mercoledì 15 agosto 2012

FRIULI - DECENTRAMENTO E' SINONIMO DI ACCENTRAMENTO? - Articolo a firma del Prof. Gianfranco D'Aronco



FRIULI
DECENTRAMENTO
E’ SINONIMO
DI ACCENTRAMENTO?



(…) Noi autonomisti abbiamo lavorato dal 1945 perché la Regione andasse al servizio degli antiautonomisti?
Perché decentramento volesse dire accentramento?
Altri tempi: Alcide De Gasperi a Udine, 1950: “Se l’Italia fosse tutta come il Friuli, potremmo camminare”.
Verrebbe da ridere, se non venisse da piangere.

Gianfranco D’Aronco

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ATTENTI AL FRIULI
di
PROF. GIANFRANCO D’ARONCO

         Che a Roma non sappiano o non sapessero cos’è il Friuli, pazienza. Ma non lo sanno neanche, esattamente, molti friulani. Per cui occorre ogni tanto spiegarglielo.

Tanto per cominciare: “Siede la patria mia fra i monti, e ‘l mare”, scriveva Erasmo di Valvason nel 1591, “e ‘l Tagliamento l’interseca, et parte”, mentre lo “chiude Liquenza con perpetuo fonte”. Pacifico Valussi nel 1868 affermava che il Friuli, per 350 anni Stato autonomo con il Patriarcato, è nettamente a sé “con una sua geografia, una sua lingua, un suo costume, piccolo compendio nell’universo nieviano”: è “la Regione” per antonomasia, è “la Patria”.

Nel 1915 Bindo Chiurlo scriveva una frase magistrale, che occorrerebbe far mandare a memoria agli immemori: “Il Friuli è, ancora, una delle regioni meglio segnate della Penisola. Posto fra Italia e Slavia, fra Venezia e Germania, sulla via maestra delle incursioni barbariche, ebbe per lungo tempo una storia a sé, ha una lingua e una letteratura sue, e, con esse, una sua intima vita, diversa da quella delle genti che lo premettero e lo corsero per ogni lato, e contro le quali resistette, aperto a ogni influsso e pur tenace nella sua individualità; permeato da popoli diversi, e tuttavia così forte da respingerli o da fonderli in una gagliarda unità”.

Lo stesso anno Giuseppe Girardini affermava che il Friuli “costituisce una unità geografica ed etnica, con una propria lingua, una propria storia”. E nel primo dopoguerra: “Il Friuli non è soltanto una Provincia, fu uno Stato ed è una Regione”. Innegabile la unità storica, geografica, etnica.

Per passare ad altro testimone autorevole, ecco Arrigo Lorenzi il quale, nel discorso di apertura del XIII Congresso geografico nazionale italiano da lui presieduto, asseriva nel 1938 che il Friuli possiede “un’unità geografica bene determinata da caratteristiche fisiche e antropiche”. “Il territorio può essere a lungo politicamente diviso, non di meno il concetto dell’unità regionale non si smarrisce, perché nel popolo c’è la coscienza di quest’unità”. Poche righe: una specie di ABC per i renitenti.

Che i confini storici e naturali della nostra terra vadano dalla Livenza al Timavo è pacifico: così come a nord Sappada è Friuli. Pare che la burocrazia centrale (il più forte partito che esista oggi in Italia) voglia un po’ alla volta adattarsi ad aggiornare le sue scartoffie, prendendo atto dei risultati degli appositi referendum.

Dico anche per una parte almeno del Portogruarese, che Pordenone trascura, pur facendo parte di una stessa Diocesi (Sappada è da sempre in Diocesi di Udine).

