giovedì 4 settembre 2014

"LA CAPITALE DEL FRIULI? E' PALMANOVA" - di Roberto Meroi




LA CAPITALE DEL FRIULI?

E' PALMANOVA !

di
ROBERTO MEROI


E' sotto gli occhi di tutti che Udine è sistematicamente penalizzata. Quella città che, in cambio della perdita del titolo di capitale regionale, nelle promesse politiche avrebbe dovuto essere sede di uffici della Regione a volontà (ma poi già nello statuto del Friuli-Venezia Giulia tali accordi vennero notevolmente disattesi), non soltanto non ha avuto quanto di sua spettanza, ma è persino andata gradualmente perdendo “pezzi”.
Dal servizio tecnico dell'Enel all'ispettorato della Motorizzazione civile, dalla sede della Banca d'Italia all'Ente per il diritto allo studio universitario. Nel silenzio più totale, prima gli è stato portato via l'assessorato regionale agli Enti locali e poi quello di Agricoltura e Foreste. Ora è in procinto persino di perdere la qualifica di capoluogo provinciale. Tutto quanto è stato possibile trasferire da Udine altrove, è stato già fatto e in larga misura. Evidentemente non basta ancora.
Nel mirino ci sono prestigiose istituzioni da ridimensionare come l'Università con la sua facoltà di Medicina, gli Ospedali Santa Maria della Misericordia e Gervasutta, il Parco scientifico e tecnologico, il teatro Nuovo Giovanni da udine, il Conservatorio musicale.
In definitiva, Udine continua a subire una sorta di accerchiamento, un assedio che ha un nesso politico, quello di togliere e soprattutto mai concedere.
L'indirizzo della Regione pare orientato decisamente in senso anti udinese. Gli esempi non mancano e sono eloquenti. Sorge l'esigenza di localizzare al centro geografico della regione la Protezione civile o l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente o gli uffici regionali di Autovie Venete? Allora si decide di scegliere Palmanova e non Udine. Sempre a Palmanova, cittadina di poco più di 5 mila anime, potrebbe persino finire la sede regionale unica del 118, che tempo addietro doveva essere collocata a Udine.
La stessa cittadina fortificata viene volentieri utilizzata per convegni e congressi regionali da sindacati e partiti. Ci fu anche un momento che qualcuno parlò di trasferire, per ragioni intuibili di praticità (la stragrande maggioranza delle società dilettantistiche è in Friuli) la sede regionale della Federcalcio da Trieste al centro della regione. Ma dagli stessi friulani non fu proposta Udine come nuova sede, bensì Palmanova. Ed è a Palmanova che, alla fine, è approdata.
La settimana passata è stata depositata in Regione la proposta di legge "revisione dell’assetto istituzionale delle Aziende per i servizi sanitari del Friuli-Venezia Giulia". Fa specie leggere che con quel provvedimento la Regione avrebbe dovuto istituire un’azienda unica regionale per i servizi sanitari, denominata Aussr, con sede a Palmanova! Sarebbe stato previsto persino il trasferimento nella “città stellata” del Dipartimento servizi condivisi – che attualmente fa capo all’Azienda ospedaliero universitaria di Udine – sotto la gestione della nuova Aussr, con funzioni di approvvigionamento centralizzato di beni e servizi, logistica e servizi amministrativi! Tale proposta era a firma di un esponente del centrodestra regionale. Ma, in questo caso, centrodestra, centrosinistra o altro ancora, non ha importanza. E' il principio quello che conta.
E, in definitiva, il concetto di fondo purtroppo pare essere sostanzialmente sempre quello: spogliare la città di Udine.

ROBERTO MEROI

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L'articolo a firma di Roberto Meroi è stato pubblicato sul quotidiano IL GAZZETTINO di Udine, mercoledì 27 agosto 2014, prima pagina e poi segue all'interno.

lunedì 1 settembre 2014

BARACET - RICUARDI DI UN FURLAN ATIPIC


Dal Blog

di William Cisilino

 
 
 

Baracet:

de scrivanie ribaltade

ae vuaite a Andreotti.

Ricuart di un furlan atipic

 
Vuê, pocât de atualitât (viodêt cheste gnove), o vuei ricuardâ un vecjo amì che nol è plui e che a preseavin in tancj di lôr: Arnaldo Baracet. Par chei che no lu san, Baracet, deputât dal Partît comunist talian dal 1976 al 1987, al fo un dai paris des variis leçs post-Taramot che e àn dât svilup a cheste tiere, des bataiis pal ricognossiment dal furlan e, in particolâr, de istituzion de Universitât dal Friûl (naturalmentri, cheste ultime, no i à mai dât la lauree honoris causa).
 
A son passe doi agns che al è vignût a mancjâ (di precîs ai 21 di Lui dal 2012), ma dispès mi cjati a pensâ a lui, sore dut cuant che si à di vê a ce fâ cun Rome, dulà che mi è capitât cetantis voltis di lâ intes delegazions vuidadis di lui. I siei insegnaments, dal dut contraris ae indule furlane, si podaressin strucâ in dôs massimis:

1) no si à mai di lâ a Rome cul cjapiel in man: si à di pratindi di fevelâ cun chel che al comande di plui – e no cui galopins – e si à di pratindi simpri il massim;

2) se a Rome no ti rispietin, no si à di vê pôre a alçâ la vôs e a ribaltâ la scrivanie (in sens figurât, si intint. Ancje se a voltis lui lu aplicave a la letare, come che o viodarìn…).

