venerdì 11 novembre 2016

"LE REGIONI A STATUTO SPECIALE CON LA VITTORIA DEL SI' AL REFERENDUM COSTITUZIONALE, PRIVE DI RAPPRESENTANTI IN SENATO!


LE REGIONI

A STATUTO SPECIALE

CON LA VITTORIA DEL "SI"
al referendum costituzionale

PRIVE DI RAPPRESENTANTI
IN SENATO!

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Documenti:
 

1) Dal quotidiano on-line

FRIULI SERA.it

nr. 160 del 4 novembre 2016
 


Regioni a statuto speciale:con vittoria del sì sarà un mega-pasticcio costituzionale


EDITORIALE

(pag. 1 e seguito a pag.9)

di FABIO FOLISI - 4 novembre 2016



Mettiamo ordine nella vicenda della incompatibilità della carica di Senatore con quella di Consigliere nelle Regioni a statuto speciale.

Diciamo che la “scoperta” della questione, attribuita strumentalmente da molta stampa a Roberto Calderoli, probabilmente nell’intento di sminuirne la portata e credibilità, è invece stata fatta in Sicilia da un comitato per il No ed era relativa allo Statuto di quella Regione. Dalla diffusione di quella notizia, in molti, noi compresi, si sono incuriositi e attivati per capire se il problema fosse relativo solo alle peculiarità siciliane o fosse presente anche in altre Regioni a statuto speciale.

Il controllo è stato tutto sommato semplice, leggere lo statuto della propria Regione.

Così si è visto, che pur con formulazioni lievemente diverse, la questione valeva per tutte le “speciali”. Calderoli ovviamente ha voluto intestarsi la scoperta suscitando l’immediata reazione del Pd che affannosamente ha cercato di metterci una pezza mediatica. Peccato che la risposta del partito di Renzi confermi la realtà dei fatti e soprattutto la verità che la riforma Boschi è tutt’altro che perfetta.
 
Dice infatti la senatrice Anna Finocchiaro presidente della commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama: A legislazione vigente l’incompatibilità tra le funzioni di consigliere regionale e quella di parlamentare è prevista anche per le Regioni a Statuto ordinario, non solo per quelle a Statuto speciale. Il Senato infatti non è, nella previsione attuale, organo di rappresentanza delle istituzioni territoriali come previsto invece dalla riforma e dunque non è composto da consiglieri regionali e sindaci. Se la riforma costituzionale entrerà in vigore l’incompatibilità verrà ‘spazzata via’ per i consiglieri delle Regioni a Statuto ordinario (visto che è prevista da legge ordinaria), mentre per quelli delle Regioni a Statuto speciale, per le quali l’incompatibilità è prevista dagli Statuti speciali (fonti di rango costituzionale), occorrerà una modifica degli Statuti, che avverrà con legge costituzionale su intesa con le Regioni interessate.(...) 
 
  Al di là dalle considerazioni resta comunque il fatto che il problema dei senatori incompatibili esiste ed esisterà per mesi, sempre che, ovviamente prevalga il si al referendum, si per il quale, più ci si informa e meno viene voglia di votare.

FABIO FOLISI

(Direttore Responsabile
del quotidiano Friuli Sera)

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2) DA FACEBOOK 



Cecotti:
«Massacrati dall’ipercentralismo».

5 novembre 2016

 

"(...) Sergio Cecotti preferisce concentrarsi sulle parole di Anna Finocchiaro, la senatrice Pd «impegnatissima per il Sì, e dunque non sospettabile di piegare verità e diritto per favorire le ragioni del No». Intervenendo sul caso sollevato dal senatore leghista, l'ex presidente della Regione, ricordato che a Finocchiaro, presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato, «si deve larga parte del testo sottoposto a referendum», aggiunge: «La senatrice non può sostenere a cuor leggero che in quel testo sono scritte autentiche scemenze: accuserebbe in primo luogo se stessa. Quando afferma che nella riforma vi sono criticità e contraddizioni, io la prendo tremendamente sul serio: sta parlando contro il proprio interesse». Il riferimento è al richiamo di Finocchiaro alla necessità di modifiche statutarie, con doppia lettura parlamentare, per superare l'incompatibilità consigliere regionale-senatore. «Se, Dio non voglia, prevalesse il Sì - osserva ancora Cecotti -, ci troveremmo di fronte due possibili scenari: il primo, più probabile, che non ci sia più il tempo in questa legislatura per una modifica degli statuti, e quindi le Regioni "speciali" semplicemente non sarebbero rappresentate nel nuovo Senato. Un esito devastante: nella prossima legislatura il Senato sarebbe chiamato a riscrivere gli statuti in ottemperanza alla norma transitoria del Renzi-Boschi, e lo farebbe in assenza dai rappresentanti delle stesse Regioni». Il secondo scenario, più improbabile secondo Cecotti, «è che già in questa legislatura il Parlamento riesca a modificare gli statuti speciali». (...)"
 