Guardiamo ora al Friuli orientale, vale a dire al Goriziano, chiamato anche Isontino. Gorizia, anzi Santa Gorizia (in friulano Gurize, in sloveno Gorìca, in tedesco Görz), è rinata dalla distruzione dopo il 1918. La sua friulanità (le testate dei giornali del luogo recavano sempre la parola Friuli) fu subito rivendicata. “Al cjante in un sôl mût, di ca e di là dal Judri il rusignûl”, aveva scritto Pietro Zorutti. Significativo il fatto che nel 1919 proprio a Gorizia è nata la Società filologica friulana. Nell’arco di secoli, da Gian Giuseppe Bosizio a Carlo Favetti a Franco de Gironcoli, Gorizia è stata culla di poeti in friulano. Non è senza significato che si tiene in questi giorni nel capoluogo isontino un grande raduno dell’associazione Friuli nel mondo, presenti più di mille emigranti che non sono diventati apolidi e non dimenticano di essere figli o nipoti di friulani.

Ma a Trieste non spiacerebbe allargare la sua Provincia, fatta di ben sei Comuni (di cui quattro appollaiati sul Carso), incamerando Gorizia. Nel frattempo la città è tra color che son sospesi, con  politici reticenti finora all’invito di aderire alla Unione delle Province friulane.

         Dall’altra parte c’è Pordenone, che è cosa diversa dal Pordenonese o Destra Tagliamento, dove si parla in larga misura in friulano. L’aspirazione della città del Noncello a diventare Provincia è di lunga data. Ma la iniziativa è partita concretamente ai primi degli anni ’60, per opera delle sinistre. A Udine il partito di centro si oppose fermamente (protagonista l’allora presidente della Provincia), nel nome della unità del Friuli, sbagliando in pieno.  Bisognava “quieta non movere”.  Ma intanto prevalsero a Pordenone gli esponenti di quello stesso partito, e Udine arrivò in ritardo a collo torto, non senza lasciare un pesante strascico. Ci volle ancora qualche anno, e Pordenone ebbe quanto desiato, seguendo un iter sostenuto dal buon senso di Tiziano Tessitori: prima la Regione (1964) e poi la Provincia (1968). Non era più tempo di polemiche, e ci si mise a ricucire lo strappo. La friulanità non era in discussione, come testimoniò l’allora sindaco Giacomo Ros. “La  Provincia di Pordenone non è nata come elemento di rottura dell’unità friulana, che è comunanza di vicende storiche insieme sofferte, di tradizioni, di aspirazioni, di interessi, ma, nel quadro di questa intatta e permanente unità friulana, ma come elemento di equilibrio territoriale”.

         Non pare che questi concetti siano stai fatti propri da tutti i successivi politici del luogo. Tra gli ultimi un sindaco, che ha fatto annullare una delibera a suo tempo assunta dal suo Consiglio, in favore della lingua friulana (nella quale lingua Pasolini aveva scritto indarno le “Poesie a Casarsa”). E un presidente di Provincia che, novello Napoleone sul ponte di Arcole (non Arcore), piuttosto che perdere l’ente per la riforma montiana, così duramente conquistato, dichiarava: “Non staremo mai sotto Udine“. “Siamo pronti ad andare sul ponte del Tagliamento per difendere la nostra Provincia”.

         Ma abbiamo soprattutto un presidente della Regione speciale (che a suo tempo aveva dichiarato di non credere all’autonomismo), il quale, di fronte alla prospettiva del governo di cancellare le piccole province – virtuose o indebitate alla pari -, non reagisce con un doveroso “Giù le mani dalla Regione” (che in materia di enti locali ha facoltà legislativa primaria), ma addirittura afferma che tanto vale eliminarle tutte.

Meno male che “per quelle speciali”, come ha sottolineato una notevole firma su un importante quotidiano, “lo Stato centrale nulla può, tranne un atto di indirizzo”. E’ sopravvenuto poi un emendamento: saranno le stesse regioni normali a decidere come accorpare o eliminare.

Senonché – avvisa il governatore che sappiamo – una Provincia friulana e una Trieste metropolitana (esattamente quello che indicano e la buona politica e il senso comune) vorrebbe dire spaccare la Regione. Laonde per cui, conclude,  meglio nessuna Provincia. Così tutto andrebbe in capo a Trieste, come volevasi dimostrare da chi si affanna  a eliminare o ad accorpare Ater, Erdisu, Consorzi di bonifica, Agenzie del lavoro, Camere di Commercio, ospedali minori eccetera, concentrando tutto o quasi in un’unica felice città, con di più fuori mano.

