mercoledì 9 maggio 2012

UNIVERSITA' FRIULANA: DISCRIMINATA !



UNIVERSITA’ FRIULANA

D I S C R I M I N A T A !

Comunicati Agenzia Consiglio Notizie

PD: Menis, per l'Università
servono fatti e non proclami

8 Maggio 2012, ore 16:44
(ACON) Trieste, 8 mag - COM/AB - Fanno bene gli esponenti del centrodestra a lanciare l'allarme sul sottofinanziamento dell'Ateneo udinese, un problema serio e concreto, ma dovrebbero anche spiegare perché non vi pongono rimedio, pur avendone la possibilità.
A lanciare la provocazione è il consigliere regionale del PD Paolo Menis, che si rifà alle dichiarazioni del collega Blasoni con alcune precisazioni.
Purtroppo ancora oggi non c'è traccia del regolamento attuativo della recente legge regionale per il finanziamento del sistema universitario (la 2/2011) - ricorda Menis - ma ciò non ha impedito ad alcune forze politiche di andare oltre la propaganda e proporre soluzioni concrete. È il caso del Partito Democratico, che in occasione dell'ultima legge finanziaria aveva presentato un emendamento per la modifica del riparto delle risorse, che nel testo presentato dalla Giunta regionale era previsto in parti uguali tra Udine e Trieste.
La nostra proposta - prosegue il democratico - proponeva un primo, anche se parziale, intervento di riequilibrio, di certo non risolutivo sul piano sostanziale ma sicuramente significativo, soprattutto a livello politico. Si sarebbe trattato, infatti, di un segnale di attenzione importante, perché indicativo della volontà di affrontare per la prima volta il problema in maniera sostanziale andando al di là dei semplici proclami.
Invece è stato bocciato, proprio dai voti di quella maggioranza che oggi ricorda il problema.
Ancora una volta quindi dobbiamo registrare come alle parole non siano seguiti fatti conseguenti. Il punto - prosegue ancora Menis - è che tutta l'Università italiana è spesso vittima di un simile approccio, generato da un clima di riforma permanente di cui essa è vittima da alcuni anni. Un processo di cambiamento, in parte necessario, che tuttavia il più delle volte si è tradotto solo in sterili annunci o, peggio, in campagne di disinformazione volte a denigrare gli Atenei pubblici. La realtà ci dice invece che, pur a fronte degli scarsissimi finanziamenti pubblici e privati alla ricerca scientifica, ancora oggi il numero (e la qualità) delle pubblicazioni scientifiche dei ricercatori italiani è significativamente alto, anche se è in ulteriore accelerazione il fenomeno della fuga dei cervelli. Insomma siamo ancora in tempo per intervenire, ma dobbiamo sbrigarci.

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QUANDO I REGOLAMENTI ATTUATIVI?
http://lexview-int.regione.fvg.it/fontinormative/xml/xmllex.aspx?anno=2011&legge=2


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domenica 6 maggio 2012

ELETTRODOTTI, LAGO DI CAVAZZO E QUESTIONE ENERGETICA: CIO' CHE GLI INDUSTRIALI NON DICONO.




Lago di Cavazzo oggi,

e domani?
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Elettrodotti,

lago di Cavazzo

 e questione energetica
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(…) L'ambientalismo, hanno denunciato diversi importanti imprenditori friulani, sarebbe nientemeno che all'origine del declino industriale della nostra terra.

L'oggetto del contendere è soprattutto la questione energetica, che negli ultimi anni ha visto sorgere, da Paluzza a Monfalcone, numerosi comitati locali contrari al proliferare degli elettrodotti. Colpa loro - è questa la tesi - se oggi le industrie friulane devono pagare l'elettricità anche il 30% in più dei loro «competitor» in Austria e Slovenia, e quindi sono costrette a delocalizzare in Serbia e in tanti altri posti nel mondo. (…)

(…) L'idea, infatti, che in Friuli gli ambientalisti tengano in ostaggio lo sviluppo è a dir poco fantasiosa. E lo dimostra il fatto che negli ultimi anni sono stati realizzati importanti progetti in campo energetico praticamente senza alcuna opposizione e ostacolo da parte del territorio. (…)