In sumis: altri che furlans sotans! Altri che rispuindi “comandi!”.

Arnaldo, furlan atipic, al jere dut câs furlan patoc co si tratave di passâ des peraluis ai fats: mai lu ai sintût a dî o a prometi alc che dopo nol à mantignût. E lu faseve cence tantis svantariis: il so mot al jere “pocjis e che si tocjin”, come che al veve intitolade la sô rubriche te “Patrie dal Friûl”. Cussì, chês massimis che us ai descritis sore vie, lui lis meteve in vore pardabon e, massime, lis veve metudis in vore co al jere deputât.
Ve ca, inalore, dôs cronichis une vore divertentis e istrutivis (scritis di so pugn, par talian) di cemût che Arnaldo si spindeve anime e cûr pe Patrie, cun risultâts concrets, che ancjemò vuê o podìn preseâ. Cul auguri che lis prossimis delegazions furlanis che a laran a Rome a puedin puartâ indevant la “cause” cul stes snait.

Quando rischiai di rovesciare la scrivania all’on. La Loggia, contrario alla Facoltà di medicina a Udine.

[Il Presidente della Commissione Bilancio La Loggia] mi disse seccamente che la Facoltà di medicina a Udine non poteva essere istituita con una legge rivolta alla ricostruzione; che lui era assolutamente contrario; che voleva depennarla e che nella seduta dell’indomani si sarebbe comportato di conseguenza.
 
Risposi che ero indignato per quanto aveva detto, perché egli, quale presidente della Commissione chiamata all’approvazione generale della legge, non poteva opporsi in termini così perentori ed oltranzisti alla Facoltà di medicina, dopo la regolare espressione di un parere favorevole della commissione parlamentare Pubblica istruzione, competente in materia e contro l’accordo raggiunto da parte di tutti i parlamentari friulani. Poiché egli insisteva sulla sua posizione, che mi appariva una vera e propria inaccettabile violenza politica, a quel punto decisi di reagire forte pure io afferrando ai lati la scrivania come per rovesciargliela addosso. Egli si alzò pallido in volto. Alla fine, con le raccomandazioni dei colleghi Orsini e Tombesi a calmarci, quell’incontro al calor bianco si sciolse senza… stretta di mano.

Pe croniche, la dì dopo la Comission e fasè buine la leç (la 828/82) che e istituive la Facoltât di medisine a Udin stanziant a chest pro 35 miliarts. Al jere assent… l’on. La Loggia.
 
L’agguato ad Andreotti dal barbiere di Montecitorio

All’inizio del 1977 i parlamentari friulani si riunirono per elaborare i contenuti di quella che doveva diventare la prima legge per la ricostruzione del Friuli, la numero 546 dell’agosto 1977. Il testo doveva poi essere presentato all’on. Giulio Andreotti, in quel tempo Presidente del Consiglio di un governo monocolore democristiano che, per l’esito delle elezioni del giugno 1976, si reggeva grazie all’astensione delle sinistre.
Della ricostruzione avevo un concetto piuttosto ampio. Non ci si doveva limitare, pensavo, al rifacimento di case e fabbriche, chiese e ponti. Se veramente si voleva pensare a un futuro di sviluppo per il Friuli, era necessario puntare alla realizzazione di grandi infrastrutture viarie, attese da decenni, e trovare un rimedio al dissesto idrogeologico. Presentai, quindi, una richiesta di 2.500 miliardi di lire, da erogarsi nel quinquennio 1977/81.
Il senatore Tonutti, democristiano, preoccupato per le difficoltà finanziarie del Paese, effettivamente allora molto gravi, ribatté che si trattava di una cifra improponibile e che bastava chiedere e ottenere dallo Stato, quale primo stanziamento, 500 miliardi.
 
Io, tuttavia, rimanevo sulla mia posizione, e lui disse che sarei dovuto essere io ad avanzare la proposta all’on. Andreotti, cioè, lui pensava, a incassare il “no”.
 
Accettai, naturalmente, ma sapevo di dovermi premunire: avrei dovuto incontrare Andreotti prima della riunione, fissata per il giorno successivo alle undici della mattina.

Essendo deputato di fresca elezione, non sapevo come muovermi per raggiungere lo scopo. Scartando in ogni caso l’idea di telefonargli a Palazzo Chigi, dove mi avrebbero deviato nel dedalo degli uffici, posi il problema a un vecchio commesso friulano della Camera.
“Dopo la messa – rispose – Andreotti si presenta ogni mattina alle 7 alla porta di servizio di Montecitorio per farsi radere dal suo barbiere di fiducia”.
Era un’informazione preziosa. Il giorno dopo mi presentai alla porta di servizio e mi sedetti nella sala di lettura della Camera, da dove potevo sbirciare verso l’ingresso della barberia. Quando vidi entrare Andreotti, bussai alla porta. Il barbiere rispose che la barberia apre alle 8, ma io dissi che proprio lì avevo un appuntamento con Andreotti. Era una… forzatura, ma a fin di bene per il Friuli!
 
Entrai, salutai e iniziai a parlare dandogli del lei.
 