Noi autonomisti abbiamo lavorato dal 1945 perché la Regione andasse al servizio degli antiautonomisti? Perché decentramento volesse dire accentramento? Altri tempi: Alcide De Gasperi a Udine, 1950: “Se l’Italia fosse tutta come il Friuli, potremmo camminare”.  Verrebbe da ridere, se non venisse da piangere.


Gianfranco D’Aronco

PRESIDENTE

COMITATO PER L’AUTONOMIA
E IL RILANCIO DEL FRIULI


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L’articolo è stato pubblicato sul quotidiano IL MESSAGGERO VENETO (Ud) il 5 agosto 2012

lunedì 13 agosto 2012

MINORANZE LINGUISTICHE: BOCCIATO DALLA CAMERA DEI DEPUTATI UN ORDINE DEL GIORNO CHE CHIEDEVA IL RIPRISTINO DELLA LEGALITA' COSTITUZIONALE



CAMERA DEI DEPUTATI
7 AGOSTO 2012

MINORANZE LINGUISTICHE

-        ACCOLTI DALL’AULA DUE “INUTILI” ORDINE DEL GIORNO

http://comitat-friul.blogspot.it/2012/08/un-inutile-ordine-del-giorno.html-   

     
-      “BOCCIATO” DALL’AULA UN ORDINE DEL GIORNO CHE CHIEDEVA IL RIPRISTINO DELLA LEGALITA’ COSTITUZIONALE.

