto normativo giacchè tornerebbe in vigore la normativa risultante dalla dichiarata illegittimità costituzionale delle norme della L.270/2005 (cosiddetto “Porcellum”) che, come precisò la Corte nella sentenza n.1/2014, “… è complessivamente idonea a garantire il rinnovo in ogni momento dell’organo costituzionale elettivo”.

D’altro canto, l’interesse dei ricorrenti è attuale anche se la legge n.52/2015 all’art.1, c. 1 lett.i) stabilisce che “la Camera dei Deputati è eletta secondo le disposizioni della presente legge a decorrere dal 1° luglio 2016”. Essa, tuttavia, è già in vigore e si è anche perfezionata con la promulgazione del d.lgs 7 agosto 2015 n. 122 relativo alla suddivisione dell’Italia in circoscrizioni e collegi. Inoltre è tuttora vigente la norma del “Porcellum” che stabilisce irragionevoli soglie di accesso per il Senato doppie di quelle della Camera, pur avendo la metà dei componenti elettivi, 315 contro 630 (v. sotto n. 9).

Ma soprattutto, se, come ha stabilito la Corte costituzionale (sent. 13/99), occorre “disporre, in ogni tempo, di una normativa elettorale operante”, parimenti sussiste allora in ogni tempo l’interesse che essa sia costituzionalmente legittima e il diritto di votare in conformità alla Costituzione va accertato prima dello svolgimento dei comizi elettorali.

Infatti, l’annullamento di norme della legge elettorale successivamente alle elezioni non incide sulla composizione del Parlamento e sui suoi poteri. Tant’è che questo Parlamento, pur dopo la pubblicazione della sentenza n.1/2014 che ne ha sanzionato l’illegittimità della composizione, sta procedendo, su iniziativa incessante del Governo, come se nulla fosse accaduto (!!!): ha approvato una nuova legge elettorale che reitera, in alcuni punti peggiorandoli, tutti i vizi di norme già dichiarate illegittime e sta modificando la Costituzione in parti rilevanti, che incidono sulla stessa forma di Governo e di Stato.

Di qui l’interesse ad un accertamento giudiziale della legittimità, o non, dell’Italicum prima che si vada a votare e non dopo: invero, una volta indette le elezioni non c’è rimedio, perché subentrerebbe l’esercizio della cosiddetta autodichia, affidato al puro arbitrio delle Giunte delle elezioni delle Camere. 


2 -  Il ricorso si articola in 14 motivi di incostituzionalità della legge 52/2015.

Tre sono di carattere procedurale e il primo di essi, se accolto, sarebbe assorbente di tutti gli altri.

Invero (motivo n.1), il procedimento legislativo per le leggi elettorali è regolato direttamente dalla Costituzione all’art.72, comma 4, ove si dice che “la procedura normale di esame e approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale….”. Ognuno comprende che “procedura normale” – cosiddetta riserva di legge di assemblea – significa votare articolo per articolo, emendamento per emendamento, con votazione finale (cfr. art.72 primo comma, Cost.). L’Italicum è illegittimo perché su ben 3 articoli su 4 è stata posta la fiducia, che com’è noto fa decadere tutti gli emendamenti presentati dai singoli parlamentari, restringe al massimo i tempi della discussione e in definitiva costringe deputati e senatori ad esprimersi con un sì o con un no. Come sulla legge Acerbo del 1923 e la “legge truffa” del 1953 (per cui il Governo almeno si giustificò con l’urgenza determinata dalla prossima convocazione dei comizi elettorali).

Gli altri due motivi procedurali (n. 4 e n. 12) riguardano l’indicazione sulla scheda del Capo della lista: con il premio di maggioranza attribuito ad una sola lista vincente, tanto più se a seguito di ballottaggio, si svuotano di senso le prerogative del Presidente della Repubblica in materia di nomina del presidente del consiglio: questi, nei fatti, viene eletto direttamente dal popolo, non residuando alcuno spazio di manovra al Capo dello Stato. Si tratta in sostanza di un mutamento della forma di governo, da parlamentare ad un premierato assoluto tendenzialmente presidenzialistico (per giunta senza i contrappesi della forma di governo presidenziale classica, per esempio degli USA). Un mutamento costituzionalmente illegittimo perché non approvato con la procedura di revisione ex art. 138 Cost..

3 - Sul piano sostanziale il ricorso è speculare alla sentenza 1/14 della Corte costituzionale.