“Prima di tutto – disse il Presidente del Consiglio – dammi del tu perché siamo colleghi deputati. Poi vorrei confermarti che alle 11 ci sarà l’incontro con tutti i parlamentari del Friuli”.
“Questo lo so – dissi – ma ti ho cercato prima dell’incontro per una questione importante”.

Proseguii dicendo che secondo uno studio dell’architetto Di Sopra e del consigliere regionale Metus, del suo partito, il terremoto aveva prodotto danni per 4.000 miliardi. Ce ne volevano, quindi, almeno 2.500 per incominciare “Ma i 2.500 miliardi li volete tutti in un solo anno?” domandò Andreotti.

“Certamente no – risposi – anche perché si spenderanno gradualmente, ma sarebbe buona cosa fissarli per legge come impegno per il quinquennio 1977/81”.
“Anche se abbiamo gravi difficoltà finanziarie – disse Andreotti – mi pare una richiesta sensata, che andrà accolta”.
Uscii molto soddisfatto.

Alle 11, con grande sorpresa dei parlamentari, in particolare di quelli del suo partito, ai quali non aveva rivelato l’incontro in barberia, Andreotti mantenne la promessa.

[Il prin test al è gjavât fûr da “Il Nuovo” dai 7 di Jugn 2002. Il secont di “Simpri pal Friûl e la sô int”, Udin, 2003]

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Un gracie a William Cisilino
par chest biel ricuart
del "nestri" Arnalt.
 
Il Comitât pe autonomie
e il rilanç del Friûl 

venerdì 29 agosto 2014

PRIME VUERE MONDIÂL - "CUINTRISTORIE" SUL MENSÎL LA PATRIE DAL FRIÛL.




PRIME VUERE MONDIÂL

"CUINTRISTORIE"

SUL MENSÎL

LA PATRIE DAL FRIÛL



"Scomençade cul prin numar dal 2014, ve ca la nestre “cuintristorie” de prime vuere mondiâl memoreade chest an.
 

Une grande tragjedie che e à puartade la muart di tante puare int, e che in Friûl e à metût furlans cuintri furlans in non di decisions cjapadis parsore dal lôr cjâf. Nô o contarìn storiis e aspiets de cuistion che la retoriche dai Stâts nazionâi no à mai contât. ✒ Redazion (de Patrie del Friûl)"

LIS PONTADIS ZA PUBLICADIS

sul sît de “Patrie del Friûl”



Simpri de bande dai traditôrs


Març 2014

Cui aial copât Franz Ferdinand


Avrîl 2014

Sîs mil ombris


Mai 2014

Fusilâts par sentence di Tribunâl

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LA CUINTRI-STORIE

 E VA INDENANT  INTAL MENSÎL

"LA PATRIE DAL FRIÛL"


Ducj i articui a saran disponibii

 cul mês che al ven.


Buine leture.

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lunedì 25 agosto 2014

TUTELA LINGUA FRIULANA - PER UN GIORNALISTA DI "TELE FRIULI" SONO SOLDI SPRECATI!


LA REGIONE DESTINA ALLA TUTELA

DELLA LINGUA FRIULANA SOLO LO 0,02%

DEL BILANCIO FINANZIARIO

(pari a 2,4 euro a testa
per ogni Friulanofono !)

MA PER I FRIULANOFOBICI

E' ANCORA TROPPO!

BASTA E AVANZA LO "ZERO ROTONDO"!

Dal sito internet
del mensile

“LA PATRIE DAL FRIÛL”



(…) la ultime leç finanziarie de aministrazion Tondo e la prime di chê Serracchiani si cjatin in cunvigne tal dâi ae lenghe furlane la stesse percentuâl di belanç, ven a dî il 0,02%.  



Lei dut l'articul



ma per un giornalista di TELE FRIULI (emittente televisiva privata che risulta aver ricevuto finanziamenti regionali per la messa in onda di trasmissioni in lingua friulana ) anche la miseria dello 0,02% è troppo!
 
O forse il giornalista Daniele Paroni si riferiva esclusivamente ai finanziamenti regionali destinati a "Tele Friuli" per la tutela della lingua friulana?

Allora siamo d'accordo con lui: meglio destinarli ad altre emittenti radiofoniche o televisive per la messa in onda di trasmissioni in lingua friulana di più alta qualità.....

La Redazione del Blog

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Dal Blog
di
William Cisilino


Telefriuli: aridatece er puzzone!


La savêso la ultime? Ancjemò un pôc e la colpe dal dissest idrogjeologjic talian e je… de lenghe furlane. No scherzi, eh!
 
Ve ca il test che al zire su Internet, gjavât fûr di un post dal gjornalist di Telefriuli Daniele Paroni (erôrs di talian comprendûts): “Bomba d’acqua a Refrontolo (Treviso), una tragedia che ripropone il dissesto idrogeologico del territorio. Un auspicio: nel presente e nel futuro, pensando al mio Friuli si usino di più’ i denari pubblici meno per i cartelli in marilenghe e di più per rendere più sicure vallate e paesi…”.

Par gno cont, ognidun al è libar di amâ o mancul la marilenghe, ma di li a acusâ chel pôc che si fâs par promovile di ducj i mâi de Italie e dal Friûl indi passe.

Cence considerâ il fat che si è tirade in bal in mert a une tragjedie che e à costât des vitis umanis. E cence considerâ che i lavôrs publics di cheste fate a costin centenârs se no miârs di milions di euros, altri che chês cagneris che si dan aes minorancis in Italie.