Dal sito internet del Comitato 482


Oneri aggiuntivi
e diritti calpestati


Abbiamo soltanto un problema di oneri aggiuntivi.” Con queste parole il rappresentante del Governo italiano Gianfranco Polillo, sottosegretario di Stato per l’economia e le finanze, ha espresso la sua contrarietà all’ordine del giorno promosso dall’on. Federico Palomba (IdV) e sottoscritto dai deputati Carlo Monai (IdV), Caterina Pes (PD), Ivano Strizzolo (PD), Fulvio Follegot (LN), Manlio Contento (PdL), Mauro Pili (PdL), Settimo Nizzi (PdL) e Giovanni Paladini (IdV). Ordine del giorno che, vista l’opposizione del Governo, è stato bocciato con 355 no, 132 sì e 12 astenuti.
Quale il motivo del contendere? Il fatto che l’ordine del giorno, se approvato, avrebbe impegnato il Governo Monti ad intervenire affinché fosse mantenuta la regola che fissa come base di calcolo per le Istituzioni Scolastiche Autonome il numero minimo di 400 alunni in ragione della loro appartenenza ad aree in cui sono presenti minoranze linguistiche riconosciute con la legge statale 482/99. In pratica a superare quell’aberrazione storica e giuridica rappresentata dal concetto di “minoranze di lingua madre straniera introdotta dal decreto n. 95/2012 in materia di revisione della spesa pubblica che il 7 agosto, con il voto conclusivo della Camera dei Deputati, è diventato legge. Una legge che, se diamo credito alla relazione tecnica che accompagnava il decreto legge, qualificava come dialetti il friulano, il  sardo e l’occitano, in aperto contrasto con la 482/99.
Ad essere approvati sono stati invece altri due ordini del giorno sul medesimo argomento – primi firmatari l’on. Caterina Pes (PD) e Angelo Compagnon (UDC) – in cui si impegna il Governo italiano a “valutare l’opportunità, nel rispetto degli equilibri di finanza pubblica” di riconsiderare la propria posizione in modo da non discriminare alcune minoranze rispetto ad altre. Il che, detto in soldoni, significa che il rispetto dei diritti linguistici garantiti dalla Costituzione italiana, dalla legge statale 482/99 e dalla Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali dipende dalla disponibilità di risorse finanziarie e dalla volontà di un Governo formato da persone che nessun cittadino italiano ha votato.
Nonostante l’intervento di alcuni parlamentari friulani e sardi – non ci interessa fare classifiche su chi ha operato di più e meglio, toccherà agli elettori farlo – il dato reale è che, a parte una vaga promessa di ripensamento da parte del Governo italiano, la legge opera una discriminazione tra le diverse minoranze che pone friulani e sardi, cioè le due maggiori comunità minorizzate, nella categoria più bassa. Un rischio che, se non si interviene subito e con decisione, potrebbe riproporsi anche con il disegno di legge di ratifica della Carta europea delle lingue regionali e minoritarie visto che il testo uscito dalle Commissioni prevede per friulano, sardo ed altre lingue il grado di tutela più basso, in diversi casi inferiore perfino a quanto previsto dalla legge 482/99. Un tema, questo, che in Sardegna ha mobilitato anche il Consiglio regionale, autore di un ordine del giorno unanime che invita il Parlamento a rivedere la propria posizione, mentre in Friuli – Venezia Giulia a quanto pare tutto tace. In ogni caso, con o senza il sostegno della Regione, per i nostri parlamentari il lavoro non è affatto finito.
È probabile che per la maggioranza delle persone, impegnate a rimanere a galla in un periodo di crisi che sembra non voler finire, si tratti di argomenti di poco conto. Ci si permetta di dissentire per almeno tre ragioni, due di natura più “locale” e una di interesse generale.
1) La problematica sollevata riguarda direttamente la posizione di alcune decine di dirigenti scolastici (principalmente nelle Regioni Friuli – Venezia Giulia e Sardegna), ma indirettamente influisce sull’autonomia e sulle dimensioni degli istituti scolastici. Non è un caso che la questione abbia allarmato e non poco i sindacati, anche quelli che in altri periodi si erano dimostrati piuttosto tiepidi – ci si passi l’eufemismo – sulla presenza delle lingue minorizzate nella scuola. Come non è un caso che l’assessore regionale competente Roberto Molinaro abbia recentemente confermato l’intenzione di impugnare l’articolo di legge in questione davanti alla Corte Costituzionale: un’iniziativa che come Comitato 482 avevamo già sostenuto e che ci auguriamo venga concretizzata al più presto. La presenza della lingua friulana nelle scuole infatti non riguarda solo il rispetto dei diritti linguistici, ma anche quello della volontà popolare (la richiesta giunge da oltre 39mila famiglie, più del 70% dei genitori delle aree friulanofone) e la stessa organizzazione scolastica (scuole più vicine al territorio, numero maggiore di insegnanti, ecc.). Se è vero che la qualità dell’istruzione è un investimento per il futuro, non c’è dubbio che per il Friuli questa sia una questione davvero importante.
2) Particolari condizioni economiche, presenza di confini, area di rilevanza logistica e infrastrutturale, amministrazione responsabile: di tentativi per motivare la specialità della nostra Regione ne abbiamo sentiti davvero tanti, ma nessuno – a meno di non voler essere ipocriti – che non valga anche per alcune Regioni a Statuto ordinario. L’unica ragione di specialità rimane quindi il fatto che la maggioranza della popolazione del Friuli – Venezia Giulia parla una lingua diversa da quella statale. La difesa dell’autonomia passa dunque da lì: prima tutta la classe politica regionale se ne renderà conto e maggiori saranno le speranze di mantenere la specialità con tutto ciò che ne consegue in termini di vantaggi per i cittadini, anche quelli che non parlano friulano, sloveno o tedesco. Per giocarsi la carta della diversità linguistica è però necessario attuare politiche serie per la promozione delle lingue proprie del territorio. Non basta parlare, si deve fare: un esempio arriva da quanto ha saputo fare negli ultimi anni la Provincia di Trento in particolare per i ladini.
3) Il principio che si cela dietro il modo in cui il Governo italiano è intervenuto su questo tema è estremamente pericoloso, anche per quanti oggi non ne sono direttamente toccati. “Non c’è una contrarietà in linea di principio – ha spiegato il sottosegretario Polillo – abbiamo soltanto un problema di oneri aggiuntivi.” Con un linguaggio apparentemente neutro si afferma così un principio devastante: nessuno mette in dubbio i diritti, ma visto che per garantirli non ci sono soldi (per altre cose sì) non c’è nulla da fare… Si tratta di un problema che riguarda tutti. È infatti in atto uno scontro tra chi ritiene che tutto sia sacrificabile – a cominciare dai diritti dei più deboli – in nome del pareggio di bilancio o della riduzione dello spread, e chi ritiene che la strada per uscire dalla crisi sia un cambiamento del sistema. Oggi a rappresentare degli “oneri aggiuntivi” per la società sono alcune minoranze linguistiche, domani tocca a lavoro, scuola e salute, ma forse, come dice il cantautore friulano Lino Straulino in un suo pezzo, “il doman al è za cumò”.