In estrema sintesi la Corte aveva bocciato il porcellum a motivo della illimitata compressione, a favore della stabilità governativa, della a) rappresentanza e b) rappresentatività del Parlamento.

La
rappresentanza del Parlamento (’organo della rappresentanza politica nazionale: art. 67 cost.) nasce da un rapporto tra elettori ed eletti, che nella specie veniva alterato perché l’intero complesso dei parlamentari è nominato dai partiti: “il cittadino è chiamato a determinare l’elezione di tutti i deputati e di tutti i senatori, votando un elenco spesso assai lungo”. Quindi “alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno dell’indicazione personale dei cittadini, che ferisce la logica della rappresentanza consegnata dalla Costituzione”: un parlamento di nominati non rappresenta i cittadini

La rappresentatività del Parlamento mancava perché non era prevista una soglia minima di voti per competere all’assegnazione del premio di maggioranza. Si determinava così una diseguale valutazione del “peso” del voto “ in uscita”, che invece dev’essere di massima eguale (art. 48 cost.). Naturalmente l’irragionevole compressione della funzione rappresentativa dell’assemblea finisce per alterare anche la rappresentanza democratica.

4 - In sostanza l’Italicum riproduce gli stessi difetti del Porcellum e, in particolare, quello di fondo: attribuzione della maggioranza dei seggi alla lista che consegua la maggioranza relativa, che in realtà è una minoranza assoluta: almeno il 40% al primo turno e addirittura anche meno – per esempio, come all’incirca nelle ultime elezioni, il 25-30 % dei voti con il 50% di astenuti –al ballottaggio.

Infatti, nel turno di ballottaggio non è prevista alcuna “ragionevole soglia di voti minima per competere all’assegnazione del premio” né è previsto il raggiungimento di un quorum di votanti per la validità del turno di ballottaggio (almeno, per esempio, la stessa percentuale del primo turno). Potrebbe accadere – come dimostra l’esperienza – che al turno di ballottaggio si rechino a votare meno elettori che al primo turno e/o che la lista vincente ottenga meno voti che al primo turno: il premio di maggioranza sarebbe comunque aggiudicato.

Ciò è in contrasto con la sentenza della Corte costituzionale, secondo cui la “rappresentatività” non dovrebbe mai essere penalizzata oltre misura dalla “governabilità”. Ma anche con il precetto costituzionale di eguaglianza del voto , giacchè il voto dato alla lista di maggioranza relativa varrebbe fino a 2-3 volte di più del voto degli altri (motivo n. 6).

Violazione che si verifica anche al primo turno, dove una soglia minima è prevista. Ma il premio in seggi è tanto più consistente quanto minore è il consenso elettorale della lista beneficiaria: una lista con il 40% dei voti validi ottiene un premio pari al 14% dei seggi, mentre una lista con il 45% dei voti ha un aumento pari soltanto al 9% dei seggi: è del tutto irragionevole che in un caso meno voti in “entrata” abbiano un effetto superiore in “uscita”, da qui la violazione degli artt. 3 e 48 Cost. (motivo n. 5)

5 - L’attribuzione del premio di maggioranza fino a raggiungere i 340 seggi presenta anche evidenti incongruenze e irrazionalità. E se non una ma due liste conseguissero il 40% dei voti (è successo nel 2006)? Nulla dispone la legge. Non potendosi aumentare il numero dei parlamentari (630) con due premi di maggioranza, l’organo parlamentare non potrebbe formarsi. Né potrebbero prorogarsi i poteri delle Camere fino alle nuove elezioni: sarebbe una violazione dell’art. 61 Cost. (motivo n. 2).

L’impossibilità di funzionamento dell’organo parlamentare si verificherebbe anche nel caso che al primo turno una lista ottenesse già i 340 seggi, fermandosi però sotto la soglia del 40%. Potrebbe succedere perché (a differenza della soglia del 40%, che va calcolata sul totale dei “voti validi espressi” delle liste sopra e sotto soglia: cfr. art. 83, comma 1, n. 5) il quoziente elettorale nazionale va calcolato soltanto sul totale dei voti delle liste “di cui al comma 1, n,. 3”, e cioè di quelle sopra soglia (cfr. art. 83, comma 1, n. 4): le quali potrebbero risultare due o tre per effetto, da un lato, della concentrazione del voto sulle sole due liste potenzialmente maggioritarie e, d’altro lato, della frantumazione del voto tra tante liste minori incapaci di raggiungere la soglia del 3% e quindi inutilizzabili al fine di stabilire il quoziente elettorale nazionale (
motivo n. 3, ove si fa una simulazione esemplificativa).

