mercoledì 12 novembre 2014

SUNS - AI 15 DI NOVEMBAR 2014 - H. 21.00 - TEATRI PALAMOSTRE UDIN

 
 

 
Suns 2014,
Festival de cjançon
in lenghe minoritarie
 
 la finâl a Udin
ai 15 di Novembar

 
 
"Al mancje pôc par Suns 2014, il Festival de cjançon in lenghe minoritarie, nassût in Friûl tal 2009. La manifestazion, che l'an passât e je stade fate a Moena, te Val di Fasse, e torne a Udin ai 15 di Novembar.

La serade finâl de seste edizion de rassegne dedicade ae creativitât musicâl de Europa alpine e mediteranie (Cravuazie, Slovenie, Austrie, Italie, Svuizare e France), promovude de ARLeF (Agjenzie Regjonâl pe Lenghe Furlane) e inmaneade di Radio Onde Furlane e dal Progjet Suns cu la poie dal Comun di Udin, si davuelzarà sabide ai 15 di Novembar alì dal Teatri Palamostre.
 
Te serade a saran vot grups o soliscj, selezionâts tra i vincjesîs di lôr che si vevin candidâts, che a presentaran dal vîf ognidun une cjançon.
 
(gjavât fûr dal sît del Sportel pe lenghe furlane del Comun di Udin )
 
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Dal quotidiano
IL QUOTIDIANOFVG
11.11.2014

AL VIA A UDINE
 
IL “FESTIVAL DE CJANÇON
 
IN LENGHE MINORITARIE”

di Marco Stolfo

Squisito intreccio di suoni e lingue minoritari. Suns spalanca una finestra su una terra Unita.

Un sabato sera friulano e quindi europeo – e viceversa – all'insegna della diversità linguistica e della creatività in musica. Si presenta con queste credenziali “Suns”, il “Festival de cjançon in lenghe minoritarie”, in programma il 15 novembre a Udine al Teatro Palamostre, che porta in Friuli, dove è stato inventato nel 2009, una selezione degli artisti che nell'Europa alpina e mediterranea usano una lingua in condizioni di minoranza per fare musica vera, viva e forte.

Si tratta di otto gruppi o solisti che sottoporranno al pubblico e a una qualificata giuria un brano ciascuno, dando testimonianza della varietà dei suoni e dei ritmi dell'Europa «unita nella diversità» e contendendosi un posto nella finale 2014 del “Liet International”, la rassegna continentale, in programma il prossimo 12 dicembre a Oldenburg, in Germania.

Sul palco del Palamostre si alterneranno i friulani Elsa Martin e Aldo Sbadiglio e la Famiglia Ananas in Vacanza a Dresda, i sardi Ratapignata, la cantautrice ladina Martina Iori, il romancio Pascal Gamboni, gli occitani Lou Tapage, il francoprovenzale Billy Fumey e i croati del Molise Kroatarantata.

La gioiosa Babele di lingue e di rock, pop, folk, reggae e canzone d'autore sarà completata dai ForeFingers Up!, punta di diamante del funk e dell'hip hop in lingua sarda, che un anno fa avevano vinto “Suns” a Moena, in Val di Fassa.

Domenica 16, sempre al Palamostre, ma alle 18, il cartellone è completato dalla storica “Musiche*”, evento che da 14 anni fa il punto della situazione sulla creatività musicale in lingua friulana, con il concerto di Loris Vescovo, fresco vincitore della Targa Tenco, con il suo album “Penisolâti”, mentre già venerdì, alla stessa ora al Bar del Visionario, si entrerà nel clima di “Suns” con la musica da vedere, da ascoltare e da leggere di “Suns@Visio”.

Il tutto è organizzato con il sostegno dell'Agjenzie Regjonâl pe Lenghe Furlane, da Radio Onde Furlane e Progjet Suns, con la collaborazione del Comune di Udine e delle associazioni “Il Laboratorio” e “Euritmica”.