Udine, 11 agosto 2012


Il portavoce del Comitato 482
Carlo Puppo
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giovedì 9 agosto 2012

UN "INUTILE" ORDINE DEL GIORNO, "INUTILMENTE" ACCOLTO DALLA CAMERA DEI DEPUTATI


Atto Camera
Ordine del Giorno 9/05389/032
Martedì 7 agosto 2012,
seduta n. 678


UN “INUTILE”
ORDINE DEL GIORNO
 “INUTILMENTE”
ACCOLTO
DALLA CAMERA DEI DEPUTATI


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Atto Camera

Ordine del Giorno 9/05389/032
presentato da
COMPAGNON Angelo
testo di
Martedì 7 agosto 2012, seduta n. 678


La Camera,
premesso che:
il comma 16 dell'articolo 14 del decreto legge in esame presenta una interpretazione restrittiva della norma sul dimensionamento delle istituzioni scolastiche dislocate in «aree geografiche caratterizzate da specificità linguistica» e limita la possibilità di assegnare a quelle istituzioni dirigenti scolastici con incarico a tempo indeterminato nelle quali siano presenti «minoranze di lingua madre straniera»;
tale formulazione prefigura una preoccupante disparità tra minoranze nazionali che fanno riferimento a una «lingua tetto straniera» e minoranze linguistiche che non possono far valere tale copertura, ciò in violazione alla Legge 15 dicembre 1999, n. 482 «Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche»;
la suddetta violazione implicherebbe l'accettazione della circostanza in virtù della quale esistono lingue minoritarie «importanti» (come il tedesco, lo sloveno ed il francese) e lingue minoritarie meno importanti (come il friulano, il sardo e le varietà occitane) che tuttavia il Legislatore pone sullo stesso piano di tutela;
è in corso di ratifica la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie che rafforza il principio di riconoscimento e salvaguardia delle predette minoranza linguistiche,
impegna il Governo
a valutare l'opportunità, nel rispetto degli equilibri di finanza pubblica, di tutelare tutte le comunità linguistiche di antico insediamento nel rispetto di quel pluralismo che ispira il dettato costituzionale.
9/5389/32. (Testo modificato nel corso della seduta) Compagnon.
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COMMENTO
DELLA REDAZIONE DEL BLOG


“il comma 16 dell'articolo 14 del decreto legge in esame presenta una interpretazione restrittiva

COMMENTO

“interpretazione restrittiva” o a rischio di “incostituzionalità” ?

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(…) una preoccupante disparità tra minoranze nazionali che fanno riferimento a una «lingua tetto straniera» e minoranze linguistiche che non possono far valere tale copertura,(…)

COMMENTO

Nel sistema giuridico italiano esistono solo “minoranze linguistiche”. Così infatti recita l’art. 6 della Costituzione italiana: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.

L’uso del termine “minoranze nazionali”, è dunque errato sul piano giuridico e da censurare.

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L'odd al "impegna il Governo a valutare l'opportunità, nel rispetto degli equilibri di finanza pubblica, di tutelare tutte le comunità linguistiche di antico insediamento nel rispetto di quel pluralismo che ispira il dettato costituzionale.

