venerdì 27 luglio 2012

PROVINCE: POLITICI REGIONALI BOCCIATI IN COSTITUZIONE !




Politici Regionali
BOCCIATI
in
COSTITUZIONE

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LA COSTITUZIONE ITALIANA

TITOLO V
LE REGIONI, LE PROVINCIE, I COMUNI
Art. 114.
La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i princìpi fissati dalla Costituzione.
Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento

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STATUTO DI AUTONOMA
REGIONE
FRIULI – VENEZIA GIULIA


TITOLO II
Potestà della Regione
CAPO I
POTESTÀ LEGISLATIVA
Articolo 4

In armonia con la Costituzione, con i principi generali dell'ordinamento giuridico della Repubblica, con le norme fondamentali delle riforme economico-sociali e con gli obblighi internazionali dello Stato, nonché nel rispetto degli interessi nazionali e di quelli delle altre Regioni, la Regione ha potestà legislativa nelle seguenti materie:
1) ordinamento degli Uffici e degli Enti dipendenti dalla Regione e stato giuridico ed
economico del personale ad essi addetto;
1 bis) ordinamento degli enti locali e delle relative circoscrizioni;
OMISSIS
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CORTE COSTITUZIONALE


(...) In questa prospettiva, non può essere negato alla Regione Friuli-Venezia Giulia, nell'esercizio della sua potestà legislativa esclusiva di "ordinamento degli enti locali", il potere di valutare le esigenze di coordinamento e di esercizio integrato delle funzioni degli enti locali e di prevedere, se del caso, gli strumenti congruenti allo scopo (…)

Tale potere, peraltro, non è assoluto, l'esercizio della potestà legislativa regionale esclusiva dovendo essere, tra l'altro, "in armonia con la Costituzione, con i principî generali dell'ordinamento giuridico della Repubblica, con le norme fondamentali delle riforme economico-sociali".

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LA STAMPA

(…) Così il presidente Renzo Tondo, dopo aver solennemente annunciato nei mesi scorsi di voler affidare la scelta agli elettori con un referendum, improvvisamente afferma di voler eliminare le Province. La principale sfidante di Tondo, la neo-candidata del Pd Debora Serracchiani, si allinea: «Via le Province!».
Entrambi non la raccontano giusta, però, sapendo di farlo, per guadagnare consenso.
Le Province non si possono abolire, nemmeno nella nostra Regione speciale.
La Costituzione le indica come una articolazione necessaria del nostro ordinamento. Possiamo accorparle come vogliamo, ridisegnarne le competenze in modo assolutamente originale, ma cancellarle no! Ci vorrebbe infatti una modifica costituzionale. Un'illusione, ad appena 9 mesi dalla fine legislatura. (…)

Roberto Pensa – Direttore “LA VITA CATTOLICA”
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EDITORIALE
A FIRMA DI ROBERTO PENSA
DIRETTORE DEL SETTIMANALE
DELL’ARCIDIOCESI DI UDINE
LA VITA CATTOLICA
Udine, giovedì 26 luglio 2012