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3) E QUESTA LA REPLICA
di ETTORE ROSATO

Capogruppo alla Camera
del Partito Democratico 
 

dal quotidiano
IL MESSAGGERO VENETO (Ud)
sabato 5 novembre 2016 - pag.16

servizio a cura di Maurizio Cescon


ROSATO: "Grande bufala, fronte del NO in affanno"
 
 
(...) Rosato affida la spiegazione "tecnica" ai funzionari della Regione, ma osserva: "Abbiamo fatto tutte le verifiche del caso, abbiamo scritto le cose come stanno e ci sentiamo in una botte di ferro". "(...) Anzi, con la nuova Costituzione le Regioni Speciali avranno una tutela massima (...). Rosato ribadisce poi che "una volta in vigore la nuova Carta cambiata dopo l'esito del referendum, si applicherà la modifica implicita degli Statuti delle regioni Autonome (....). La modifica implicita su questo specifico punto evita il complicato iter per la modifica costituzionale dello Statuto, che allungherebbe a dismisura  i tempi (...)" 
 
 
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 Commento
della redazione del Blog
 
 
Ma il capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei deputati, il triestino Ettore Rosato, conosce le dichiarazioni (che ci risultano riportate virgolettate dalla stampa) della senatrice del Partito democratico Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama?

Che la senatrice Anna Finocchiaro  abbia raccontato una "grande bufala"?


LA REDAZIONE DEL BLOG
 

mercoledì 9 novembre 2016

"REFERENDUM E SPECIALITA', UN BEL GUAZZABUGLIO" di GIORGIO CAVALLO



REFERENDUM E SPECIALITÀ,

UN BEL GUAZZABUGLIO

di Giorgio Cavallo


 


          
Il comitato è nato nella convinzione che le modifiche costituzionali che saranno sottoposte a referendum sono negative sia per il modello istituzionale centrale, sia, soprattutto, per il complessivo attacco al sistema regionale e per le profonde incertezze che riguardano le regioni a statuto differenziato come il Fvg.
 
Cercare di chiarire questa incertezza è il compito centrale del nostro comitato.
 
Prendiamo atto con interesse che proprio sul tema delle specialità regionali si sta orientando un filone di dibattito che coinvolge esponenti del “SÌ” e del “NO”.
 
Ci sono due vulgate che ci riguardano. L’art.39 comma 13 della legge di modifica, la cosiddetta norma di salvaguardia, viene visto nelle due interpretazioni come un salvacondotto sicuro per un futuro radioso delle specialità: ma nella prima, quella dei filo governativi dei territori interessati, ciò deve portare a votare “SÌ”, mentre nella seconda l’acuirsi delle distanze con le regioni normali e l’inammissibile privilegio deve portare al “NO”. La posizione prima è stata espressa nei contenuti della Carta di Udine, mentre la seconda trova eco in alcuni costituzionalisti e direi anche dei governatori del nord Maroni-Zaia-Toti.
 
Bel guazzabuglio per chi come noi ritiene di piena attualità gli statuti differenziati anche in questa fase della storia dello stato italiano, ma non concorda con la stessa Carta di Udine per quanto riguarda il reale significato giuridico dell’art. 39 comma 13.
 
A nostro parere in quella norma non c’è alcuna salvaguardia reale e vincolante. La dizione, relativa alla revisione degli statuti, “sulla base di intese” è giuridicamente ambigua.

Non definisce tra quali soggetti l’intesa debba attuarsi e non chiarisce le procedure e i contenuti su cui la stessa revisione può soffermarsi. E inoltre la norma transitoria sull’intesa può essere considerata valida per l’eternità o è applicabile solo nel primo percorso di revisione dello Statuto di autonomia? Appare poi non credibile che il ruolo dei parlamentari nell’approvazione di una legge costituzionale possa essere quello delle belle statuine.

E si deve ricordare che l’obiettivo finale della stessa norma è il recepimento dei contenuti sostanziali del nuovo “Titolo V” della Costituzione relativo all’intero sistema regionale e delle autonomie locali. Un sistema che viene depotenziato e ridotto di fatto a luoghi geografici di pura delega amministrativa.
 