Come hanno sottolineato il presidente dell'ARLeF, Lorenzo Fabbro, il consigliere regionale Cristiano Shaurli, intervenuto per conto dell'assessore Gianni Torrenti, il sindaco Furio Honsell e gli assessori comunali Antonella Nonino e Federico Pirone, “Suns” «porta l'Europa in Friuli e il Friuli in Europa», «mette in rete soggetti pubblici e privati» e «permette al nostro territorio di farsi conoscere e apprezzare per quello che è: una regione multilingue e multiculturale che fa parte dell’Europa e del mondo».


Marco Stolfo
 

 
 

domenica 9 novembre 2014

REGIONE - RIFORMA ENTI LOCALI: "UN DISASTRO TARGATO PANONTIN !!!"


R E G I O N E

RIFORMA ENTI LOCALI
 
 UN DISASTRO
TARGATO "PANONTIN"!!!

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Dal sito internet
 
del settimanale
 
LA VITA CATTOLICA
 
 
Unioni dei Comuni
ingovernabili
con il voto indiretto


"No al ritorno del Pentapartito". Così nell'editoriale (clicca qui per leggere il testo integrale) pubblicato giovedì scorso, il settimanale "la Vita Cattolica" commenta l'esito delle elezioni provinciali a Pordenone del 26 ottobre, le prime svoltesi con il "metodo Panontin" che prevede il voto dei soli sindaci.
 
Ingovernabilità, necessità di realizzare "grandi coalizioni", debolezza dell'esecutivo sono gli esiti.
 
Insomma un ritorno alla Prima Repubblica. Un risultato che deve far pensare, perché si tratta dello stesso sistema elettorale che verrà utilizzato per le nuove Unioni dei Comuni che dovrebbero sostituire le Province.