(…) Nel caso del lago di Cavazzo sono stati posti importanti interrogativi sulla sopravvivenza di quell'ecosistema che non hanno trovato risposta convincente. Nel caso degli elettrodotti - val la pena ripeterlo - nessuno si è mai opposto «tout court» alle nuove infrastrutture elettriche: sono stati proposti correttivi di tracciato e soprattutto è stata manifestata contrarietà alla soluzione «aerea» a vantaggio di quella sotterranea. Per il Redipuglia-Udine Ovest, «Terna» addirittura sostiene che in un territorio di pianura e non intensamente antropizzato come la pianura friulana, sarebbe «tecnicamente impossibile» realizzare la struttura in cavo interrato, perché significherebbe realizzare una linea non sicura, mentre in tutta Europa ogni anno vengono realizzate centinaia di chilometri di elettrodotti interrati, anche nelle città o in zone di montagna! Il gestore della rete elettrica nazionale ha preferito spendere soldi in una discutibile campagna pubblicitaria, commissionare una fuorviante indagine d'opinione al noto sondaggista Renato Mannheimer, querelare il responsabile del Comitato per il Friuli rurale piuttosto che approfondire tecnicamente le ipotesi prospettate dagli «oppositori». (…)

(…) chi importa l'energia non può venderla a chi vuole e al prezzo che vuole, ma deve farlo attraverso la borsa elettrica italiana; quindi, dall'elettrodotto, l'industriale della valle del Bùt avrebbe gli stessi «vantaggi» del collega di Reggio Calabria (…)



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CIO’ CHE

GLI INDUSTRIALI


NON DICONO


Editoriale
di Roberto Pensa

Settimanale “la Vita Cattolica”
Arcidiocesi di Udine
giovedì 3 maggio 2012


Gli industriali friulani hanno scelto di dedicare la loro annuale assemblea ad un tema cruciale: «Efficienza, innovazione, ambiente:  il nostro futuro». La massima assise di Confindustria Friuli, in programma giovedì 3 maggio ai Teatro Nuovo, vedrà la presenza anche del ministro all'Ambiente, Corrado Clini. Si tratta davvero di un tema importante che, pure in tempi recentissimi, ha provocato dibattiti animati, quindi la scelta del presidente Adriano Luci è stata quanto mai opportuna.

L'ambientalismo, hanno denunciato diversi importanti imprenditori friulani, sarebbe nientemeno che all'origine del declino industriale della nostra terra.

L'oggetto del contendere è soprattutto la questione energetica, che negli ultimi anni ha visto sorgere, da Paluzza a Monfalcone, numerosi comitati locali contrari al proliferare degli elettrodotti. Colpa loro - è questa la tesi - se oggi le industrie friulane devono pagare l'elettricità anche il 30% in più dei loro «competitor» in Austria e Slovenia, e quindi sono costrette a delocalizzare in Serbia e in tanti altri posti nel mondo.

L'auspicio che vorremmo lanciare da queste colonne, è che dall'assemblea di Confindustria si possano alzare «parole nuove» su questo spinoso tema, ragionamenti più aperti in grado di inaugurare un più proficuo dialogo tra imprese e territorio sul futuro industriale del Friuli, auspicabilmente con un forte e determinante ruolo della politica nella giusta composizione dei legittimi interessi che sono coinvolti.

L'idea, infatti, che in Friuli gli ambientalisti tengano in ostaggio lo sviluppo è a dir poco fantasiosa.

E lo dimostra il fatto che negli ultimi anni sono stati realizzati importanti progetti in campo energetico praticamente senza alcuna opposizione e ostacolo da parte del territorio. In tema di produzione elettrica, va ricordato l'avvio della moderna centrale a turbogas diTorviscosa, una delle più grandi d'Italia di nuova generazione; e in tema di elettrodotti, va rimarcato che proprio tra Italia e Austria ha preso avvio, poco più di un anno fa, uno dei primi elettrodotti transfrontalieri autorizzati direttamente da Bruxelles in Italia, che unisce le reti elettriche friulana e carinziana tra Tarvisio e Arnoldstein. In entrambi i casi le società proponenti hanno saputo lavorare con trasparenza, trovando l'accordo con il territorio.

Altri progetti, invece, è vero, hanno incontrato grandi resistenze: il raddoppio della centrale idroelettrica di Somplago, l'elettrodotto di Terna Udine Ovest-Redipuglia e quello proposto da Alpe Adria Energia tra Somplago e la Carinzia attraverso la Valle del Bùt. Ma di chi è la colpa? Chi sono i tanto vituperati «ambientalisti»? Qui in Friuli l'ideologia c'entra ben poco: si tratta di comitati locali di cittadini - al cui fianco spesso si sono poste anche le rispettive amministrazioni comunali - che difendono i loro paesi e le loro valli da progetti che presentano parecchie «opacità», che i proponenti non hanno mai saputo o voluto dissipare, dando l'impressione di puntare sulla «soluzione di forza» calata dall'alto piuttosto che sul dialogo.