6 - Disatteso risulta anche il principio della conoscibilità dei candidati, che la Corte aveva prescritto anche in considerazione “della possibilità di candidature multiple e della facoltà dell’eletto di optare per altre circoscrizioni sulla base delle indicazioni del partito”. Ebbene ciò è esattamente quanto previsto dall’Italicum per il candidato capolista che può presentarsi in 10 collegi, sottratto al voto di preferenza e ciononostante eletto automaticamente per primo a prescindere dal numero di preferenze acquisite dagli altri candidati

Ciascun candidato non capolista può candidarsi invece in un solo collegio e deve contare sull’ipotesi che la sua lista sia vincente di almeno due seggi nel collegio (perché se uno solo viene attribuito alla sua lista, esso andrà al capolista) oppure, nel caso di un solo seggio, sperare che il capolista opti per un altro collegio. Ciò significa che i candidati non capolista non concorrono a cariche elettive in condizioni di uguaglianza come richiesto dall’art. 51, c. 1 Cost.: e il voto dato ad una lista con preferenza per alcuni candidati/e può sistematicamente venir utilizzato per eleggere in altro collegio o circoscrizione un candidato del tutto sconosciuto all’elettore medesimo (motivi n. 7-8)

7 - Nel ricorso si articolano anche tre motivi relativi alle minoranze linguistiche   riconosciute, in attuazione dell’art. 6 Cost., dalla legge n. 482/1999 (“la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo”), oltre che da norme internazionali e sovranazionali (CEDU, trattato di Lisbona, Carta dei diritti, che hanno lo stesso valore dei trattati europei).  La legge elettorale ha creato, in violazione del principio di eguaglianza, disparità di trattamento tra di esse. Invero, mentre le minoranze linguistiche sono state suddivise tra più collegi in varie regioni (tra cui la Puglia con particolare riferimento alla provincia di Lecce), le minoranze francesi della Val d’Aosta e quelle tedesca e ladina delle Province di Bolzano e di Trento votano con norme ad hoc per collegi a loro dedicati (motivo n. 13): per giunta, uninominali con recupero proporzionale, senza subire l’imposizione di capolista scelti dal capo del Partito (motivo n. 10). Inoltre, pur eleggendo i loro rappresentanti al primo turno, hanno il privilegio di partecipare anche al secondo turno di ballottaggio per determinare la lista vincente nel resto d’Italia (motivo n. 9).

8 - La legge reitera il privilegio dell’esenzione dalla raccolta delle firme per la presentazione le liste collegate ai gruppi parlamentari costituiti all’inizio della legislatura o, per le prossime elezioni, anche al 1° gennaio 2014 (quest’ultimo è un avallo al fenomeno dei parlamentari che cambiano casacca e, in particolare, un omaggio ad personas di NCD e AP). La normativa è incostituzionale perché discrimina irragionevolmente i nuovi soggetti politici rispetto ai gruppi già presenti in Parlamento (motivo n. 11).

9 - Infine, la legge entrerà in vigore il 1° luglio 2016, quando certamente non sarà entrata in vigore (occorrerà com’è noto anche un referendum) la nuova Costituzione che prevede l’elezione indiretta del Senato. Se si dovesse andare a votare con le due leggi attualmente in vigore (porcellum per il Senato e italicum per la Camera), a causa della diversità tra le due soglie di accesso (rispettivamente 8% e 3%, anche meno per la lista di minoranza più votata) si avrebbero due maggioranze diverse. Il voto non sarebbe uguale, perchè i candidati con lo stesso numero di voti avrebbero meno possibilità al Senato che alla Camera, né libero, perchè i partiti politici non potrebbero presentarsi con le stesse liste alla Camera ed al Senato (motivo n. 14). 

10 -  Non è, ovviamente, motivo di ricorso ma non è inutile ricordare che gli effetti dell’Italicum vanno esaminati in combinato disposto con la riforma costituzionale. Questa attribuisce alla sola Camera dei deputati il rapporto fiduciario con il Governo, il quale, pur essendo espressione di una minoranza eletta nell’indicato modo costituzionalmente illegittimo, diverrebbe a pieno titolo il dominus dell’agenda parlamentare e avrebbe in sostanza il potere di vita e di morte della legislatura. 

Questo è l’elenco complessivo di coloro che hanno sottoscritto il ricorso depositato presso il Tribunale di Bari il 25 novembre 2015.
I nominativi sono ordinati in ordine alfabetico.

(seguono 95 nominativi)

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