La preziosa eredità
di un grande friulano

Il governo Monti ha messo le carte in tavola venerdì 20 luglio: vanno tagliate le Province con meno di 350 mila abitanti e con meno di 2.500 chilometri quadrati di superficie. Tradotto sul territorio del Friuli – Venezia Giulia significa che solo la Provincia di Udine è in regola: Pordenone dovrebbe sparire e l’unica Provincia contigua con cui accorparsi è proprio Udine; Gorizia e Trieste non raggiungerebbero i criteri di Monti nemmeno unendosi tra loro.
Una seconda cosa è altrettanto chiara: il “governo dei professori” non può venire a dettar legge in casa nostra. In Friuli – Venezia Giulia l’assetto delle autonomie locali è materia riservata alla specialità regionale, nel rispetto della Costituzione.
Volendo possiamo lasciare tutto come sta. Ma non ci conviene: nel momento in cui si apre una formale vertenza con Roma per i tagli dei trasferimenti statali, meglio presentare al governo progetti di riformismo virtuoso.
Le reazioni politiche in regione? Curiose. I sondaggi dicono che la gente, nella sua furia iconoclasta contro i “privilegi” della politica, è massicciamente a favore della abolizione delle Province. Un piatto troppo ricco, a pochi mesi dal voto.
Così il presidente Renzo Tondo, dopo aver solennemente annunciato nei mesi scorsi di voler affidare la scelta agli elettori con un referendum, improvvisamente afferma di voler eliminare le Province. La principale sfidante di Tondo, la neo-candidata del Pd Debora Serracchiani, si allinea: «Via le Province!».
Entrambi non la raccontano giusta, però, sapendo di farlo, per guadagnare consenso.
Le Province non si possono abolire, nemmeno nella nostra Regione speciale.
La Costituzione le indica come una articolazione necessaria del nostro ordinamento. Possiamo accorparle come vogliamo, ridisegnarne le competenze in modo assolutamente originale, ma cancellarle no! Ci vorrebbe infatti una modifica costituzionale. Un'illusione, ad appena 9 mesi dalla fine legislatura.
Idee alternative? Nessuna, a parte quella del presidente della Provincia di Pordenone, Alessandro Ciriani, che annuncia una strenua difesa dall'«invasore» udinese sul ponte della Delizia.
Eppure un progetto alternativo c'è.  Lo lascia, come eredità preziosa, l’on. Arnaldo Baracetti.
Il suo amato Friuli gli ha dato l'estremo saluto martedì 24 luglio, non solo ricordando le pietre miliari del suo impegno politico (la legge sulla ricostruzione e quella per l'istituzione dell'Università del Friuli, la tutela della lingua friulana con la legge 482/99), ma anche il suo grande progetto incompiuto: l'unione delle province friulane e la città metropolitana di Trieste come presupposto del rilancio non solo culturale, ma anche sociale ed economico dell'intero Friuli-Venezia Giulia.
Renzo Tondo ha obiettato che in tal modo il Friuli-V.G. diventerebbe come il Trentino Alto Adige, dove la Regione non conta niente e di fatto le due Province sono delle specie di Regioni autonome. Ma tra noi e Trento-Bolzano c'è un abisso: il nostro Statuto di autonomia lascia necessariamente tutta l'attività legislativa al Consiglio e l'alta azione di indirizzo e di controllo alla giunta della Regione. E sono compiti di preminente rilievo.
Si tratta quindi, come nella visione di Baracetti, non di «spaccare» o «svuotare» la Regione (obiettivo improponibile politicamente e destinato al sicuro fallimento), ma di farla «dimagrire», spogliandola della gestione accentrata di tutte le competenze delegabili ai livelli più bassi, e portando queste, secondo i dettami dell'autonomia e della sussidiarietà, ad istituzioni che siano più diretta espressione delle due componenti territoriali, Trieste e Friuli.
I due poli della regione hanno problematiche e obiettivi del tutto differenti.
La prima è una città portuale, assolutamente indifferente al suo retroterra (perfino i comuni del Carso, distanti pochi chilometri, trovano ben poca consonanza di interessi con la municipalità triestina) che ha una vocazione «terziaria», rivolta ai commerci, alla cultura, alla ricerca. La città metropolitana può essere la formula vincente in questo caso.
Il Friuli invece, pur essendo molto complesso dal punto di vista culturale e geografico, si presenta però abbastanza omogeneo sotto il profilo di uno sviluppo integrato, industriale, agricolo e delle infrastrutture.
Alla Regione rimanga quindi l'alto indirizzo di governo e la gestione diretta dei sistemi regionali indivisibili (la sanità, la manutenzione delle strade, l'istruzione...). Per tutto il resto, le due realtà così diverse hanno diritto di poter gestire autonomamente le risposte ai propri differenti bisogni.
Rimangono sul tappeto, certo, i timori di Gorizia e Pordenone di ritrovarsi vittime di un neocentralismo udinese. Ma questo accade perché si usano occhiali vecchi per guardare realtà nuove. Si pensa ad una Provincia vecchio stile che diventa più grande «mangiandosi» le altre, dove Udine è il centro e il resto diventa periferia. Invece qui si tratta di creare, applicando finalmente la nostra autonomia speciale, una realtà completamente nuova, adeguata alle esigenze della modernità.
Le tecnologie dell'informazione permettono oggi la gestione di istituzioni anche complesse con un modello «a rete», dove non c'è un sole che attrae tutto, ma una costellazione che valorizza le vocazioni territoriali.
Non è difficile immaginare una Provincia del Friuli dove, ad esempio, l'assessorato all'Industria ha sede a Pordenone, quello alla Cultura a Gorizia, quello all'Agricoltura a Udine e quello allo Sviluppo della montagna a Tolmezzo. Anche lo stesso capoluogo di Provincia (dotato solo di una snellissima sede di rappresentanza per gli incontri ufficiali e per le riunioni della giunta) può essere posto non a Udine, ma in una realtà baricentrica dal forte significato storico e simbolico (Villa Manin, Palmanova, o magari il bel borgo medievale di Valvasone per tranquillizzare il «bellicoso» Ciriani).
Questa oggi appare la proposta più logica e concreta per un riassetto istituzionale del Friuli-Venezia Giulia.
Tanto che, di fatto, viene prefigurata persino dalla «spending review» del governo Monti. E poi la «devolution» e il federalismo non erano fino a ieri i cavalli di battaglia di Pdl e Lega?
E il trasferimento delle competenze alle istituzioni più vicine ai cittadini non è stato il «verbo» del centrosinistra fin dalle «leggi Bassanini» (parliamo di oltre 20 anni fa)? Non sono state le giunte regionali di centrosinistra a creare il «comparto unico» del personale degli enti locali, proprio per facilitare il trasferimento di competenze dalla Regione agli enti territoriali?
Non a caso è una proposta propugnata da Arnaldo Baracetti. Quanto occorrerebbero oggi la sua concretezza e la sua capacità di guardare lontano! Non resta che sperare che la politica regionale ne raccolga il testimone.
roberto pensa
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mercoledì 25 luglio 2012