Nel caso del lago di Cavazzo sono stati posti importanti interrogativi sulla sopravvivenza di quell'ecosistema che non hanno trovato risposta convincente. Nel caso degli elettrodotti -val la pena ripeterlo - nessuno si è mai opposto «tout court» alle nuove infrastrutture elettriche: sono stati proposti correttivi di tracciato e soprattutto è stata manifestata contrarietà alla soluzione «aerea» a vantaggio di quella sotterranea. Per il Redipuglia-Udine Ovest, «Terna» addirittura sostiene che in un territorio di pianura e non intensamente antropizzato come la pianura friulana, sarebbe «tecnicamente impossibile» realizzare la struttura in cavo interrato, perché significherebbe realizzare una linea non sicura, mentre in tutta Europa ogni anno vengono realizzate centinaia di chilometri di elettrodotti interrati, anche nelle città o in zone di montagna! Il gestore della rete elettrica nazionale ha preferito spendere soldi in una discutibile campagna pubblicitaria, commissionare una fuorviante indagine d'opinione al noto sondaggista Renato Mannheimer, querelare il responsabile del Comitato per il Friuli rurale piuttosto che approfondire tecnicamente le ipotesi prospettate dagli «oppositori».

Nella valle del Bùt da una parte si è puntato sugli eccessivi costi che renderebbero antieconomica la soluzione interrata, dall'altro si è solleticato il territorio facendo balenare forti vantaggi economici: grazie alle compensazioni ai Comuni e al minor costo dell'energia la Carnia potrebbe vivere un «rinascimento». Entrambe le cose si sono rivelate «fasulle». I costi di realizzazione di un elettrodotto in realtà non li sostiene il realizzatore. Questo, infatti, li recupera gestendo per un certo numero di an­ni (stabilito dall'Unione Europea) l'impianto, che poi diventa pubblico. Perché allora non progettare una infrastruttura con i più elevati standard ecologici invece che un «mostro» ambientale che deturpa una intera valle? Si tratterebbe solo di «diluire» il rientro degli investimenti e dei profitti per un tempo maggiore...

Per il secondo aspetto, chi importa l'energia non può venderla a chi vuole e al prezzo che vuole, ma deve farlo attraverso la borsa elettrica italiana; quindi, dall'elettrodotto, l'industriale della valle del Bùt avrebbe gli stessi «vantaggi» del collega di Reggio Calabria.

Tutte queste facezie hanno riempito i mass media locali - noi, come settimanale, abbiamo sempre cercato di ricondurre il tema sul piano razionale - e monopolizzato il dibattito politico per anni, mentre nessuno si è occupato dei veri problemi.

Chi vuole sapere davvero perché gli imprenditori italiani pagano l'elettricità molto di più dei concorrenti esteri, lo può leggere comodamente su internet sulle relazioni dell'Autorità per l'energia. I motivi sono tre.

Innanzitutto, a differenza degli altri Paesi, in Italia gli impianti alimentati a gas naturale (più efficienti) rappresentano una tecnologia marginale. In secondo luogo il gas in Italia costa in media il 25% di più che nel resto d'Europa. Infine sopportiamo maggiori oneri per l'acquisto dei certificati verdi a causa delle emissioni di anidride carbonica dagli obsoleti impianti termoelettrici italiani. In tutto questo, gli elettrodotti transfrontalieri sono sì importanti perché «aprono» i mercati a maggiore concorrenza, ma non sono affatto determinanti. I «prezzi» al consumo, comunque, si creano a livello nazionale, quindi il ruolo delle singole Regioni, soprattutto quelle medio-piccole come la nostra, è relativo: si tratta di una grande questione che va affrontata dal governo.

È corretto allora il richiamo degli industriali alle necessità dell'ammodernamento della rete; è del tutto legittimo anche che qualche gruppo industriale friulano possa ambire a fare profitti realizzando e gestendo un elettrodotto transfrontaliero sul nostro territorio: ma da una impresa moderna, «sostenibile» dal punto di vista ambientale crociale (come è di moda dire negli ambienti che contano) i friulani si attendono come minimo proposte all'altezza delle migliori tecnologie disponibili e caratterizzate dalla massima trasparenza sull'entità e la distribuzione dei costi e dei benefici tra industria e territorio.