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NO AL RITORNO 

 
DEL PENTAPARTITO
      
     4.11.2014
 
Immaginate di comprare un’auto nuova che, però, si ferma in panne poco dopo essere uscita bella fiammante dal concessionario. Penso che il primo istinto dello sfortunato acquirente sarebbe quello di esercitare il diritto di recesso o almeno di esigere dal venditore un minuzioso check up del mezzo. Dal mondo delle quattro ruote trasferiamoci a quello della politica, ed ecco che si materializza un bel problema per il Friuli-Venezia Giulia.
Domenica 26 ottobre, 800 sindaci e amministratori comunali del Friuli Occidentale si sono recati alle urne per il rinnovo del Consiglio della Provincia di Pordenone. Era questo il primo esperimento della «riforma Panontin» che dovrebbe portare alla soppressione delle Province all’interno della nostra Regione. Il condizionale è d’obbligo, poiché sulla norma pende il giudizio della Corte Costituzionale e inoltre, prima di diventare operativa, occorre l’approvazione da parte del Parlamento di una legge di rango costituzionale (quindi, a doppia lettura sia da parte della Camera che del Senato) per modificare lo Statuto regionale.
Una legge che, nell’anno abbondante di giunta Serracchiani, per ora non ha ancora fatto un solo passo in Parlamento ma è desolatamente ferma ai «box» di partenza.
Ad ogni modo, com’è andato l’esperimento? Un disastro assoluto, confermando tutte le perplessita che da queste colonne più volte abbiamo esternato.
A cominciare dalla presentazione delle liste. Complice il fatto che il voto avviene col sistema proporzionale, ogni partito e partitino si è presentato con la sua lista. Mancando coalizioni politiche, non si è naturalmente parlato di programmi e di strategie per il futuro, ma si è andati semplicemente ad una sterile «conta» politica. È vero, come ha ricordato la presidente Serracchiani, che il presidente della Provincia e la sua giunta avranno in pratica quasi solo il compito di «commissario liquidatore» dell’ente, ma prima che il passaggio di competenze e consegne avvenga con le nuove Uti (Unioni territoriali e intercomunali) probabilmente passeranno ancora attraverso le Province fondi, progetti e risorse.
Ma questo è il meno. Ancor più disastroso il risultato elettorale. Lo schieramento di Centrosinistra ha prevalso di pochissimo, con 14 consiglieri su 26. Anche se si trattasse di un monolite politico, basterebbe un’influenza per mettere in difficoltà la «maggioranza». Inoltre, questi 14 consiglieri sono in realtà molto variegati: 8 al Pd, 5 a liste civiche locali, 1 alla sinistra estrema. Soprattutto il rapporto con quest’ultima appare non semplicissimo. Risultato, quindi, l’instabilità politica e la necessità di larghe intese che comprendano anche Udc e Nuovo Centrodestra. Riecco quindi, in diretta dalla Prima Repubblica, il Pentapartito. Insomma un pateracchio. Altra notazione importante: il risultato della lista del Pd è stato molto deludente rispetto alle attese, mentre ha sorpreso la brillante performance delle liste civiche di Centrosinistra. Dietro a questo esito si intravvedono delle coalizioni locali di sindaci che, evidentemente, hanno intenzione di portare avanti in Provincia degli obiettivi molto territoriali, piuttosto che una visione generale del territorio.
Terzo fallimento, il più completo disinteresse della gente. È vero, già prima non è che si andava saltellando di gioia a votare per il rinnovo del Consiglio provinciale, però la gran parte degli elettori esprimeva il suo voto e il suo orientamento dimostrando interesse per questo ente.
Si potrebbe dire pragmaticamente: chi se ne importa! Le prossime elezioni provinciali saranno nel 2016 a Gorizia e Trieste, nel 2017 a Udine. A quel tempo - si ipotizza - il Parlamento avrà già cancellato le Province dallo Statuto regionale e quindi anche questa situazione di transizione sarà esaurita. E invece no! Già, perché questo nuovo sistema elettorale provinciale è esattamente lo stesso che sarà applicato alle nuove Uti, le Unioni territoriali intercomunali che dopo la riforma saranno uno dei cardini del sistema.
Ecco allora l’auto nuova con cui abbiamo iniziato questo editoriale che ha bisogno di urgenti interventi se non vuole trasformarsi in un «bidone».
Escludendo la possibilità di ripensare globalmente la riforma (la giunta Serracchiani ormai deve portarla a termine e non può politicamente tirarsi indietro) ecco allora tre fondamentali necessità di messa a punto del sistema delle Unioni territoriali intercomunali (Uti).
Tre le necessità:
1) il sistema elettorale delle Uti non deve essere proporzionale, pena il verificarsi facilmente delle situazioni createsi in Provincia di Pordenone. Aggravate dal fatto che le maggioranze possono essere variabili nel corso di un mandato, allorquando si vada al rinnovo di qualche amministrazione comunale ricompresa nell’Uti. Va quindi previsto un premio di maggioranza per spingere le forze politiche a coalizzarsi attorno a un progetto
2) per evitare la disaffezione e la lontananza della gente dalle istituzioni, va ripristinato il voto popolare diretto al posto di quello di secondo grado. Aggiungere una scheda per le elezioni nell’Uti quando si celebrano le elezioni regionali, infatti, costerebbe pochissimo, ma avrebbe un grande vantaggio in termini di democrazia e partecipazione.
3) Va data ai territori la possibilità di delimitare i confini delle Uti, scegliendo con quali comuni aggregarsi, in maniera molto più libera di quella imposta dagli attuali limiti minimi di popolazione fissati a 40 mila abitanti. Ciò impone un eccessivo ampliamento territoriale di questi organismi, troppo lontani dai singoli comuni, e comporta di mischiare tra loro situazioni troppo differenti. In particolare, Carnia esclusa, tutti i Comuni di montagna saranno costretti a unirsi con enti di pianura o pedemontana, perdendo totalmente la loro autonomia e le peculiarità gestionali delle terre alte. Troppe differenze per elaborare un progetto territoriale comune di sviluppo. Il rischio è la «balcanizzazione» dei consigli delle Uti, con gruppi di interesse che perseguono strategie completamente diverse, cercando di portare a casa il massimo possibile per i propri sub/territori di riferimento.