Il Comitât pe autonomie e rilanç dal Friûl, ingropât, al salude il Cjarissim Arnalt



Il Comitât pe Autonomie
e il rilanç dal Friûl,

“ingropât”

al salude il Cjarissim Arnalt




Cjarissim Arnalt,

Cuntune vore di marum tal cûr, nô amîs dal Comitât pe Autonomie e il rilanç dal Friûl, il to Comitât, o sin culì cunvignûts par dimostrâti il nestri ingropât salût e par diti un gracie sintût , sincîr e profont, pal tô impegn simpri salt e mai strac di lavorâ pal Friûl.

La tô vite, e je simpri stade dal dut dedicade ae comunitât tai diviers nivei di impegn public che a van, come une volte si usave, dal Consei Comunâl al Parlament, passant pe Regjon.

O ricuardin la tô azion pe ricostruzion post-taramot, il to agjî, adun a ducj i nestris parlamentârs, che in chê ete a savevin fâ scuare  cence pierdi la lôr identitât politiche, par otignî i fonts dal Stât e par dâ vite a chel virtuôs e maraveôs model di ricostruzion da ducj judicât positîf.

O ricuardin il to impegn, a fin che la ricostruzion no fos dome fisiche ma ancje ocasion di svilup.

O ricuardin il to supuart ae istituzion de Universitât dal Friûl, volude dal popul in mût ustinât, e che tu tu âs volût che nassès cuntune precise finalitât leade ae realtât furlane.

O ricuardin lis tôs iniziativis parlamentârs che daspò, concludût il to mandât a son ladis a finî te leç su lis areis di confin e te leç dal ricognossiment de lenghe furlane tant che lenghe minoritarie storiche.