Queste oggi sono le precondizioni per un nuovo patto di sviluppo tra impresa, cittadini e istituzioni che possa portare il Friuli fuori dalle secche di questa crisi epocale.

Un progetto percorribile, perché l'imprenditorialità, il lavoro, la responsabilità fanno parte della cultura della nostra gente, che è pronta a sostenere la nostra industria in questa difficile fase anche assumendosi i necessari sacrifici.

roberto pensa

giovedì 3 maggio 2012

POLITICA ECONOMICA: NEO-LIBERISMO O KEYNES?


POLITICA ECONOMICA
NEO-LIBERISMO O KEYNES ?
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Dal quotidiano “IL SOLE 24 ORE”
1 aprile 2012

Berlino, Keynes
e l'austerità altrui



(…) Con che cosa è cresciuta dunque la Germania se non attraverso l'industria e l'export netto? Può apparire sorprendente, ma dal lato della domanda la voce aumentata di più in valore assoluto in Germania è stata la spesa pubblica (+42 miliardi in quattro anni, mentre in Italia siamo diminuiti di 400 milioni). Dal lato della generazione del valore aggiunto il settore della pubblica amministrazione tedesco è cresciuto in volume di 27 miliardi (il nostro di 1 miliardo); il settore tedesco delle costruzioni e dell'immobiliare (inclusi i lavori pubblici) è aumentato di 12 miliardi (quello italiano è crollato di 14 miliardi). In parallelo, dal 2007 al 2011 in Germania gli occupati nella Pa (che per di più hanno appena ottenuto un forte aumento della retribuzione), nella difesa, nell'istruzione e nella sanità sono aumentati di 477mila unità (in Italia si sono ridotti di 66mila).
L'Europa non tedesca (Italia inclusa) deve certamente recuperare competitività e ripristinare un ragionevole equilibrio nei conti pubblici. A ciò servono, nelle giuste dosi e possibilmente senza uccidere economia, riforme e rigore. Ma se la Germania ha potuto correre in questi anni non è perché la sua industria si è dimostrata più competitiva o perché le precedenti riforme da essa varate abbiano fatto premio. La Germania ha potuto crescere di più soprattutto perché, paradossalmente, ha tratto grande vantaggio dalla crisi europea dei debiti sovrani. (…)

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L’opinione
di un premio Nobel per l’economia.

Paul Krugman: Keynes aveva ragione

Fonte: New York Times (sito: www.nytimes.com), 29 dicembre 2011
Link articolo originale: Keynes was right


“E' l'espansione e non la recessione, il momento giusto per l'austerità fiscale." Così dichiarò John Maynard Keynes nel 1937, proprio mentre Franklin Delano Roosvelt stava per dargli ragione cercando, troppo di fretta, di pareggiare il bilancio e spingendo l'economia degli Stati Uniti  - che stava costantemente recuperando fino a quel punto - in una grave recessione. Ridurre la spesa pubblica in un'economia depressa, deprime ulteriormente l'economia; l'austerità dovrebbe essere rimandata fino a che una forte ripresa dell'economia è ben avviata.
Purtroppo, a fine 2010 e inizio 2011, politici e istituzioni in gran parte del mondo occidentale credevano di saperla lunga, dicendo che dovremmo concentrarci sul deficit, non sul lavoro, anche se le nostre economie avevano appena iniziato a recuperare dal crollo che seguì alla crisi finanziaria. E facendo leva su tale credenza anti-Keynesiana, hanno finito per dimostrare ancora una volta che Keynes aveva ragione. (…)
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Chi è Paul Krugman ?
(da Wikipedia)
Paul Robin Krugman (Long Island, 28 febbraio 1953) è un economista statunitense.
Autore di numerosi volumi, dal 2000 collabora con il New York Times scrivendo editoriali d'opinione (op-ed) bisettimanali. Attualmente professore di Economia e di Relazioni Internazionali all'Università di Princeton, ha vinto il premio Nobel per l'economia 2008 per la sua analisi degli andamenti commerciali e del posizionamento dell'attività economica.

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lunedì 30 aprile 2012

DAL PORTO DI TRIESTE, VANTAGGI PER TUTTI?



Dal porto
di Trieste
vantaggi per tutti?