Quindi senza alcuna precisazione, che probabilmente non può venire che da una legge costituzionale, quella norma non dà alcuna garanzia per il futuro, ma ha l’unico effetto reale di congelare il presente della specialità regionale del Fvg.
      
Ma qual è il presente di questa specialità? È segnato da un distruzione delle sue basi finanziarie: per il 2015 la Corte dei Conti ha certificato in 1200 i milioni di riduzione delle entrate sulle partecipazioni e delle potenzialità di spesa pubblica regionale e degli enti locali. Cifra peraltro che non tiene conto di ulteriori gravami (spesa sanitaria, riduzione entrate fiscali, mancate restituzioni come nel caso dell’extragettito Imu) per almeno 300 milioni e che di per sé determina una perdita del Pil regionale vicina all’8%, così da far capire dove nasce la causa maggiore della caduta del Pil regionale pro capite da 30 mila a 26.500 euro tra il 2008 e il 2014.

Anche sul piano delle competenze, là dove queste non comportano uso di risorse, il massacro è stato identico, con l’avvallo o meno della Corte Costituzionale, tanto da far capire che la vittima-regione non reagisce quasi più e accetta una logica di rinuncia. Un esempio eclatante è quello della LR 19/2012 in materia di energia respinta dal governo in alcuni punti fondamentali e non più ripresa dalla attuale Giunta. Questa ha di fatto abdicato dall’operare in materia limitandosi alla stesura di un Piano Energetico Regionale che null’altro è che una opera letteraria ed è intervenuta sui temi di attualità (elettrodotti, centrali di produzione, etc.) con atti che sono in pratica dei comunicati stampa come quelli di un comitato di cittadini.
 
In questo quadro non è credibile che il Fvg, pur trafficando con le altre regioni a statuto speciale, possa sopravvivere senza una svolta generale che porti lo stato italiano a rivalorizzare le specialità dando piena attuazione perlomeno a quel minimo di federalismo introdotto dalle modifiche del 2001 al “Titolo V” della parte II della Costituzione. 
 
Un’ultima considerazione. Le potestà concorrenti non sono una bestemmia, gran parte del nostro attuale statuto di autonomia differenziata si basa su esse, e in generale non porterebbero contenzioso se lo stato facesse il suo dovere: cioè determinare con legge i principi fondamentali di inquadramento di tali potestà come chiede l’attuale art. 117 della Costituzione. Cosa che, come ha spiegato Onida nel suo intervento a Udine, non ha fatto in nessun caso: dal 2001 a oggi non c’è stata alcuna legge di definizione dei principi fondamentali a cui poi le leggi delle regioni dovessero attenersi. E oggi, truffaldinamente si accusa le regioni di non essersi attivate per rivendicare queste materie di potestà concorrente e altre da eventualmente definire sulla base dell’art.116 terzo comma. Nella realtà concreta non si è voluto, da parte delle burocrazie centrali e dai loro collegamenti con la politica, applicare l’attuale art. 117 della Costituzione e oggi si accusa le vittime del misfatto.
 
Per questo, poiché vogliamo che il gap tra speciali e normali si riduca, ma in una situazione dove i poteri reali di legiferare e amministrare crescano per tutti non dove invece vengono smantellati, riteniamo che votare “NO” sia un atto di saggezza.

Sappiamo che i centralizzatori e gli illusi, convinti che l’efficienza si raggiunge distruggendo la democrazia e la partecipazione, stanno in tutte le formazioni politiche italiane e che ogni risultato positivo in futuro dovrà essere strappato con i denti, ma confidiamo che il Friuli e Trieste siano in grado di esprimere la forza per tale compito.
      
Giorgio Cavallo
 
per “Sono Speciale voto NO”
 
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Il documento a firma di Giorgio Cavallo è stato pubblicato sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO (Ud), sabato 5 novembre 2016, pagina 48, rubrica "Idee".
 
La Redazione del Blog ringrazia Giorgio Cavallo per averle concesso la pubblicazione del documento.
 
I grassetti e i colori sono della Redazione del Blog. 
 
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Giorgio Cavallo è stato per quindici anni consigliere regionale (Regione Friuli-Vg); per dieci anni assessore all’Urbanistica e alla Mobilità al Comune di Udine (prima e seconda Giunta  di Sergio Cecotti). E' stato Presidente di Legambiente Friuli-Vg.

giovedì 3 novembre 2016

REFERENDUM COSTITUZIONALE - " O CON ROMA O CON LE AUTONOMIE" DI PROF. SANDRO FABBRO


REFERENDUM COSTITUZIONALE

O con Roma
o con le Autonomie

di Prof. Sandro Fabbro


Chi ritiene che la riforma costituzionale possa dare più efficienza all’attività parlamentare ha le sue ragioni ma non credo che si possa sostenere, come fanno importanti sostenitori regionali del Sì alla riforma, che questa garantirà anche più autonomia alle regioni speciali.