COMMENTO

E’ un “ordine del giorno” di nessuna utilità concreta, perché non solo non vincola minimamente il Governo a operare a favore del “pluralismo che ispira il dettato costituzionale”, ma al contrario lo lascia libero di “valutare l'opportunità” di dare o meno attuazione ad obblighi costituzionali primari (art. 6 Cost. italiana), e perfino subordina i diritti delle minoranze linguistiche al “ rispetto degli equilibri di finanza pubblica”.


La Redazione del blog



mercoledì 8 agosto 2012

REGIONE E ISTITUZIONI LOCALI - PER UN NUOVO PROGETTO ISTITUZIONALE di Roberto DOMINICI



Regione e Istituzioni locali

PER UN NUOVO
PROGETTO ISTITUZIONALE

di
Roberto Dominici


Il Comitato per l’Autonomia ed il rilancio del Friuli segue con attenzione il dibattito che attiene al futuro della Regione e delle istituzioni locali, anche alla luce dei provvedimenti nazionali che giocoforza ci coinvolgono.

L’autonomia speciale va tenacemente difesa e valorizzata con azioni politiche efficaci e unitarie come nei grandi momenti del post-terremoto.

La specialità non va solo declamata di tanto in tanto, va praticata giorno dopo giorno negli spazi legislativi regionali, avendo cura di praticare politiche che incidano sulle ragioni della specialità stessa.

Sarebbe certamente utile il pronunciamento della Corte Costituzionale per definire in modo puntuale la portata della competenza regionale in materia di “ordinamento degli Enti Locali”, visto che lo stesso Governo, talvolta, detta disposizioni che ignorano, per l’appunto, le specifiche attribuzioni del Friuli Venezia Giulia.

Tale pronunciamento consentirebbe di comprendere meglio la effettiva portata di una azione legislativa regionale in materia, ad esempio, di province, che in questa Regione, per come è nata, per come è fatta e per essere composita, hanno una funzione non solo amministrativa.

Con riguardo alle Province il problema non è tanto quello di sopprimerle, o accorparle, mantenerle, o riordinarle. Bisogna fare una analisi delle funzioni svolte per vedere se ancora attuali.

Bisogna chiedersi se, in caso di soppressione dell’Ente, le funzioni vanno ai Comuni o se invece non vengono assorbite dalla Regione, dando vita ad una nuova forma di accentramento.

Sono temi che vanno affrontati senza radicalismi e con molta oggettività, con la necessaria prudenza e senza distruggere ciò che può essere ancora valido.

Il dibattito, a giudizio del Comitato, deve andare comunque molto oltre queste riflessioni per ragionare in primis sulla Regione, impostando un nuovo progetto istituzionale.

Un progetto che dovrebbe imperniarsi su una Regione “snella”, “leggera”, “non accentrata”, fortemente caratterizzata sui suoi compiti “centrali” ed “esclusivi” che attengono alla attività legislativa, all’alta programmazione, all’alto indirizzo, con l’attribuzione delle funzioni amministrative, avuto riguardo della loro natura e portata, al sistema delle autonomie locali.

Tenendo in evidenza anche il pronunciamento dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa in favore del diritto delle minoranze a disporre di autorità locali od autonome.

Una operazione questa, che tornerebbe utile anche sotto altri aspetti (contenimento della spesa ,ecc. ecc.) qualora ad essa si accompagnasse, come fermamente auspica il Comitato, un processo di profondo “ripensamento”, per semplificarli, dei complessi iter burocratici esistenti.

È alla luce di un siffatto progetto istituzionale che si deve valutare l’opportunità, l’utilità o meno di mantenere o non mantenere l’Ente Provincia, di rivederne le funzioni, di istituire o meno realtà di “aria vasta”, di dar vita ad aggregazioni di servizi specie tra enti locali minori. Sono le funzioni amministrative della regione che devono interessare.