Roberto Pensa

Direttore responsabile del settimanale dell'Arcidiocesi di Udine, “LA VITA CATTOLICA”

venerdì 7 novembre 2014

TEATRI - PURE IL "ROSSETTI " DI TRIESTE SI RIMBOCCHI LE MANICHE!!!



T E A T R I

"NO"
 ALLA FUSIONE TRA "ROSSETTI"
E "CSS" - "NICO PEPE"!

"NO"
AL RIPIANAMENTO PUBBLICO
DEL “PROFONDO ROSSO”
DEL "ROSSETTI"!
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Pure il “Rossetti” di Trieste

 si rimbocchi le maniche
 

di Roberta Michieli 



L'omologazione e il fordismo paiono essere le linee guida della politica regionale. Linee guida ampiamente discutibili anche se oggi vanno per la maggiore tra i politici regionali che pare ignorino sia la grande ricchezza (anche sul piano economico/turistico/agroalimentare!) delle differenze culturali e linguistiche, che il concetto economico di diseconomia.

 
Troppo spesso la politica regionale dimentica che la nostra regione è una regione esclusivamente amministrativa inventata nel 1947 mettendo assieme il Friuli multilingue e pluriculturale, erede del tollerante ed europeo Patriarcato di Aquileia, con una Trieste che nel 1918 ha subito una pesante metamorfosi che l'ha trasformata da città europea quale era stata sotto gli Asburgo (da metà del 1800 al 1915), in una città che nel 1918 ha visto fuggire tutta o quasi la classe dirigente, intellettuale e imprenditoriale, austriaca, slovena e croata poi sostituita da una modestissima classe dirigente italiana. 

La politica regionale, con caparbietà persegue da anni una omologazione non accettabile da un Friuli multilingue e con una forte identità. L'omologazione è invece funzionale alla Trieste di oggi, città priva di una identità, abituata alla pioggia di capitali e contributi pubblici miliardari a fondo perduto (Fondo per Trieste e molto altro ancora). 

Anche l'attuale vicenda della fortissima pressione politica regionale (Serracchiani, Honsell e il sindaco di Trieste) affinché Trieste sia dotata di una “teatro nazionale” a spese del Teatro Stabile di Innovazione CSS e dell'Accademia Nico Pepe, trova la sua spiegazione nel quadro sopra delineato.  

Il Politeama Rossetti (Teatro stabile) risulta privo dei requisiti richiesti dal Decreto ministeriale del 1° luglio 2014 art. 10 per poter aspirare ad essere “Teatro Nazionale”. Ma, non bastasse tutto ciò, risulta essere un teatro stabile che fino ad ora ha accumulato un passivo patrimoniale che supera i due milioni di euro e ha collezionato un numero esagerato di esercizi in “rosso”.

Ricordo che nel 2012 la Regione fu costretta a concedere al Politeama Rossetti un contributo straordinario per evitargli la “liquidazione coatta”; e il “profondo rosso” di questo teatro stabile non è stato certamente determinato dai tagli del Fus (Fondo unico per lo spettacolo). 

Eppure, nonostante tutto ciò, a Trieste (ma anche a Udine dal servile Honsell!) viene considerato ovvio che Udine e il Friuli (Teatro Stabile di Innovazione CSS e Accademia Nico Pepe) si sacrifichino ai “sogni di gloria” di un un Teatro Stabile triestino, il Politeama Rossetti. Un teatro che se avesse avuto la sede legale in Friuli, nel 2012 la politica regionale non avrebbe sicuramente salvato dalla “liquidazione coatta”. Ma mentre al Friuli (Provincia di Ud, Pn e Go) non si concedono sconti e si taglia a destra e a manca, a Trieste si regalano fondi pubblici a copertura di debiti milionari (20 milioni di euro al solo teatro lirico Verdi!).
 