Tornât tant par dîle cussì, ae vite normâl, no tu ti sês mai metût a polsâ, parcè che il ripôs nol jere di sigûr une tô carateristiche. Tu âs cjapât chel to impegn autonomist che al jere simpri dentri dite e che intun ciert moment ti à puartât, come che tu stes tu lu ricuardavis, a risolvi il vincul associatîf partitic.

Al jere il 8 di novembar dal 2005 cuant che, a front des dificoltâts de politiche nazionâl e regjonâl, cun te tant che animadôr, o vin burît fûr un apel pe autonomie e il rilanç dal Friûl.

Un an dopo o vin tignût tal salon dal cjistiel di Udin, une vore cjariât di storie, la Assemblee Costituent dal Comitât e tu tu sês stât simpri "magna pars".
O ài ancjemò denant a voi la imagjin di te che tu presentavis la soluzion finâl dai lavôrs, daspò aprovade par aclamazion, come che o ài ancjemò limpide la inmagjin dal abraç fra te e il President Napoletano in ocasion de sô penultime visite a Udin.

Dentri al Comitât tu âs dât verementri tant, cu lis tôs intuizions, cul to agjì, cu la tô capacitât di vuidâ, cul to jessi in relazion cu lis realtâts plui diferentis, cui tiei scrits.
Simpri lucit te analisis e te propueste, simpri presint a lis riunions e simpri puntuâl, anzit simpri prime. No tu sês mancjât nancje tal prin periodi de malatie, ancje se chest ti costave une vore di fadie.

Tu rivavis cuntun piçul biliet che al ti servive di olme par chel che tu vevis di dî e fâ.
No tu detavis il verp.  Tu proponevis lis cuestions che tu tignivis impuartantis.  Tu savevis, daspò scoltâ les opinions di ducj a dal confront al saltave fûr la linie che si lave daûr.

Tu âs simpri desiderât, e nô cun te, il dialic cu lis categoriis economichis, cu lis fuarcis sociâls, cul mont dal Associazionisim cun lis istituzions. Dut chest si è realizât.

Tu vevis un ricuart particolâr pe Glesie furlane.

O mi inpensi che i nestris incuintris cui Vescui de nestre diocesi, a colp tu disevis che no tu jeris un crodint ma che tu ricognossevis ae Glesie il merit di batisi pes grandis causis dal Friûl e no tu mancjavis di sburtâ l'ûs de nestre lenghe tes funzions religjosis.

Cuant che la cause dal Friûl lu domandave no tu vevis pôre dai ostacui. Tu frontavis dut e ducj. Tu jeris determinât.

Pal Friûl, tu disevis, chest e altri parcè che tu, o zonti jo, dal Friûl tu jeris inamorât e dal Friûl tu ses stât un protagonist apassionât in dutis lis batiis che, piçulis o grandis, tu âs ducj i dîs vivûts cul cûr.

La tô zornade e jere lungje e començave cu lis telefonadis di matine buinore.

Al è merit to, de tô ripetude  insistence in sede parlamentâr, se finalmentri, daspò, tante spiete, e à vût lûc la sperimentazion, cumò sierade, de trasmissions RAI in lenghe furlane.

La lenghe. Come element principâl di identitât, ti à simpri viodût a so sostegn ancje in sede regjonâl cuant che je stade fate buine la leç di valorizazion e di tutele che a spiete ancjemò une concrete aplicazion.

Tu âs simpri racomandât la concretece cun rivuart ai problemis frontâts. E chest al è rivât te numerose ativitât puartade indenant che va de Universitât ae organizazion dal teritori ae economie.

Une cuestion che ti à simpri preocupât e je chê istituzionâl. Bisugnave difindi e valorizâ la specialitât de Regjon che, tu disevis, al cjate fondament vuê ancje te pacifiche coesistence di ben trê minorancis.

Pe sistemazion de Regjon, tu zontavis, al è rivât il moment dal trasferiment des funzions aministrativis  al sisteme de autonomie .