Occorre seguire, dunque, un ragionamento nuovo che parte proprio dalla Regione e della possibilità per essa di delegare funzioni amministrative come già previsto dallo Statuto.

E’ su questo che dovrebbe misurarsi la politica con proposte che guardino al futuro dei nostri territori, senza lasciarsi trascinare, anche se ciò è comprensibile avvenga, di posizioni politiche nazionali.

Ci aiuta in questo anche una importante occasione: il 31 gennaio 2013, ricorrono i 50anni della promulgazione dello Statuto di Autonomia.

Può essere uno stimolo a pensare.


per Comitato per l'Autonomia
ed il Rilancio del Friuli

il coordinatore Roberto Dominici


Udine, 2 agosto 2012

lunedì 6 agosto 2012

LA SPECIALITA' NON E' SOLO FATTO ECONOMICO



La specialità
non è solo fatto economico

(…) Non sarà molto difficile, minare il nucleo della specialità della Sardegna e del Friuli abrogando la tutela delle loro lingue, se non entrerà in testa ai parlamentari espressi da queste due nazionalità che quello della discriminazione linguistica è solo un grimaldello.(…)
Gianfranco Pintore


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COMUNICATO STAMPA
del
COMITATO PER L’AUTONOMIA
E IL RILANCIO DEL FRIULI

La questione della tutela della lingua friulana è primaria per il mantenimento della autonomia speciale.
E’ notizia recente il numero delle pre-iscrizioni, per il prossimo anno scolastico, all’insegnamento della lingua friulana nelle scuole dei Comuni friulanofoni. Ben 39.236 gli alunni delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado hanno richiesto l’insegnamento della lingua di minoranza. Quasi novemila alunni in più, ossia più del 29%, rispetto allo scorso anno. Se poi entriamo nel merito del monitoraggio elaborato dalla Direzione dell’Ufficio Scolastico Regionale scopriamo che ben il 74% degli iscritti nella Provincia di Udine, il 55% nella Provincia di Gorizia e il 57% nella Provincia di Pordenone vogliono studiare a scuola il Friulano.
Dati positivi ed eclatanti che dovrebbero far riflettere il mondo politico regionale soprattutto in un momento in cui l’autonomia speciale della nostra regione è sotto attacco da parte del Governo Monti e delle Regioni a statuto ordinario.
Governo Monti che nel provvedimento legislativo sulla revisione della spesa pubblica, appena approvato dal Senato e in attesa dell’approvazione alla Camera, relativamente alla “Razionalizzazione della spesa relativa all’organizzazione scolastica" ha pesantemente penalizzato l’organizzazione scolastica dei Comuni friulanofoni considerando “aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche" solo “quelle nella quali siano presenti minoranze di lingua madre straniera
Cosa significa per il Ministero l’aberrazione linguistica, storica e giuridica “lingua madre straniera”?
Nella relazione tecnica che accompagna il decreto legge del 6 luglio si spiega testualmente <<L’interpretazione della norma si rende opportuna perché alcune Regioni estendono il significato di “specificità linguistica” anche a territori dove si parla un particolare dialetto utizzando la legge 482/1999 relativo alle norme di tutela delle minoranze linguistiche storiche tra cui il friulano, l’occitano e il sardo>>.
Una locuzione (lingua madre straniera) e una sua successiva interpretazione (relazione tecnica) che violano palesemente la Costituzione italiana (art. 6), la L. 482/1999 che tutela e riconosce 12 lingue senza alcuna discriminazione, e anche tutta la normativa europea relativa alla tutela della minoranze linguistiche. L’antica distinzione tra “minoranze con Stato” e “minoranze senza Stato”, non solo non esiste nella nostra carta Costituzionale e nella legge 482/99, oltre che nelle norme europee di tutela, ma ormai è stata superata da molti anni anche sul piano dottrinale sia in Italia che a livello internazionale, incluso l’ONU.
Siamo dunque in presenza di un pesantissimo attacco palesemente incostituzionale alla tutela della lingua friulana.
Quale la reazione dei politici regionali?
Debole e insufficiente. E soprattutto non unitaria. Quasi fosse una questione di poco conto.
Invece è per la nostra Regione una questione primaria perché legata al riconoscimento della autonomia speciale della nostra regione che oggi ha come unica motivazione la presenza in Regione di consistenti minoranze linguistiche storiche riconosciute.
Una battaglia che avrebbe dovuto vedere i Parlamentari regionali fare lobby e non invece disperdersi su più fronti con il risultato di un fallimento annunciato, come poi si sta puntualmente verificando. Ben altro impatto ha invece una azione corale di protesta.
I Parlamentari regionali, e friulani in particolare, si diano dunque da fare affinchè la questione in esame venga risolta positivamente. E se in sede parlamentare non si dovesse arrivare ad un risultato positivo, si solleciti e si spinga la Giunta regionale di Renzo Tondo a ricorrere alla Corte Costituzionale. La incostituzionalità è palese,  ma serve una sentenza della Consulta per ristabilire la legalità costituzionale violata dal Governo di Mario Monti a danni dei sardi, friulani e occitani.
Ma oltre a questa grave questione c’è ne sono altre due molto importanti.
La prima questione è il taglio operato dal Governo Monti, con la finanziaria, ai fondi per la legge statale sulle minoranze linguistiche: un riduzione che nei fatti paralizza l’attuazione della L. 482/99. Una legge di tutela priva o quasi di finanziamenti, cosa può tutelare? E’ solo una legge formale svuotata nella sua applicabilità.
La seconda questione, altrettanto importante, è l’attuazione della legge regionale 29/2007. Una legge che fa moltissima fatica a decollare e che solo dopo quattro anni inizia a vedere qualche piccola attuazione. Mancano infatti ancora molti Regolamenti attuativi e anche il Regolamento relativo alla scuola, pur tra molte polemiche spesso giustificate, ha dovuto attendere ben quattro anni per vedere la luce. Ora speriamo che il prossimo anno scolastico 2012/2013, sebbene in maniera ancora parziale, sia finalmente l’anno buono per l’avvio dell’insegnamento curriculare della lingua friulana.
per Comitato per l'Autonomia
ed il Rilancio del Friuli
Roberta Michieli
Udine, 3 agosto 2012