Relativamente al Teatro Stabile di innovazione CSS, credo sia importante ricordare che è assurdo straparlare di “basta contrapposizione tra territori”. Il Friuli e Trieste sono due realtà diversissime e non omologabili e il CSS dovrebbe porsi al servizio della particolarissima cultura multilingue del Friuli e non omologarsi in una realtà regionale posticcia.
 
Trieste non può pretendere di salvare un suo teatro cancellando importanti eccellenze di altri, né che l'ente pubblico continuamente ripiani i suoi debiti milionari. Impari a tagliare i costi e a rimboccarsi le maniche. In Friuli da sempre lo stiamo facendo, lo incominci a fare anche Trieste! 

1 novembre 2014  

Roberta Michieli – Tavagnacco
 
 
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La lettera è stata pubblicata il 2 novembre 2014 sul quotidiano IL GAZZETTINO di Udine. 

Il 4 novembre è stata pubblicata sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO di Udine. 

Il 6 novembre è stata pubblicata sul settimanale dell'Arcidiocesi di Udine, LA VITA CATTOLICA.

Il 10 novembre è stata pubblicata sul sito on-line di IL DIARI in lingua friulana

http://nuke.ildiari.eu/Coments/tabid/77/Default.aspx
 
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IL “ROSSETTI”
 
 
FA POCA PRODUZIONE


di


Remo Brunetti
 
 

Da amante del Teatro, sono molto perplesso sulla fusione che a ogni costo  la Presidente Serracchiani, il Comune di Udine e il Comune di Trieste, stanno cercando di imporre al teatro stabile CSS  e alla Accademia Nico Pepe, nell'esclusivo interesse del triestino Politeama Rossetti che in quanto a buona amministrazione lascia molto a desiderare visto i due milioni e 208 mila euro di passività patrimoniale e i numerosi conti economici in rosso fisso.

Come noto, con il Decreto Ministeriale 1° luglio 2014 sono stati modificate le modalità di finanziamento ai teatri già beneficiari del Fus (Fondo unico per lo spettacolo). Una vera rivoluzione che crea una nuova categoria di teatri, il teatro nazionale. Per poter essere finanziati come teatro nazionale il decreto all'art. 10 prevede  un “minimo”  di 240 giornate recitative “di produzione”. E questo sembra impensierire gli amministratori triestini che hanno subito mosso le loro pedine politiche alla ricerca di una soluzione.

Ma il Politeama Rossetti (teatro stabile) che tanto ambisce a diventare Teatro nazionale, quanta produzione di prosa fa oggi? E quanta  “ospitalità” è presente nel suo programma stagionale? E se escludiamo i Musical, spettacolo teatrale molto popolare e che attira molti spettatori (oltre che essere costosissimo!), cosa resta dei 170 mila spettatori di cui questo teatro si fa tanto vanto?

Formulo queste domande perchè il futuro Teatro nazionale sarà essenzialmente un teatro di produzione di prosa e non di ospitalità di Musical, caratteristica primaria del Rossetti.

Mi meraviglia poi il fatto che la politica regionale sorvoli sui conti in rosso del Politeama Rossetti. Evidentemente questo aspetto della questione per la politica regionale pare essere del tutto marginale, mentre invece è un chiaro segnale di cattiva gestione del teatro stesso.

Cercare di aggiustare il bilancio del Rossetti a spese del Friuli attraverso la fusione con CSS e Nico Pepe (ossia la cancellazione di due eccellenze teatrali friulane!) o, in alternativa, con l'ennesimo contributo regionale straordinario, ritengo siano strade non percorribili e soprattutto non accettabili.

In Friuli diciamo che “Bisugne fâ il pas daûr de gjambe”. E dunque anche il Rossetti inizi a tagliare i costi di gestione e a riformulare le sue stagioni teatrali.