Timp indaûr, Sergio Cecotti, fevelant di PIL e lenghe furlane, al veve dit che “i politicanti che impiegano quote significative del loro tempo a prendersela con un presunto spreco dell’ordine del decimo di millesimo di punto percentuale [del PIL] vanno classificati nella categoria dei buffoni”.

Amarcord finâl: o scuen ameti di tacâ a vê un tic di nostalgjie dai timps di Dario Zampa a Telefriuli: de sô elegance tal presentâ, dal ûs inteligjent e fin de ironie, de propietât di ûs dal furlan. Se o fossin a Rome, al vignarès di dî: “A Telefriuliiii!!! aridatece er puzzone!”


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mercoledì 30 luglio 2014

REGIONE - RIFORMA ENTI LOCALI: E' NECESSARIA UN'ASSEMBLEA DEGLI ATO FRIULANI !


REGIONE
 
RIFORMA ENTI LOCALI
 


LA PROPOSTA

DEL “COMITATO PER L'AUTONOMIA

E IL RILANCIO DEL FRIULI”:
 

"UN'ASSEMBLEA

DEGLI ATO FRIULANI"


Da una intervista al dott. Paolo Fontanelli, Presidente del “Comitato per l'autonomia e il rilancio del Friuli, pubblicata dal settimanale dell'Arcidiocesi di Udine LA VITA CATTOLICA  – giovedì 17 luglio 2014 – pagina 5, all'interno di un un lungo "Servizio Speciale" di due pagine a firma di Stefano Damiani, dal significativo Titolo “IL FRIULI VA IN 16 PEZZI – I pericoli della riforma delle autonomie locali”.

Questo l'articolo con l'intervista
 

Se la Regione vuole proprio abolire le Province, sostituendole con 17 Ato, è necessario però almeno costituire una Assemblea  degli ambiti che fanno capo al Friuli, con il potere di formulare pareri obbligatori sulle leggi che riguardano il Friuli, a partire dalla distribuzione delle risorse economiche.

Questo il succo della proposta formulata dal Comitato per l'autonomia e il rilancio del Friuli, di modifica del disegno di legge di Riforma delle autonomie locali della regione, e presentata nei giorni scorsi sia al Presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini, che al sindaco del capoluogo friulano Furio Honsell. (…)

“Il comitato per l'autonomia e il rilancio del Friuli - afferma Fontanelli - continua a ritenere sbagliata la cancellazione delle Province. Già a suo tempo, avevamo proposto la costituzione di una assemblea delle Province del Friuli, ciò per equilibrare un centralismo regionale e triestino sempre più forte. Nel momento in cui si calcellano le Province, resta il problema che questi ambiti territoriale ottimali, che dovrebbero raggruppare i vari comuni, non possono presentarsi autonomamente nei confronti di una Regione ancora più forte e centralista e dovranno in qualche modo coordinarsi. La nostra proposta e, quindi, che si pensi ad una assemblea degli Ato del Friuli. Attualmente esiste e funziona il Cal (Consiglio delle autonomie locali), luogo di valutazione delle leggi regionali che riguardano gli enti locali.  Esso, però, ha pochissimi poteri. Ecco allora nostra proposta:
che quest'assemblea degli Ambiti ottimali del Friuli ottenga dalla Regione, per legge, un qualche potere di valutazione rispetto alle leggi regionali che andranno ad influire sull'area friulana. Su questo progetto abbiamo sentito sia il sindaco Honsell che il Presidente  Fontanini i quali hanno ritenuto corretta l'impostazione, concordando sul rischio che con la riforma gli enti locali vengano privati di una parte di autonomia.
 
DOMANDA - Quali competenze  dovrebbe avere quest'assemblea? 
 
RISPOSTA - "Innanzitutto dovrebbe poter dire la sua sulla ripartizione delle risorse sul territorio. Oggi noi assistiamo ad una distribuzione che secondo noi non tiene conto delle esigenze di tutto il territorio. Nello specifico quest'assemblea dovrebbe intervenire su bilancio, politiche culturali, gestione del territorio, pianificazione, viabilità, aspetti che ora i sindaci stanno gestendo e che con la riforma rischiamo di veder trasferiti definitivamente alla Regione. Servono progetti specifici per il Friuli. Pensiamo. ad esempio, alla viabilità. Ci sono assi viari assolutamente sottodimensionati rispetto alla quantità di traffico e richiedono un impegno immediato da parte della Regione, che non sta invece vedendo o sembra non accorgersi di questi problemi".

DOMANDA - L'assemblea degli Ato del Friuli che proponete dovrebbe avere compiti anche decisionali o solo di valutazione?
 
RISPOSTA -  "No, non decisionali, perché la parte legislativa ovviamente deve restare in capo al Consiglio regionale. Però dei pareri vincolanti, quelli sì l'assemblea dovrebbe darli. La cosa più importante però, è il fare un "passo politico": bisogna che il Friuli si renda conto che deve costruire un proprio coordinamento nel momento in cui gli enti che lo rappresentano, cioè le Province, vengono cancellati. Il Friuli deve cioè ritrovarsi intorno a qualcosa. 

DOMANDA - Chiedete altre modifiche alla legge? 