Arnalt al crodeve intun gnûf autonomisim o, miôr ancjemò, intun autonomisim moderni che nol ponte a spacaduris dal teritori, ma al autoguvier dai teritoris in clâf aministrative, valorizant cussì le "specificitât " locâls che a son une ricjece, e no un intop al svilup.

Cuant che daspò tu ti sês batût, in mieç a dificoltâts e prejudizis, pe la costituzion de Assemblee des Provinciis Furlanis che tu tu viodevis cuâl organisim par frontâ i problemis interprovinciâi.

Tu âs simpri volût un Friûl fuart te sô identitât e mai sierât in se stes.

A ti, cussì ancje a nô, ogni tant si sintive un tic di amarece pe pocje atenzion dal moviment politic sui cantins dal autonomisim.

Ma daspò tu concludevis disint: bisugne là indenant istès. Tu sintivis l'impegn come une mission.

Nô, Arnalt, ti vin considerât simpri, come une persone impegnade te vite publiche.

Ma tu, no tu jeris dome chest.

Tu tu as vût simpri une grande sensibilitât pe tô famee : la femine che cui fîs ti è stade simpri dongje in particolâr tal timp de malatie. O ricuardi la tô preocupazion par jê cuant che no stave tant ben, e tu tu fremevis par la sô salût.

Ae famee o disin graciis par vêlu liberât di ogni compit in mût di consentîti un impegn politic cussì alt.

Ae famee o esprimin i sens dal plui profont corot da ducj i amîs dal Comitât e di ducj chei che a àn operât e colaborât.

A ti Arnalt, cun grande amicizie e stime, o disin, dal profont dal cûr il nestri "mandi".


MANDI grant autonomist furlan.


Comitât pe Autonomie e
il rilanç dal Friûl, il to Comitât

Roberto Dominici

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dal sît internet del setemanâl

LA VITA CATTOLICA



sabato 21 luglio 2012

MANDI ARNALT !



Vuê o vin pierdût un grant amì, une vuide, un om che cul so snait e cu la sô viamence al à savût batisi cun determinazion pe autonomie dal Friûl, pe sô identitât, pes sôs lenghis e pai siei dirits.



Mandi Arnalt !



Ducj i toi amîs del

Comitât pe autonomie

e rilanç dal Friûl


Udin, il 21 di Lui 2012

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venerdì 20 luglio 2012

LA TUTELA DELLE LINGUE MINORITARIE TRA PREGIUDIZI TEORICI, CONTRASTI IDEOLOGICI E BUONI MOTIVI di MARCO STOLFO



In sintesi, i diritti linguistici rientrano a pieno titolo nei diritti fondamentali dell’uomo e la loro tutela è uno dei compiti dello stato democratico contemporaneo.


 Lo sostengono «buone ragioni» di vario genere: filosofiche, culturali, giuridiche e politiche.

Marco Stolfo

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Chi lo dice ai "solerti" funzionari ministeriali che, con riferimento alle 12 minoranze linguistiche storiche riconosciute dallo Stato italiano con la legge 482/99, legge di cui violano i principi giuridici primari, hanno inventato l’incostituzionale e incredibile definizione “Lingua madre straniera” ?




La Redazione del blog


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LA TUTELA

DELLE LINGUE MINORITARIE

TRA PREGIUDIZI TEORICI,

CONTRASTI IDEOLOGICI

 E BUONI MOTIVI


MARCO STOLFO

Università di Torino
Anno 2003

Saggio di 14 pagine


Questo saggio affronta alcune delle argomentazioni che vengono utilizzate più frequentemente nel dibattito riguardante la tutela delle lingue minoritarie da parte di quanti sono contrari a qualsiasi forma di riconoscimento e di promozione istituzionale del pluralismo linguistico. In questo quadro figurano in particolare tre presunte antinomie teoriche: tra universale e differenza, tra uguaglianza e diversità e tra individuo e collettività. C’è poi un quarto argomento che viene opposto alla tutela delle lingue minoritarie e riguarda la loro utilità nella comunicazione.