Questa posizione “botte piena e moglie ubriaca” non è credibile perché, pur basandosi su una lettura attenta del “testo” di riforma trascura completamente l’analisi del “contesto” e cioè delle politiche che sono il luogo vero dell’esercizio dei poteri e della spesa pubblica.

Guardiamo a tre importanti politiche per il territorio: le infrastrutture strategiche, la protezione civile, il “governo del territorio”. Queste, nell’attuale formulazione del Titolo V della Costituzione, sono “co-decise” da Stato e Regioni ma, con la riforma del Titolo V, passano totalmente in capo allo Stato. Una grande infrastruttura di trasporto o energetica potrà essere calata, per esempio, sul territorio senza tenere conto di valutazioni ed interessi locali. La protezione civile potrà essere organizzata da Roma e potrà intervenire anche nelle ricostruzioni post-disastro (ripetendo l’esito nefasto dell’esperienza dell’Aquila, altro che Modello Friuli); perfino le regole del governo del territorio (e l’urbanistica) potranno essere decise dallo Stato con grave scacco per le autonomie locali e, in particolare, per i Comuni.

Ma, dirà qualcuno, avremo più efficienza e meno costi! Non c’è alcuna prova che le cose andranno così. Sulle infrastrutture strategiche, per esempio, tralasciando, per amor di patria, corruzione e collusioni politica-affari, lo Stato italiano ha una delle programmazioni più filo-lobbistiche e sgangherate al mondo ed è lentissimo nell’attuarla certamente per mancanza di risorse ma anche perché non è stato capace di introdurre norme vere ed efficaci di confronto con i territori, come è, ad esempio, in Francia con il “débat public”. Inoltre, il costo totale del piano nazionale per le infrastrutture strategiche (Legge “Obiettivo” del 2001) è di 383,9 md: una infrastruttura in più (o in meno) equivale spesso, quindi, a decine di volte il risparmio che si avrebbe con la riforma costituzionale.

Non guardare al contesto delle politiche e dei flussi finanziari che stanno dietro certe riforme è come fermarsi alla pagliuzza e non vedere la trave! Ma andiamo avanti.

Lo Stato non è mai riuscito, dal 1942 in poi, a rinnovare la legislazione sul governo del territorio. Aveva già tutti i poteri per introdurre quei famosi standard uniformi (che il governo vorrebbe ora introdurre anche nel turismo, nella sanità ecc.). Perché, pur potendo, non l’ha fatto? E perché mai dovrebbe fare ora ciò che non ha fatto per settant’anni?

E ancora. Lo Stato non ha mai fatto una legge per la prevenzione del territorio italiano dai rischi (e quotidianamente ci accorgiamo di quanto, invece, ce ne sarebbe bisogno). Poteva farlo, eccome! Perché non l’ha fatto?

Verrebbe da pensare che certi poteri affaristico-lobbistici preferiscano calamità con danni elevati piuttosto che prevenire e ridurre lutti e danni di quegli stessi disastri. Qualcuno dirà: d’accordo, lo Stato italiano sarà anche incapace ma le Regioni cosa hanno fatto? Le Regioni non hanno sempre fatto del loro meglio è vero! Ma, nei campi suddetti, hanno legiferato ed operato. In FVG, direi, in maniera esemplare (senza richiamare il Modello Friuli di ricostruzione, anche il Piano Urbanistico Regionale è stato, per decenni, un esempio di scuola). Se passa questa riforma, quindi, pensando che certe materie saranno sottratte al controllo dei territori e portate a Roma, c’è veramente da mettersi le mani nei capelli. Verrà meno, cioè, ogni necessario bilanciamento tra poteri diversi che, nell’interesse generale, è la premessa di maggiore trasparenza, sostenibilità ed anche efficienza delle politiche e della spesa.

Come non bastasse, per evitare che qualcosa sfugga al suo controllo, lo Stato introduce anche la “clausola di supremazia”, secondo la quale lo Stato potrà intervenire ed appropriarsi anche di materie non sue quando lo richieda “la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica” (sic!).