RISPOSTA - " Il piano A sarebbe evitare la cancellazione delle Province, che a nostro avviso, come già detto, è una sciocchezza. Se la Regione invece vuole andare avanti ugualmente in questa direzione, il piano B che proponiamo è l'assemblea degli Ato, che in qualche modo supplisca alla mancanza di rappresentanza dell'area friulana". 
 
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sabato 19 luglio 2014

PRIMA GUERRA MONDIALE - LE NOTE STONATE DI REDIPUGLIA - di Roberto Pensa


 

PRIMA GUERRA MONDIALE
1914 - 1918
 
LE NOTE STONATE
DI REDIPUGLIA 
di
Roberto Pensa

 
 
Editoriale pubblicato sul settimanale dell'Arcidiocesi di Udine, LA VITA CATTOLICA, il 10 luglio 2014

"(…) È riemersa, in questa occasione, con tutta la sua forza, quella deprecabile tendenza italica alla superficialità e alla totale mancanza di lettura critica delle pagine più difficili e meno onorevoli della nostra storia.
Ma se vogliamo che il centenario della Grande Guerra non anneghi totalmente nella retorica e sia veramente un passo importante verso l’affermarsi di una memoria condivisa tra i popoli europei che si fronteggiarono nell’immane conflitto, occorre fare qualche passo in più.
Innanzitutto non c’è riconciliazione senza pentimento. I 100 mila morti di Redipuglia non sono le vittime di una ineluttabile catastrofe naturale.

Sono il risultato di processi politici, economici e sociali con i quali i governi dell’epoca condussero l’Europa oltre il baratro della guerra. Se, da ogni angolazione la si guardi, la prima guerra mondiale era e rimane una «inutile strage», quindi immotivata e insensata, e non una «vittoria» (o una sconfitta per altri Paesi) da celebrare, forse per primi gli Stati nazionali eredi dei protagonisti della Grande Guerra dovrebbero approfittare di questo centenario per chiedere perdono ai caduti militari e civili, i propri e anche quelli dei «nemici». Di questo, però, non vi è traccia. (...)
Continueremo ora fino al 2018 con rievocazioni «politically correct», infarcite di generici inviti alla pace, che non aiutano ad andare più a fondo alla radice di quella tragedia? (...)

Ben venga il Concerto di Redipuglia, ma solo se lo intendiamo come «incipit» inaugurale di un percorso ben più lungo e accidentato di autocoscienza storica del popolo italiano e del popolo friulano."
Roberto Pensa

LEGGI TUTTO L'EDITORIALE




15.07.2014 - L’aspetto musicale non è affatto in discussione. Nessuna critica per la sublime direzione del Maestro Riccardo Muti e per i 400 validissimi musicisti dell’Orchestra Luigi Cherubini che, insieme ai cori del Friuli-Venezia Giulia, del Verdi di Trieste e di Lubiana, Zagabria e Budapest, domenica 6 luglio sono stati protagonisti della splendida esecuzione del «Requiem» di Giuseppe Verdi sull’inedito e dolente palcoscenico del Sacrario di Redipuglia.

Niente da dire, ovviamente, anche sullo spirito di pace che ha permeato l’iniziativa, con la presenza al concerto dei presidenti delle repubbliche di Croazia, Italia e Slovenia, insieme alla presidente confederale austriaca.

Dove sono quindi le note stonate? Il Maestro Muti, presentando l’iniziativa, aveva sottolineato con arguzia il primato della musica sul dibattito storico: «Affidandoci alla sola razionalità – aveva evidenziato – l’uomo non ce la fa ad arrivare alla pace». Eppure, siccome attorno al concerto di parole ne sono state scritte e dette tante – dai mass media ma anche dai politici –, val la pena di fare qualche considerazione.
È riemersa, in questa occasione, con tutta la sua forza, quella deprecabile tendenza italica alla superficialità e alla totale mancanza di lettura critica delle pagine più difficili e meno onorevoli della nostra storia.
Ma se vogliamo che il centenario della Grande Guerra non anneghi totalmente nella retorica e sia veramente un passo importante verso l’affermarsi di una memoria condivisa tra i popoli europei che si fronteggiarono nell’immane conflitto, occorre fare qualche passo in più.
Innanzitutto non c’è riconciliazione senza pentimento.