L’autore contesta queste posizioni, evidenziandone l’assenza di effettivo legame con la realtà e la natura pregiudiziale e ideologica, e propone alcuni «buon motivi» a favore della promozione efficace e concreta del pluralismo linguistico. (…)

(…) L’espressione «minorizzate» applicata alle lingue, alle culture, alle religioni, alle comunità ed alle persone che si trovano in questa situazione esprime in modo più chiaro il senso e le ragioni di ogni realtà minoritaria, che è tale non oggettivamente, ma per effetto dell’azione ostile o dell’inazione della maggioranza.

Lo stato nazionale, che fa proprie le peculiarità linguistiche e culturali della maggioranza dei suoi cittadini e le impone con tutti gli strumenti di cui dispone anche a quanti entro i suoi confini hanno caratteristiche diverse, allo scopo di giustificare la sua esistenza e perpetuare il proprio potere, è in quanto tale il principale «creatore di minoranze».

Pertanto, eguaglianza è «qualcosa» di ben diverso da omogeneità.

Limitarsi ad un’interpretazione formale di un principio fondamentale di questa portata
— l’eguaglianza, appunto — significa travisarlo e fare un cattivo servizio alla causa della democrazia, alla quale a parole si fa riferimento.

Eguaglianza sostanziale e garanzie istituzionali precise alla libertà di lingua, come si è visto, sono rispettivamente l’obiettivo e gli strumenti, in questo ambito, di uno stato democratico veramente tale.

Analogamente, ritenere che la libertà di lingua può essere garantita senza l’intervento attivo delle istituzioni, il quale essenzialmente consiste nel riconoscimento e nell’uso ufficiale (istruzione, pubblica amministrazione, media) delle lingue tradizionalmente usate in un determinato territorio, significa riferirsi ad un’interpretazione formale e quindi distorta del principio di libertà.

Si ritiene — a torto, considerando le riflessioni fatte a questo proposito — che l’azione delle istituzioni a favore delle minoranze — cioè in ultima analisi a favore dei bisogni e dei diritti degli individui che fanno parte delle comunità minorizzate — sono lesive dei diritti dei singoli cittadini ed in particolare di quanti, tra questi, appartengono alla maggioranza.

Se proprio deve esserci incompatibilità tra collettività e individuo, essa si verifica, in assenza di regole e azioni di tutela delle minoranze, a danno del singolo individuo che usa una lingua minorizzata, vi si riconosce ed è pertanto a sua volta minorizzato: egli subisce in questo modo le limitazioni alla propria individualità messe in atto dalla collettività organizzata sulla base dei valori linguistici e culturali maggioritari.

Risulta evidente, a questo punto, come il riconoscimento del pluralismo linguistico sia un aspetto non secondario di una democrazia vera, reale e sostanziale, nella quale c’è spazio per l’affermazione positiva del diritto alla lingua, che si articola in una pluralità di complementari esigenze in generale definita collettivamente «diritti linguistici»

Si capisce altresì come mai in Europa questi principi siano affermati e spesso anche applicati a livello internazionale, statale e regionale.

Aspirare ad usare la propria lingua in ogni ambito ed in ogni forma di comunicazione, nei rapporti con le istituzioni, nei servizi, nei media e nelle scuole, nonché in relazione con il proprio territorio (utilizzando la toponomastica originaria), significa, per ogni individuo, voler vedere affermati fondamentali bisogni: di essere se stesso, di volere essere se stesso, di riconoscersi in un determinato gruppo, di esprimere in questo modo e a questo riguardo la propria opinione, di poter usufruire di tutta una serie di servizi in modo equo e quindi di non subire discriminazioni (palesi o occulte, sono tali comunque) sulla base delle proprie specificità linguistiche e culturali.