giovedì 2 agosto 2012

TAV - TRATTA FRIULANA: IL GOVERNO FA MARCIA INDIETRO ?


Tav
tratta friulana

il Governo
fa marcia indietro ?



Il commissario Mainardi:
costi insostenibili.
Via al quadruplicamento della attuale linea



UDINE (2 agosto, ore 15.50) - Troppi 44 milioni a km per il nuovo tracciato. «Un eccesso improponibile» in un momento di difficoltà come questo. Un progetto che non è sostenibile né dal punto di vista economico né ambientale.

A dirlo è il comissario per la Tav, Bortolo Mainardi, spiegando che per l'infrastruttura proporrà al ministro Passera il quadruplicamento dell'attuale linea ferroviaria e non nuovi tracciati

Questo, almeno, fino a Cervignano, lasciando intendere che la tratta friulana del «Corridoio», per il momento non è prioritaria, anche perché si punta di più sul tracciato ferroviario nord-sud, Adriatico-Baltico, lungo la linea Pontebbana.

«La prossima settimana – spiega Mainardi – ultimerò il dossier sull'alta velocità ferroviaria tra Mestre e Portogruaro, con prosecuzione verso Ronchi dei Legionari, e lo presenterò al ministro delle infrastrutture, Corrado Passera, oltre al governatore del Veneto, Luca Zaia».

Mainardi propone il quadruplicamento dell'attuale linea ferroviaria, augurandosi che «i sindaci e le popolazioni del territorio garantiscano quel consenso che oggi non c'è».

Secondo il commissario, infatti, «basta salire su un treno di queste linee per capire che è indispensabile l'ammodernamento», «anziché investire nell'isostenibile».


Dal sito internet del Portale
dell’Arcidiocesi di Udine
LA VITA CATTOLICA – Ud