I 100 mila morti di Redipuglia non sono le vittime di una ineluttabile catastrofe naturale. Sono il risultato di processi politici, economici e sociali con i quali i governi dell’epoca condussero l’Europa oltre il baratro della guerra. Se, da ogni angolazione la si guardi, la prima guerra mondiale era e rimane una «inutile strage», quindi immotivata e insensata, e non una «vittoria» (o una sconfitta per altri Paesi) da celebrare, forse per primi gli Stati nazionali eredi dei protagonisti della Grande Guerra dovrebbero approfittare di questo centenario per chiedere perdono ai caduti militari e civili, i propri e anche quelli dei «nemici». Di questo, però, non vi è traccia. Ma non c’è vera riconciliazione che non passi per una richiesta e una esigenza di perdono. Su questo tema, naturalmente, ci attendiamo un grande contributo da Papa Francesco, che sarà «pellegrino» a Redipuglia il 13 settembre prossimo.
Una seconda riflessione ce la offre il luogo dove si è svolto il concerto per la pace. In tanti hanno sottolineato che Redipuglia accoglie ben 100 mila caduti ed è uno dei più grandi sacrari al mondo. Una descrizione, questa, che si adatta bene al «Cimitero degli Invitti», quello originario inaugurato nel 1923 sul Colle di S. Elia, che si trova giusto di fronte all’attuale monumento. Il sacrario di Redipuglia di oggi, invece, è molto di più e molto altro: inaugurato il 18 settembre 1938, è una monumentale autocelebrazione del regime fascista e delle mire nazionalistiche ed imperialistiche dell’Italia, ideato e realizzato, sotto la supervisione dello stesso Mussolini, dall’architetto Giovanni Greppi e dallo scultore Giannino Castiglioni, senza badare a spese (alla fine il computo delle opere raggiunse la cifra esorbitante dei 45 milioni dell’epoca, rispetto ai 20 preventivati). Nella disposizione architettonica non vi è nulla di casuale ma, come bene ha scritto lo storico tedesco Oliver Janz, Redipuglia «incarnava come nessun altro (sacrario) la concezione fascista della guerra e della nazione: era una gigantesca apoteosi dell’uguaglianza, dell’anonimità e della disciplina militare oltre la morte, un trionfo – scolpito nella pietra – dell’istanza collettiva sull’identità (e sulla coscienza, potremmo aggiungere da un punto di vista cristiano... Ndr) individuale». La stessa scritta «Presente», ripetuta ossessivamente sui gradoni, fa riferimento al «rito dell’appello» degli squadristi fascisti. Non parliamo più solo di Grande Guerra, quindi, ma siamo già alla vigilia di quel delirio imperialista che porterà il regime mussoliniano a gettarsi nel secondo conflitto mondiale a fianco di Hitler; siamo nel pieno del vortice dell’italianizzazione forzata degli italiani «alloglotti», cioè parlanti sloveno e friulano. Lo stesso toponimo Redipuglia è significativo a questo riguardo, essendo l’italianizzazione bizzarra e fantasiosa dell’originaria denominazione slovena di Sredi Polje.
Certo, a Redipuglia riposano 100 mila italiani inghiottiti senza colpa dall’«inutile strage» e questo giustifica ampiamente l’iniziativa del Maestro Muti, al di là delle strumentalizzazioni postume operate dal fascismo. Ma è accettabile che nessuno proponga all’opinione pubblica italiana anche una lettura diversa, sicuramente meno agile e più impegnativa, ma più vera e onesta, che non schivi sempre a pié pari le pagine più nere della storia nazionale? E ciò che è inaccettabile per l’Italia nel suo complesso, è addirittura scandaloso per il Friuli e la Venezia Giulia, in quanto nel conflitto del 1915-18 troviamo il concentrato di tutti i veleni che hanno ammorbato l’intero Novecento nelle nostre terre di confine.
Continueremo ora fino al 2018 con rievocazioni «politically correct», infarcite di generici inviti alla pace, che non aiutano ad andare più a fondo alla radice di quella tragedia? Il nostro Friuli, diviso nel 1915 tra i due schieramenti, potrà finalmente fare un passo verso una memoria condivisa, onesta e scevra dalle eredità dei contrapposti nazionalismi, tra chi stava da una parte o dall’altra del Regio confine, tra chi parlava solo italiano o aveva un’altra lingua madre rispetto a quella imposta dal Regno dei Savoia? Ben venga il Concerto di Redipuglia, ma solo se lo intendiamo come «incipit» inaugurale di un percorso ben più lungo e accidentato di autocoscienza storica del popolo italiano e del popolo friulano.
Roberto Pensa

(Direttore Responsabile del settimanale LA VITA CATTOLICA)

martedì 15 luglio 2014

REGIONE - ECCO PERCHE' PERDEREMO LA SPECIALITA'!


REGIONE

ECCO PERCHE' PERDEREMO

LA SPECIALITA'

GRAZIE PRESIDENTE

DEBORA SERRACCHIANI!

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dal sito internet

del settimanale

LA VITA CATTOLICA


Serracchiani: “ Specialità del Friuli-V.G. utile a tutto il Paese”




15.07.2014 - Le Regioni ad autonomia speciale sono necessarie allo Stato. Così, questa mattina, alla nota trasmissione nazionale di Radio Rai 1 «Radio anch'io» la presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, protagonista di un'ampia intervista a tutto campo - prevalentemente in veste di vicesegretaria del Partito Democratico - che oltre ai temi politici generali ha anche toccato il tema della specialità, (….)
(…) Il punto della specialità delle regioni è che in questo momento è indispensabile al Paese. Il Friuli-Venezia Giulia infatti gestisce in proprio, solamente col proprio bilancio senza alcun fondo statale, tutto il servizio sanitario regionale ed il trasporto pubblico locale. Se consegnassimo a Roma le chiavi di questi due servizi, questo significherebbe aumentare il bilancio dello Stato di qualche miliardo di euro, ma sopratutto significherebbe smontare in questo momento due situazioni in cui la Regione è estremamente virtuosa, perché non abbiamo aziende in rosso ed abbiamo un servizio sanitario di grande efficienza, rispetto al quale, però, proprio perché siamo speciali e vogliamo essere utili al nostro Paese, stiamo facendo per primi la riqualificazione della spesa.
Quindi io penso che in realtà il tema vero sia creare le condizioni perché tutti i territori abbiano condizioni di specialità (…)
......................
 