In sintesi, i diritti linguistici rientrano a pieno titolo nei diritti fondamentali dell’uomo e la loro tutela è uno dei compiti dello stato democratico contemporaneo. Lo sostengono «buone ragioni» di vario genere: filosofiche, culturali, giuridiche e politiche.

Dr. Marco Stolfo
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venerdì 13 luglio 2012

MONTI - Revision de spese: tachìn a sparagnâ dai funzionaris ministeriâi !






Allibiti,  davanti a tanta e non accettabile aberrazione linguistica, storica e giuridica,  ci auguriamo che l’Amministrazione regionale del Friuli – Venezia Giulia intervenga al più presto con un ricorso alla Corte Costituzionale.

La Redazione del Blog


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Dal sît del Comitât 482





Revision de spese:

tachìn a sparagnâ

dai funzionaris ministeriâi !


12/07/12
Il decret leç su la revision de spese dal guvier Monti, dât fûr ai 6 di Lui, al modifiche ancje la leç su la organizazion scolastiche dal 2011 e al va a creâ une diference artificiose dentri des minorancis linguistichis, introdusint il concet di “minorancis di lenghe mari foreste”. Un pâr di zornadis prime il Comitât dai ministris dal Consei de Europe al veve dât fûr une risoluzion su cemût che il stât talian al met in vore i contignûts de Convenzion cuadri pe protezion des minorancis nazionâls. Dificil viodi dôs filosofiis plui diferentis. Tal spazi dai coments o cjatais il comunicât dât fûr in proposit dal Comitât 482.

Publicât di Comitât 482



LEI DUT IL

COMUNICÂT STAMPE

DEL COMITÂT 482


Lingua friulana:


l’Europa

chiede più garanzie,


l’Italia le toglie



A distanza di un paio di giorni l’uno dall’altro abbiamo potuto osservare due provvedimenti che affrontano il tema delle lingue minoritarie in maniera completamente differente. Stiamo parlando della risoluzione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa relativa all’applicazione della Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali da parte dello Stato italiano – la CM/ResCMN(2012)10 del 4 luglio – e del decreto legge n. 95/2012 in materia di “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini” emanato dal Governo italiano il 6 luglio.

Il primo documento segnala i progressi e i punti critici rilevati all’interno dello Stato italiano nell’applicazione della Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali che riguarda le dodici comunità linguistiche riconosciute con la legge statale 482/99 – friulani inclusi – unitamente a rom e sinti.

Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa segnala con preoccupazione che, tra le altre cose, “rimane limitata la partecipazione delle persone appartenenti alle minoranze ai processi decisionali tanto su scala locale che statale”[1], “gli sforzi per sviluppare e rafforzare l’insegnamento delle/nelle lingua minoritarie sono ostacolati dalla riduzione delle risorse e da investimenti insufficienti da parte delle autorità”[2] e che “i sostanziosi tagli operati e i ritardi nel trasferimento dei fondi hanno causato problemi e ritardi nel rafforzamento delle garanzie legali relative all’uso pubblico delle lingue minoritarie, all’insegnamento di/in tali lingue, ai mezzi di comunicazione in lingua minoritaria e allo sviluppo culturale delle comunità di minoranza”[3] e chiede dunque che “il sistema di finanziamento e le procedure per la distribuzione delle risorse stanziate venga rafforzato e reso più stabile”[4].

Quale la risposta del Governo italiano guidato da Mario Monti? Non pago del taglio operato con la finanziaria ai fondi per la legge sulle minoranze linguistiche – il peggiore mai visto mai visto da quando è stata approvata la legge statale 482/99 – il Consiglio dei Ministri ha approfittato del decreto legge sulla revisione della spesa pubblica per introdurre un’interpretazione restrittiva dell’articolo 19, comma 5, del decreto legge n. 98 del 6 luglio 2011 riferito alla “Razionalizzazione della spesa relativa all’organizzazione scolastica”. In pratica, facendo riferimento alle tipologie di incarico che i dirigenti scolastici devono avere nelle “aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche” il Governo Monti ha ridotto queste aree a “quelle nelle quali siano presenti minoranze di lingua madre straniera”.