Conosco la facile obiezione: ma tutto questo riguarda solo le regioni ordinarie perché le speciali, con la legge di modifica costituzionale, sono protette dalla “clausola di salvaguardia” che le tutela fino alle ”intese” (con chi?) per la revisione degli Statuti! Gli apologeti locali del Sì stanno dicendo, cioè, che noi, in piena solitudine, non solo salveremo la nostra specialità ma avremo addirittura la “grande opportunità”, rivedendo lo statuto, di ampliarla. Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, in una sua recente conferenza a Udine, organizzata dall’Associazione Friuli Europa, ha sostenuto che si stratta di strumenti di difesa e peraltro precari e momentanei. Ma è evidente a tutti che, se nell’ottanta per cento del territorio italiano (nelle regioni ordinarie, cioè), si torna ad uno Stato centralista, è impensabile che un gruppetto di “speciali”, pur volenterose, siano capaci, da sole, di traguardare addirittura le nuove mete del costituzionalismo europeo. Nulla si può escludere, per carità. Ma è certamente assai più logico e probabile che, con l’accentramento di poteri contenuta nel Titolo V e con la famigerata clausola di supremazia, si determini, anche se a tappe, il ritorno di un comando e controllo statale su tutti i territori regionali.

Per cui, delle due l’una: o si sta con Roma o con le autonomie!
 
O si vota Sì, ma non si deve spacciare per grande opportunità quella che sarà la sconfitta storica del regionalismo italiano, oppure si ritiene che la marcia solitaria delle “speciali”, in un deserto neo-centralista, non è credibile e, quindi, si difende il regionalismo italiano nel suo complesso e si vota no.


PROF. SANDRO FABBRO

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Il documento a firma del Prof. Sandro Fabbro è stato pubblicato mercoledì 26 ottobre 2016 sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO di Udine (pagina 1 e seguito a pagina 7).

La Redazione del Blog ringrazia il Prof. Sandro Fabbro per averle concesso la pubblicazione della sua ottima analisi.
 
Il grassetto e la colorazione sono della Redazione del Blog.  

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Il Prof. Sandro Fabbro è docente presso l'Università di Udine. Dal 1995 tiene corsi di Pianificazione territoriale, di Politiche urbane e territoriali e di Tecnica Urbanistica presso i Corsi di Laurea in Ingegneria Civile ed in Ingegneria dell'Ambiente e delle Risorse e di Urbanistica presso il Corso di Laurea in Scienza dell'Architettura.

domenica 30 ottobre 2016

"IL VERO QUESITO: APPROVATE DI SPEGNERE LA POLITICA E NON OPPORVI AL POTERE?" di RANIERO LA VALLE



REFERENDUM COSTITUZIONALE

Dal Blog di

RANIERO LA VALLE 

http://ranierolavalle.blogspot.it/


IL VERO QUESITO: APPROVATE DI SPEGNERE LA POLITICA E NON OPPORVI AL POTERE?


 
di RANIERO LA VALLE







Raniero La Valle - Terzo discorso sulla verità del referendum


Discorso tenuto il 7 ottobre 2016 nella Sala consiliare della Provincia a Matera.


venerdì 14 ottobre 2016


Mentre in Italia, nel mondo, nel Mediterraneo, in Siria, a Calais c’è tanta disperazione, noi siamo costretti a devolvere due mesi della nostra vita privata, e se non della nostra vita privata, della nostra vita pubblica, al referendum per cambiare la Costituzione.
 
Questo referendum è stato caricato, da chi pretende l’approvazione della riforma, di significati epocali. Lasciamo stare i catastrofismi di chi dice che se non vince il Sì ci sarà una crisi come quella del ’29 con la gente che si suicida per la strada. È vero però che il 4 dicembre è stato enfatizzato come lo spartiacque da cui tutto dipende. Renzi ci aveva messo perfino la testa di presidente del Consiglio, anzi aveva messo in palio, come in “Lascia o raddoppia”, la sua stessa carriera politica; poi se ne è pentito e ora questo non lo dice più “nemmeno sotto tortura”. Però non pensa ad altro. Di fatto ha smesso di governare, perché notte e giorno non fa che dedicarsi, in ogni TV e in centinaia di comizi, alla propaganda per il Sì. Questo vuol dire che la cosa è veramente importante anche per noi; forse davvero il 4 dicembre è uno spartiacque.

Uno spartiacque?

Ma spartiacque di che? Non può trattarsi solo del fatto che Renzi resti o se ne vada. Per quanto possa essere rilevante che ci sia un segretario fiorentino a palazzo Chigi, l’esserci o non esserci di Renzi non può rappresentare lo spartiacque di alcunché. I presidenti del Consiglio passano in fretta, e di molti poi non ci si ricorda più. Dunque lo spartiacque deve riguardare qualche altra cosa. Di che spartiacque si tratta?