COMMENTO
1) Ma la Specialità di ben quattro regioni a Statuto Speciale su cinque (ossia tutte esclusa la regione Sicilia) , non è legata alla presenza massiccia di minoranze linguistiche? O sono tutte speciali perché "la loro specialità è utile al Paese"?   O per l'Avv. Serracchiani le minoranze linguistiche sono solo una realtà folcloristica o al massimo culturale? Mai sentito parlare di tutela costituzionale dei diritti linguistici? Mai sentito parlare dell'art. 3 e 6 della Costituzione Italiana?
Mai sentito parlare dell'art. 3 dello Statuto speciale di autonomia della regione Friuli - Venezia Giulia?
Titolo I - Art. 3
Nella Regione è riconosciuta parità di diritti e di trattamento a tutti i cittadini, qualunque sia il gruppo linguistico al quale appartengono, con la salvaguardia delle rispettive caratteristiche etniche e culturali.

2) “io penso che in realtà il tema vero sia creare le condizioni perché tutti i territori abbiano condizioni di specialità”, significa forse che la nostra autonomia speciale sarà cancellata nel momento in cui tutte le regioni saranno speciali, anche se prive di una massiccia presenza di minoranze linguistiche che necessitano di autonomia speciale a garanzia della tutela dei loro diritti linguistici?
Curiosamente però, non possiamo non evidenziare che quando si tratta di difendere la Sede RAI di Trieste o la sede regionale dell'Istituto Scolastico regionale, Giunta, Consiglio e Presidente Serracchiani,  non esitano a invocare la lingua friulana  e le minoranze linguistiche tra le ragioni per mantenere l’autonomia....
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lunedì 14 luglio 2014

FRIULI - RIFORMA SANITARIA: C'ERA UNA VOLTA L'ASS. NR. 6 FRIULI OCCIDENTALE!







 
FRIULI

RIFORMA SANITARIA
 
C'era una volta

l'Ass. nr. 6

Friuli Occidentale!



C'era una volta l'Ass. nr. 6 “Friuli Occidentale”! E ora, nella riforma sanitaria presentata in questi giorni all'opinione pubblica dalla Giunta regionale, questo nome corretto sia sul piano geografico che storico, nonchè utilizzato da decenni, lo ritroviamo modificato in un improbabile e improponibile Ass. nr. 6 “Pordenonese”.

Ossia, con grande probabilità, l'attuale classe dirigente della città di Pordenone - Bolzanello in primis - ha approfittato della attuale riforma regionale della sanità per far diventare “Pordenonese” anche l'Ass. nr. 6. Non bastavano infatti “le colline pordenonesi”, “la montagna pordenonese”, “le Dolomiti Friulane del pordenonese” (sic!), ecc. ecc, mancava ancora l'Ass. nr. 6 “Pordenonese” a completare il quadro di totale stravolgimento storico, geografico, e identitario, della attuale Provincia di Pordenone.

Che il neologismo “pordenonese” riferito all'intera attuale provincia di Pordenone sia una assurdità è del tutto evidente anche perchè la città di Pordenone è diventata capoluogo di provincia solo nel 1968 e da secoli tutto il territorio a destra del fiume Tagliamento, fino al confine con il fiume Livenza, è universalmente riconosciuto parte del Friuli.

Questo neologismo è stato chiaramente creato e utilizzato solo per dare visibilità mediatica a Pordenone, accreditando inoltre come suo “retroterra naturale” (sic!) l'intero territorio provinciale e cancellando contemporaneamente dalla storia e dalla geografia il corretto nome di “Friuli occidentale”.

Maniago, Spilimbergo, le Dolomiti friulane patrimonio dell'umanità, ma anche San Vito al Tagliamento, Sacile, Casarsa, e via via tutti i Comuni che compongono la provincia di Pordenone, sono tutti “retroterra” di Pordenone?

E quanti sono i Comuni della Provincia di Pordenone che si sono dichiarati friulanofoni ai sensi della L. 482/99? Tanti, tantissimi. Anche loro “hinterland” di Pordenone centro?

Che parte della classe dirigente di Pordenone città, formatasi negli anni dello sviluppo industriale della Zanussi e per la gran parte composta da figli e nipoti di immigrati dalla regione Veneto, consideri con ostilità tutto quanto ricorda il Friuli e i friulani è cosa nota.

Ma il troppo stroppia, eccome!
 
E l'Ass. 6 Friuli Occidentale non deve mutare nome! Ciò per rispetto della storia, della geografia e dei cittadini di tutto il territorio regionale che sta alla destra del fiume Tagliamento, cittadini che non sono sicuramente “pordenonesi”.

24 giugno 2014

Roberta Michieli – Giancarlo Castellarin
 
Remo Brunetti

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La lettera è stata pubblicata giovedì 26 giugno sul quotidiano IL GAZZETTINO, venerdì 27 giugno sul settimanale IL FRIULI, sabato 28 giugno sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO.


venerdì 11 luglio 2014

UNIVERSITA': LE REGIONE DIFENDA L'ESISTENTE SENZA DISPERDERE FINANZIAMENTI PREZIOSI.