(…) Sul mensile “Udine Economia”, marzo 2012, edito dalla Camera di Commercio di Udine, in prima pagina è stato pubblicato un editoriale a firma del suo Presidente Giovanni Da Pozzo, dal titolo “Sviluppare l’economia attraverso la portualità”. E all’interno dell’articolo ricompare una vecchia tesi pesantemente sponsorizzata ancor oggi dalla politica triestina e che fu molto in auge negli anni 70 del secolo scorso: << (…) e il punto di riferimento delle infrastrutture in Friuli Venezia Giulia è il porto di Trieste: un suo sviluppo è destinato a far ricadere gli effetti sul mondo produttivo di tutta la regione (…) >>.



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Di seguito tre lettere pubblicate sulla stampa locale nel mese di aprile 2012 e che contestano quanto affermato dal Presidente della Camera di Commercio di Udine, Giovanni Da Pozzo, nel suo editoriale pubblicato sul mensile “Udine Economia”, marzo 2012.

La Redazione del Blog
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Dal porto di Trieste
vantaggi per tutti?

Sul mensile “Udine Economia”, marzo 2012, edito dalla Camera di Commercio di Udine, in prima pagina è stato pubblicato un editoriale a firma del suo Presidente Giovanni Da Pozzo, dal titolo “Sviluppare l’economia attraverso la portualità”. E all’interno dell’articolo ricompare una vecchia tesi pesantemente sponsorizzata ancor oggi dalla politica triestina e che fu molto in auge negli anni 70 del secolo scorso: <<
 (…) e il punto di riferimento delle infrastrutture in Friuli Venezia Giulia è il porto di Trieste: un suo sviluppo è destinato a far ricadere gli effetti sul mondo produttivo di tutta la regione (…) >>.
Da non credere! Lo sviluppo del porto triestino è dunque sinonimo di sviluppo dell’intera regione, Friuli incluso? Suvvia, siamo seri! Dovrebbe essere noto a tutti che Trieste e il Friuli hanno struttura economica totalmente diversa.
Giovanni Da Pozzo forse lo ignora? Parebbe proprio di sì! Che tristezza dover constatare che il Presidente della Camera di Commercio di Udine sponsorizza una tesi triestina del tutto opinabile.
Il Friuli (province di Udine, Pordenone e Gorizia) è sinonimo di agricoltura, agroalimentare, industria manifatturiera, artigianato, commercio, turismo e sviluppo scientifico e culturale. Che vantaggio possono avere tutti questi comparti economici da un forte sviluppo portuale triestino? Assolutamente nessuno! Certamente per Trieste lo sviluppo portuale è importante, ma lo è solo ed esclusivamente per Trieste.
O forse per Giovanni Da Pozzo, un eventuale aumento della forza lavoro friulana a Trieste è un fattore di sviluppo per il Friuli? Sarebbe l’aumento dei posti lavoro a Trieste il grande sviluppo che il porto triestino porterebbe all’intera regione?
E perché mai non si possono creare nuovi posto di lavoro in Friuli sviluppando la sua specifica economia? E perché mai il Presidente della Camera di Commercio di Udine, invece di occuparsi dello sviluppo delle imprese agricole, turistiche, industriali e artigianali friulane, fa sua una leggenda metropolitana tutta triestina?
Ricordo che questa tesi è funzionale alla distribuzione di alti finanziamenti regionali al porto triestino a discapito dell’economia friulana che verrebbe finanziata con i soli fondi regionali residuali.
E in conclusione una domanda a Giovanni Da Pozzo: << Come Presidente della Camera di Commercio di Udine, pensa di attivarsi perché dopo troppi anni trascorsi invano, finalmente il canale navigabile di Porto Nogaro venga riportato almeno a sette metri e mezzo incrementando così le potenzialità e sviluppo di questo porto? >>. E una domanda anche a tutti i friulani: << Fino a quando noi friulani continueremo a tollerare questa classe dirigente pseudo-friulana sempre pronta a “remare” contro gli interessi del Friuli e a favore di Trieste? Non è arrivato il momento di mandarla a casa? >>.
Roberta Michieli – Tavagnacco

La lettera è stata pubblicata sui quotidiani “Il Messaggero Veneto” di Udine, il Gazzettino di Udine e sul settimanale “La Vita Cattolica” dell’Arcidiocesi di Udine.
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Friuli e Trieste:
solo campanili?

Della replica del Presidente CCIA di Udine, Giovanni Da Pozzo in risposta alle fondate critiche della dott.ssa Michieli al suo editoriale in “Udine Economia”, marzo 2012, potremmo come minimo dire che della questione triestina e di quella friulana non se ne è parlato solo negli anni settanta, ma anche il Presidente Regionale Tondo, poco tempo fa, ci ha rammentato che quasi ogni giorno riceve richieste di separazione delle due realtà, pur conservando il contenitore regione FVG.