E soprattutto rispetti le eccellenze teatrali della città di Udine che non sono al suo servizio!

3 novembre 2014
Remo Brunetti 
Cavazzo Carnico
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La lettera a firma di Remo Brunetti è stata pubblicata su il quotidiano IL GAZZETTINO di Udine il 4 novembre 2014

La lettera a firma di Remo Brunetti è stata pubblicata sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO di Udine il 10 novembre 2014.

 
 

mercoledì 5 novembre 2014

REGIONE - Ignorate le minoranze linguistiche nel progetto di riforma degli Enti Locali.






RIFORMA ENTI LOCALI

ASSESSORE PANONTIN

PRESIDENTE SERRACCHIANI,

PERCHE' IGNORATE

LE MINORANZE LINGUISTICHE

NEL TESTO DEL PROGETTO 
 
 
DI RIFORMA DEGLI ENTI LOCALI?

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dal sito del settimanale
 dell'Arcidiocesi di Udine

LA VITA CATTOLICA
 

Friulani, Sloveni e Tedeschi

fuori dalla mappa della Regione

4.11.2014
Aver ignorato le minoranze linguistiche nel testo del progetto di riforma degli enti locali è un affronto alla specialità della nostra Regione”. La pensano così le Province del Friuli-Venezia Giulia che richiamano l’esecutivo regionale sugli elementi identitari fondanti la nostra autonomia.
Aspetti trascurati dalla Regione cui, invece, le Province attribuiscono primaria importanza e attenzione attraverso l’impegno istituzionale di tutela. E su questa linea di difesa delle comunità, le Province intendono andare avanti con iniziative sul territorio. Giovedì 6 novembre alle ore 17.30, infatti, è convocata una riunione dell’Ufficio di presidenza dell’Upi (Unione Province italiane) del Friuli-V.G. (del quale fanno parte i presidenti delle quattro Province, i presidenti delle Commissioni permanenti, e un rappresentante dei  presidenti dei Consigli provinciali) che si svolgerà nella sede municipale di Monrupino-Repentabor (provincia di Trieste). La sede scelta per incontrare il primo cittadino, Marko Pisani, è per dimostrare concretamente l’attenzione degli enti di area vasta alle questioni attinenti la minoranza slovena che, nel comune di Monrupino-Repentabor rappresenta il 70% della popolazione.
A proporre l’incontro il presidente del Consiglio provinciale di Trieste, Maurizio Vidali che si è fatto portavoce dei diritti di tutela dei cittadini italiani appartenenti alla minoranza slovena. “La minoranza slovena, che al pari di quella friulana e tedesca, non viene mai citata nel disegno di legge, è molto preoccupata per il suo futuro – evidenzia il presidente Vidali -
Dell’impostazione del disegno di legge regionale è stata informata la console slovena a Trieste.
La proposta formulata è assolutamente disattenta alle questioni delle minoranze e viola le norme di tutela nazionale (38/2001), quella regionale (26/2007) e i trattati internazionali”.

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STATUTO SPECIALE

DELLA REGIONE AUTONOMA


FRIULI- VENEZIA GIULIA
Legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1
e successive modifiche ed integrazioni

TITOLO I
Costituzione della Regione
(…)
Art. 3

Nella Regione è riconosciuta parità di diritti e di trattamento a tutti i cittadini, qualunque sia il gruppo linguistico al quale appartengono, con la salvaguardia delle rispettive caratteristiche etniche e culturali.

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lunedì 3 novembre 2014

REGIONE AD "AUTONOMIA SPECIALE" PERCHE' "REGIONE VIRTUOSA"? VONDE MONADIS!


  
REGIONE A

"AUTONOMIA SPECIALE"

PERCHE'

"REGIONE VIRTUOSA"?

?????


VONDE MONADIS!