UNIVERSITA'

LA REGIONE DIFENDA L'ESISTENTE
SENZA DISPERDERE
FINANZIAMENTI PREZIOSI

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COMUNICATO STAMPA
del
COMITATO PER L'AUTONOMIA E
IL RILANCIO DEL FRIULI



Allo scrivente Comitato è giunta notizia che la Regione vuole intervenire nel polo universitario di Pordenone con fondi regionali importanti (si parla di minimo 1,5 milioni di euro all'anno già alla partenza) da investire in un nuovo dipartimento. L’iniziativa depotenzierebbe nel contempo in maniera sensibile le due università di Udine e Trieste sul piano sia del numero e importanza dei corsi universitari, che del numero dei docenti disponibili già carente, (minimo 40 docenti delle Università di Udine e Trieste ci risulta dovrebbero essere spostati nel Polo universitario di Pordenone).
 
Se il desiderio della città di Pordenone è legittimo, il Comitato si chiede se, in un momento di tagli finanziari pesanti alle Università da parte del Governo centrale che oltre tutto risulta non apprezzare le sedi distaccate tanto da pensare di eliminarle, non sia preferibile difendere e potenziare l'esistente nei due poli centrali di Udine e Trieste.

Il Comitato ricorda inoltre che c'è una legge regionale approvata circa 3 anni fa, che prevede la perequazione finanziaria tra l'Università di Trieste e di Udine, essendo quest'ultima notoriamente sotto-finanziata da un Governo centrale che eroga i finanziamenti statali ancora in base al criterio del costo storico. Tale legge regionale ancora non è attuata perchè priva di Regolamento.

Inoltre, come segnalato dal MIUR stesso, in Italia le immatricolazioni all'università sono in costante calo e dal 2003 le matricole sono diminuite di ben 78mila unità.

Lo stesso Consiglio Universitario Nazionale (CUN) l'anno scorso ha segnalato la perdita di attrazione dell'università: se nel 2003-2004 in Italia c'erano ben 338mila matricole, nel 2012-2013 il loro numero era calato a ben 260mila.

Le cause di questo pesante calo di immatricolazioni a fronte di un aumento costante di diplomati sono da iscrivere a una crisi economica che sta mettendo in difficoltà moltissime famiglie italiane e il sempre più marcato decremento dei fondi statali e regionali destinati alle borse di studio. E’ noto che gli studi universitari, non sono più considerati dai ragazzi e dalle famiglie importanti per la ricerca del posto di lavoro.

In questo preoccupante quadro sia regionale che nazionale, non è preferibile tutelare l'esistente finanziando adeguatamente le Università di Udine e Trieste nelle loro sedi centrali, piuttosto che cercare “avventure” nei poli distaccati? E poi perchè solo a Pordenone? I poli di Gorizia, Gemona o Cormons non hanno forse diritto a pari opportunità?

In conclusione, in un momento di crisi economica e politica così pesante, il Comitato ritiene sia prioritario tutelare l'esistente e non disperdere preziosi fondi regionali e preziose risorse scientifiche in intraprese rimandabili a “tempi migliori”.

10 luglio 2014

Per il "Comitato per l’Autonomia
e il Rilancio del Friuli"
 
il portavoce
Giancarlo Castellarin

giovedì 10 luglio 2014

ALISCAFI VELOCI PAGATI DALLA REGIONE FRIULI PER PORTARE I CROCIERISTI DA TRIESTE A VENEZIA!


ALISCAFI VELOCI

PAGATI DALLA REGIONE FRIULI

PER PORTARE I CROCIERISTI

DA TRIESTE A VENEZIA !

 
AQUILEIA, CIVIDALE,
UDINE CON IL TIEPOLO E LE SUE ROGGE,
SPILIMBERGO, SACILE,  LIGNANO E GRADO,
TUTTO IL TURISMO REGIONALE

SENTITAMENTE RINGRAZIANO
LA PRESIDENTE  DELLA "REGIONE VENETO"
DEBORA SERRACCHIANI!


Da “IL PICCOLO” (Ts)
 

“(…) Proprio nei giorni scorsi Costa e Regione Friuli Venezia Giulia hanno siglato un protocollo d’intesa per lo sviluppo delle crociere a Trieste, che la compagnia vuole anche come nuova porta d’accesso alla Serenissima grazie a un potenziamento dei collegamenti ferroviari e allo studio di collegamenti con aliscafi veloci su cui la Regione, come ha detto la presidente Debora Serracchiani alla sigla del documento, si è impegnata a costituire un tavolo tecnico.

(…) Mediterranea - come si fa notare da Costa - non fa scalo quest’anno a Venezia; (…).

Mentre a Trieste Mediterranea, giungendo alle 9 del venerdì e ripartendo alle 19 del giorno successivo, darà modo ai crocieristi di visitare nel frattempo Venezia.
 
Trieste porta d’accesso a San Marco, appunto, con la fiducia in collegamenti più rapidi. Anche se ovviamente Trevisanato, dal suo punto di vista, esprime «perplessità su Trieste porta per Venezia: il “brand” forte resta appunto il capoluogo veneto, e Trieste come home port ha delle lacune, per non parlare dei collegamenti. Vogliamo proprio sballottare i turisti tra treni e pullman? Meglio pensare agli aliscafi veloci, è un progetto su cui avevamo puntato già qualche anno fa». E che non si era concretizzato, anche se si tratta di una soluzione che - come detto da Serracchiani alla firma del protocollo con Costa - verrà ora rimessa sul tavolo."
 
di Paola Bolis
Trieste, 9 luglio 2014