(…) La vera posta in gioco del 4 dicembre è perciò che la democrazia non si riduca a uno scudo per garantire i governi, ma divenga un popolo in lotta per una società nuova.

(…) Il sistema economico globale, in cui 62 persone detengono la metà della ricchezza dell’intera popolazione mondiale, non è in grado di reggere la vita dei 7 miliardi 349 milioni di abitanti della terra. E per quanto riguarda l’Italia tutti sanno che non c’è lavoro, le fabbriche che c’erano si dislocano in Paesi dove non c’è ancora il costo dei diritti, o dove non si pagano le tasse o dove conviene di più, a cominciare dalla FIAT che invece, quando si è fatta la Costituzione, stava a Torino. La crescita è zero. I licenziamenti sono aumentati del 7,4 % rispetto all’anno scorso, dopo la vetrinetta del Jobs Act. Secondo la Caritas si è passati da un milione e 800.000 poveri del 2007, a 4 milioni 600.000 del 2015 (il 7,6 per cento del totale). I giovani sono costretti ad andarsene, è questa la vera ricchezza che ci sfugge: negli ultimi dodici mesi 107.529 italiani hanno lasciato il Paese, diecimila in più rispetto all’anno prima. (...)

Per operare questo passaggio, ciò che è necessario non è confermare o rafforzare il potere, ma cambiare la società e le opere del potere.

E qui veniamo al referendum. Esso vuole rendere più efficiente il potere, vuole conservarlo più forte e più prepotente di prima. Dice Renzi (e dice anche Napolitano) che ci si sta provando da 30 anni - a fare la riforma - e non ci si è ancora riusciti. Questa sarebbe la volta buona. Ma ciò vuol dire che è una riforma che risponde ad esigenze di 30 anni fa, è la riforma del tempo di Craxi, non del tempo di oggi. Il potere di allora doveva vedersela con competitori interni agguerriti, incalzanti, c’erano i partiti, i sindacati, l’associazionismo, c’erano i radicali col loro ostruzionismo, i movimenti per la pace, gli altri movimenti d’opinione. Il potere era in difficoltà. Oggi invece all’interno il potere è del tutto a suo agio, volitivo e spregiudicato. Libero e farfallone, il potere oggi si libra sul deserto della partecipazione politica. È dal di fuori invece che è tallonato, dominato, è svuotato da poteri esterni più grandi di lui, Bruxelles, le banche, i mercati, è assediato dagli spread e dai paradisi fiscali. Sono questi poteri che gli impediscono ogni possibile politica economica, che vietano ogni investimento o intervento pubblico, che portano all’estero le principali fonti di ricchezza del Paese, i giovani e le fabbriche.

Una riforma adatta ai tempi dovrebbe quindi rilanciare la politica, questa è la vera risorsa che dovremmo mettere in campo per superare lo spartiacque tra l’anno della misericordia e l’età della misericordia, tra il 20 novembre e il 4 dicembre.

Invece la verità del referendum sta nell’intenzione di minimizzare l’opposizione e spegnere la politica. Intanto si mette fuori gioco il Senato. Renzi ha confessato nelle sue maratone televisive che è “un incubo” dover avere la fiducia dalla Camera e dal Senato. Poi si fa della Camera, con la legge elettorale, una platea di consenzienti. Poi si prevarica sulla presidenza della Camera dando al governo di decidere il calendario e pretendere le leggi a data fissa. Poi si tolgono tutti i poteri (cioè la politica) alle Regioni, con il rovesciamento della scelta di fondo del Titolo V, che era il regionalismo, non la supremazia statale. Poi vengono ostruite le vie della democrazia diretta: sono richieste 150.000 firme (con notaio e tutto) invece di 50.000 perché i cittadini possano presentare una proposta di legge, e se poi si vorrà avere qualche speranza di mandare a buon fine un referendum, si dovranno raccogliere 800.000 firme invece di 500.000. (…)
 
RANIERO LA VALLE 
 
 
LEGGI TUTTO IL DOCUMENTO:


 
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martedì 25 ottobre 2016

RIFORMA COSTITUZIONALE - "LA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA" NON TUTELA L'AUTONOMIA SPECIALE!!


 
 
RIFORMA COSTITUZIONALE
RENZI-BOSCHI

"LA CLAUSOLA
DI SALVAGUARDIA"

NON TUTELA
L'AUTONOMIA SPECIALE!!