Ecco che nell’era di Renzi, la distinzione fra ordinarie e speciali deve essere sostituita da quella fra regioni virtuose (con i conti in ordine) e sprecone (con i conti in rosso). E il ruolo di Debora Serracchiani è centrale in questa operazione culturale, prima ancora che politica. Per mostrare al premier che non stiamo menando il can per l’aia, c’è la necessità di fare meglio e prima del Paese, di spingere sulle riforme - come la Regione vuole fare - e di proporre il Fvg come modello avanzato rispetto proprio alle regioni ordinarie (...)
Tommaso Cerno
Direttore del Quotidiano IL MESSAGGERO VENETO (Ud)


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COMMENTO

L'autonomia speciale non ha nulla a che vedere con la "virtuosità" poiché quest'ultima è un obbligo per qualsiasi amministratore pubblico.  

Le motivazioni per cui nel 1947 la nostra regione è stata inclusa nella Costituzione italiana nell'elenco delle regioni a Statuto speciale sono note e tra queste non c'è certamente la "virtuosità amministrativa" (SIC!), ridicola invenzione della Presidente Serracchiani.

Oggi la nostra regione è a autonomia speciale esclusivamente perché ha una caratteristica che le regioni a statuto ordinario non hanno: la presenza "massiccia" di minoranze linguistiche: friulanofoni, slovenofoni e germanofoni.

Così scriveva il nostro Comitato in un suo Comunicato Stampa del 30 aprile 2014:

"(...) Arrogante e presuntuosa è poi l'affermazione che abbiamo diritto alla Specialità perchè “avremmo” dimostrato di essere bravi ad amministrarci. In quanto a corretta amministrazione non siamo certo tra i primi, non più e da parecchi anni! Ed è inoltre un “dovere” di tutte le Istituzioni pubbliche il “ben amministrarsi”.(...)

Una previsione per il futuro? La perdita della specialità per ignoranza, provincialismo e sciovinismo a piene mani."


http://comitat-friul.blogspot.it/2014/05/strane-idee-sullautonomia-comunicato.html


NON ABBIAMO CAMBIATO IDEA! 

 LA REDAZIONE DEL BLOG 



giovedì 30 ottobre 2014

PERCHE' I DIRITTI NON SONO UN LUSSO IN TEMPO DI CRISI di Stefano RODOTA'

 
 


MINORANZE LINGUISTICHE


IL DIRITTO

DI AVERE DEI DIRITTI

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Perché i diritti non sono un lusso in tempo di crisi

Come fare se il mercato pretende di stabilire cosa è compatibile. Anche se si tratta di democrazia.

di STEFANO RODOTA'

(…) Con una domanda sempre più stringente: che cosa accade quando i diritti vengono ridotti, addirittura cancellati?

Molte sono state in questi anni le risposte. Proprio la centralità dei diritti fondamentali nel sistema costituzionale ha fatto parlare di diritti "insaziabili", che si impadroniscono di spazi propri della politica e che, considerati come elemento fondativo dello Stato, espropriano la stessa sovranità popolare.

Più nettamente, nel tempo che stiamo vivendo, i diritti sono indicati come un lusso incompatibile con la crisi economica, con la diminuzione delle risorse finanziarie.

Ma, nel momento in cui la promessa dei diritti non viene adempiuta, o è rimossa, da che cosa stiamo prendendo congedo?

Quando si restringono i diritti riguardanti lavoro, salute e istruzione, si incide sulle precondizioni di una democrazia non riducibile ad un insieme di procedure.

Non sono i diritti ad essere insaziabili, lo è la pretesa dell'economia di stabilire quali siano i diritti compatibili con essa.

Quando si ritiene che i diritti sono un lusso, in realtà si dice che sono lussi la politica e la democrazia.

Non si ripete forse che i mercati "decidono", annettendo alla sfera dell'economico le prerogative proprie della politica e dell'organizzazione democratica della società? (…).

Ma quale destino possiamo assegnare ad una politica svuotata di diritti e perduta per i principi?


Stefano Rodotà


dal sito internet “ www.repubblica.it ” - 20 ottobre 2014


 
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