I veneti, che fanno sempre bene i loro calcoli, quando ci proposero attorno alla fine degli anni novanta di ritornare di nuovo a unirsi al Veneto nel mitico Nord-Est, premettevano sempre che ovviamente per Trieste sarebbe stata ritagliata una separata istituzione su misura. Si capiva la necessità di scaricare i costi di una città senza strutture competitive e con tanti “sogni di gloria”, al livello nazionale.

Il sogno di Da Pozzo e di molti triestini è che Trieste torni a diventare un grande emporio come nell’Ottocento. Magari!, ma sembra solo un suggerimento elettorale commissionato dall’amico Tondo in difficoltà nella città perchè il duo Rosalen-Bandini gli sta dimagrendo il PDL.

Infatti questa ambizione oggi dovrebbe, oltre a essere attraente per i grandi operatori mondiali del mare, ottenere nientemeno che il consenso degli altri porti dell’Alto Adriatico, e dei concorrenti tirrenici e ionici. Dato l’alto l’impegno finanziario e politico, sarebbe indispensabile il supporto del Governo centrale, e della Commissione europea. Ma tutto questo avrebbe come minimo il prezzo di dover aderire a una logica di sistema quindi a cogestire con altri l’opportunità.

Logica di sistema estranea a livello regionale a una città che ha snobbato decisamente l’interporto di Cervignano privilegiando Padova come “porto secco” nell’entroterra e poi ha anche affossato il Terminal della Maersk a Monfalcone (investimento da un miliardo) che sarebbe stato di grande stimolo per l’innovazione che portava.

Questa impresa di trasporto oceanico a conoscenza della attuale pressione corporativa che innalza i costi e deprime la produttività delle banchine triestine, voleva ovviamente gestirlo in proprio. E’ noto che Trieste a causa della sua economia assistita e di rendita (protetta da destra e sinistra), è un vero freno allo sviluppo della regione FVG e del Friuli. Purtroppo la classe partitica preferisce banalizzare la questione dicendo che siamo troppo piccoli o campanilisti! Si è molto parlato in questi anni di unità regionale, di centralismo, anche della competitività del sistema regionale.

Ma la questione è che la politica regionale non vuole fare i conti in modo realistico con il fondato assioma diffuso a Trieste e in Friuli, cioè che i due sistemi sono tra loro poco comunicanti non per la cattiveria dei rispettivi autonomismi o per ritardi della lettura sulla globalizzazione (cosa che semmai attiene ai partiti) ma perché non c’è empatia e non sono assolutamente complementari.

Giancarlo Castellarin – Udine


La lettera è stata pubblicata sul settimanale “La Vita Cattolica” dell’Arcidiocesi di Udine

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I friulani
meritano di meglio

Notizia di questi giorni, il Friuli è in recessione o quasi, le ore di cassa  integrazione aumentano, le aziende chiudono oppure sono strangolate dalle tasse, dai debiti o dai crediti non pagati, anche dallo Stato, alla Zanussi iniziano a tagliare i dipendenti e la Danieli pensa bene di creare un progetto pilota da 500 milioni in Serbia. Di che si occupa la politica regionale?
Abbiamo il coordinatore regionale del Pdl che solo qualche mese fa, mentre tutto il paese era sull'orlo della bancarotta, definisce "una malattia" i friulanisti (tema importantissimo a quanto pare).
Abbiamo un presidente della Camera di Commercio di Udine che si preoccupa di rilanciare il porto di Trieste, dimenticando forse che quando il porto di Trieste era al massimo dello splendore in Friuli si moriva di fame e, viceversa, nonostante il porto del capoluogo giuliano sia in crisi da 50 anni ciò non ha certo impedito il prodigioso sviluppo dell'economia friulana in questo lasso di tempo.
E, dulcis in fundo, abbiamo un governatore che, mentre l'economia friulana va a rotoli, si preoccupa di temi fondamentali come Erdisu, Ater ed unione delle provincie di Trieste e Gorizia, magari regalando un pezzetto di Friuli come Cervignano e Cividale.
Un proverbio dice che ognuno ha quello che si merita, ma io non sono d'accordo, i friulani non hanno fatto niente di così negativo per meritarsi questo.
Mirko Trevisan – Udine

La lettera è stata pubblicata sul quotidiano Il Messaggero Veneto - Udine
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