Considerata l’aberrazione linguistica, storica a giuridica di una definizione del genere, come si può capire quali delle dodici lingue riconosciute ufficialmente dalla Repubblica italiana vanno considerate “straniere” e quali no? Ci viene in “soccorso” la Relazione Tecnica che accompagna il decreto legge del 6 luglio che spiega, testuali parole, come: “L’interpretazione  della  norma  si  rende  opportuna  perché  alcune  Regioni  estendono  il  significato  di  “specificità  linguistica”   anche  a  territori  dove  si  parla  un  particolare dialetto  utilizzando  la  legge  482/1999  relativo  alle  norma  di  tutela  delle  minoranze linguistiche  storiche  tra  cui  il  friulano,  l’occitano  e  il  sardo.”

In pratica, con quattro righe, solerti funzionari ministeriali non solo scelgono, per altro citandola, di ignorare i contenuti di una legge dello Stato italiano (che attua uno dei principi fondamentali della Carta costituzionale repubblicana), ma sia arrogano il diritto di decidere quali siano lingue vere e quali semplici “dialetti” in spregio a quanto sostenuto da illustri linguisti, dalla legislazione repubblicana e dalle autorità europee.

Se è vero che il provvedimento del Governo Monti, in pratica, riguarda solamente la posizione di una quarantina di dirigenti scolastici nelle Regioni Friuli – Venezia Giulia, Sardegna e Piemonte, è altrettanto vero che rappresenta un precedente pericoloso e inaccettabile tanto nella forma, quanto nella sostanza. Ed è per questo che, se il Governo italiano non dovesse cancellare autonomamente tale abominio, ci auguriamo che l’Amministrazione regionale del Friuli – Venezia Giulia intervenga con un ricorso alla Corte Costituzionale.

Nel frattempo, in tempi di crisi in cui si rendono necessarie pesanti revisioni della spesa pubblica, ci permettiamo di suggerire al Governo Monti di partire dal taglio delle inefficienze ad esso più vicine. Detto in altre parole: se qualcuno deve andare a casa, se ne vadano i responsabili di un atto di così profonda ignoranza giuridica, storica e culturale! In fondo lo stesso Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nella sua risoluzione lamenta il fatto che “i materiali e i percorsi educativi, specialmente quelli per la maggioranza della popolazione, contengono ancora informazioni limitate su lingue, storie e culture delle minoranze linguistiche”[5]: un modo elegante per ricordare che gli italiani sanno poco o nulla della pluralità linguistica e nazionale che la Repubblica comprende al proprio interno. Atti come questo ne sono la dimostrazione più evidente.

Funzionari ministeriali e governo dei “tecnici” ci hanno già spiegato quale pensano sia il posto dei friulani: evidentemente – come i protagonisti di un libro di Orwell – ritengono che tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. I friulani pensano che vada bene così? Noi non lo crediamo. È anche per questo che, come Comitato 482, rivendichiamo la strada dell’autogoverno. Portare i centri decisionali vicino ai cittadini non è solo un atto di democrazia, ma permette di affrontare meglio i problemi del territorio e aiuta a evitare sprechi.

Udine, 12 luglio 2012


Il portavoce del Comitato 482
Carlo Puppo





[1]              “Participation by persons belonging to minorities in decision making at local and national level, including in parliament, remains limited.”
[2]              “[…] efforts to develop and strengthen teaching of and/or in minority languages have been affected by the shortage of resources and by an insufficient investment by the authorities.”
[3]              “[…] substantial financial cuts and delayed transfers of funds […] have resulted in problems and delays in the implementation of legal guarantees relating to the public use of minority languages, teaching of and/or in these languages, minority language broadcasts and cultural development of the minority communities.”
[4]              “The system of financing and the procedure for allocating budgetary appropriations should be improved and should be more stable.”
[5]              “Teaching materials and curricula, especially for the majority population, still contain limited information on the languages, history and culture of linguistic minorities.”