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Dal sito internet del settimanale dell'Arcidiocesi di Udine, LA VITA CATTOLICA


 
 
POKER CON LE RIFORME:
 
IN PALIO LA SPECIALITA'
 
 
Dall' Editoriale a firma di Roberto Pensa
pubblicato il 12 ottobre 2016
sul settimanale LA VITA CATTOLICA
 
 

"(...) Nel testo della riforma costituzionale su cui saremo chiamati ad esprimerci il 4 dicembre, c’è scritto ben altro, purtroppo. È vero, c’è una «clausola di salvaguardia» delle attuali autonomie speciali: la riforma costituzionale non si applica alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome «fino alla revisione dei rispettivi statuti sulla base di intese con le medesime Regioni e Province autonome»

Il problema è che, una volta raggiunta l’intesa, su base paritaria, ad approvarla dovrà essere il Parlamento, e in particolare quel Senato delle autonomie in cui saranno maggioranza schiacciante i rappresentanti delle Regioni Ordinarie, non teneri rispetto ai maggiori poteri delle Speciali, vissuti come privilegi. Ogni senatore potrà proporre emendamenti all’intesa, che la maggioranza potrà approvare a suo piacimento. (…)"
 
Roberto Pensa

Direttore Responsabile del settimanale "LA VITA CATTOLICA"
 
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martedì 18 ottobre 2016

REFERENDUM COSTITUZIONALE - IL VERO QUESITO: "VUOI CHE VENGA CANCELLATO L'ART. 5 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA?"


REFERENDUM COSTITUZIONALE

DEL 4 DICEMBRE 2016


IL VERO QUESITO:

1)   VUOI    CHE   VENGA    “CANCELLATO”
IL FONDAMENTALE PRINCIPIO AUTONOMISTICO PREVISTO ALL'ART. 5 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA ?

2) VUOI CHE  LA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE   SIA   SOSTITUITA DA "UN UOMO SOLO AL COMANDO"?

3) VUOI CHE IL SISTEMA REGIONALISTICO VOLUTO DAI PADRI DELLA COSTITUZIONE ITALIANA VENGA SMANTELLATO E TUTTE LE COMPETENZE PIU' IMPORTANTI  PER LA GESTIONE DEL TERRITORIO SIANO GESTITE "IN VIA ESCLUSIVA" DAL POTERE CENTRALE (STATO e GOVERNO) CON  - IN PIU' - LA CLAUSOLA COSTITUZIONALE DELLA "SUPREMAZIA DELLO  STATO" ANCHE NELLE POCHE COMPETENZE LASCIATE ALLE REGIONI ? 

SI         NO

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PRINCIPI FONDAMENTALI

DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

ART. 1 – 12:



Articolo 5

della Costituzione italiana



La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento [cfr. art. 114 e segg., IX].


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Commento della Redazione del Blog


1) Il principio autonomistico è uno dei “principi fondamentali” e “non modificabili” della Costituzione italiana. Con la riforma costituzionale Renzi – Boschi (legata strettamente alla riforma elettorale ITALICUM), questo principio verrà AGGIRATO a favore di una pericolosissima centralizzazione del potere nelle mani di un “uomo solo al comando” in aperta violazione del principio autonomistico.


2) dal sito internet “Impariamo la Costituzione”



L’articolo 5 introduce, in via di principio, la garanzia di un’ampia libertà conferita alle diverse collettività territoriali nel perseguimento e nella gestione di interessi locali, mediante il riconoscimento di una posizione di autonomia in favore dei rispettivi enti esponenziali. Con l’articolo 5 Il principio autonomistico da modello organizzativo è elevato a principio fondamentale dell’ordinamento costituzionale.
  
3) Cosi si è espresso l'Avv. Prof. VALERIO ONIDA - Presidente Emerito della Corte Costituzionale - il 17 ottobre 2016 a Udine


"la proposta Boschi-Renzi è estremamente pericolosa per il regionalismo italiano, che è principio fondamentale della Costituzione (art. 5)... la revisione costituzionale prossimamente sottoposta a referendum ha chiaramente una tendenza centralistica e un volto anti-regionalista, con disposizioni punitive nei confronti delle Regioni anzitutto ordinarie....  anche le clausole transitorie previste per le Regioni a Statuto Speciale sono ambigue e pericolose ... se vince il SI, anche le Regioni Autonome, ad esempio nel nuovo Senato (che non è una vera Camera delle Regioni e seguirà impostazioni di carattere politico-partitico, restando libero di proporre emendamenti per la futura revisione dei loro Statuti Speciali, anche in senso diverso rispetto a qualsiasi intesa paritetica Stato-Regione), risentiranno di un nuovo contesto ulteriormente e pesantemente anti-autonomista, caratterizzato oltretutto da avversione proprio nei confronti della specialità, che pure avrebbe tuttora molte giustificazioni geografiche e storiche e anche linguistiche.... le Autonomie Speciali non riusciranno mai a sopravvivere per molto tempo allo svuotamento quasi completo del sistema regionale ordinario che deriverebbe da questa riforma, poiché le altre Regioni, se svuotate di potere, cercheranno una qualche forma di compensazione ... le Autonomie Speciali non vivono nel vuoto; devono anch'esse temere questa riforma; mi meraviglio che non abbiano alzato la voce per difendere anzitutto il loro diritto all'autonomia, ma anche più in generale tutto il sistema regionale anche ordinario, e indirettamente i loro stessi interessi alla differenziazione più avanzata ... Se vince il SI, il nuovo clima sarà dominato da una pericolosa concentrazione di potere in capo allo Stato centrale e al Governo, che sta già svuotando molte forme di democrazia territoriale diretta, come quella provinciale, già passata in regime di secondo grado e oramai prossima all'abolizione completa......

io al prossimo referendum del 04 Dicembre 2016 voto NO

Avv. Prof. Valerio Onida, Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Udine il 17 Ottobre 2016)


(Fonte: avv. Luca Campanotto – Udine - presente  alla conferenza ieri  17 ottobre.)

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Questo il link al video "You tube" della conferenza, in difesa del regionalismo e delle autonomie, tenuta ieri 17 ottobre 2016 a Udine, dal prof. Valerio Onida, Presidente emerito della Corte Costituzionale.

https://youtu.be/rD-nAytEk5M


(Fonte "Associazione Friuli Europa", che la redazione del Blog ringrazia)


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VOTIAMO “NO”

IL 4 DICEMBRE 2016


PER DIFENDERE:

LA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE

LA SOVRANITA' DEL POPOLO ITALIANO

E L'AUTONOMIA SPECIALE
DELLA NOSTRA REGIONE


LA REDAZIONE DEL BLOG

domenica 16 ottobre 2016

REGIONE FRIULI-VG - VIABILITA' - LETTERA APERTA ALL'ASSESSORE REGIONALE MARIAGRAZIA SANTORO


Comitât pe Autonomie e pal Rilanç dal Friûl
Comitato per l'Autonomia e il Rilancio del Friuli
Udine

 
REGIONE FRIULI-VG
 
Lettera aperta all'assessore regionale
arch. Mariagrazia Santoro

e, p.c. agli organi di informazione
 
 
VIABILITA' REGIONALE



Gentilissima arch. Mariagrazia Santoro,

a molti friulani sfugge sempre più il senso delle scelte regionali sulla viabilità e forse servirebbe, da parte Sua, una presa d'atto e un chiarimento in merito a queste perplessità.

Solo nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito a:

realizzazione di un tratto di terza corsia in Veneto, zona peraltro già servita anche dalla A28 su cui può essere deviato il traffico diretto nel trevisano ed in futuro verso la pedemontana veneta in fase di realizzazione e posticipando il ben più urgente tratto tra Palmanova e Latisana;

Manzano – Palmanova che arriva con trent'anni di ritardo rispetto alle esigenze del “triangolo della sedia” ed oggi di ben scarsa utilità;

insistenza, oggi rilanciata, su studi e proposte relative alla Gemona – Sequals;

ipotesi di un collegamento autostradale tra Amaro e il Bellunese.

Riteniamo che il vero problema sia il collegamento sull'asse principale dell'economia friulana, ovvero Gorizia – Udine - Pordenone. In particolare constatiamo che Udine è sempre più isolata verso ovest, sia per la viabilità che per il collegamento ferroviario.

Non sono accettabili gli attuali tempi di percorrenza della SS 13 e si continua a non capire né i ritardi sulla circonvallazione sud-ovest di Udine né perché non si voglia vedere l'importanza strategica di una bretella autostradale Udine – Pordenone che permetterebbe un collegamento rapido con la pedemontana veneta e le aree industriali venete, oltre che essere una valida alternativa alla A4. Soli 40 km ben più semplici, utili e meno costosi di autostrade in Carnia, di terze corsie e alta velocità nella Bassa friulana!

Oppure l'impressione diffusa che si voglia tenere Udine in uno “splendido isolamento” non è sbagliata?

RingraziandoLa per l'attenzione vorremmo una Sua cortese risposta in merito.

 
dott. Paolo Fontanelli

presidente
 
Comitato per l'autonomia e il rilancio del Friuli



P.S. Le segnalo che negli incroci attorno all'aeroporto regionale di Trieste (sic!) non c'è alcun cartello che indichi quale strada prendere per arrivare a Udine, “tanto i furlani i sa dove andar”.

 Udine, 15 ottobre 2016